San Colombano, monaco e missionario

Oggi, 23 novembre, è la memoria di san Colombano, abate di Bobbio, monaco missionario. Scrivo questo post come dono per gli amici preti con cui ho condiviso questa settimana di preghiera.

Ho incontrato la testimonianza di Colombano per caso, durante la primavera di quest’anno, ed è stato un bell’incontro. Ho dedicato del tempo a conoscerlo meglio e ho compiuto un pellegrinaggio a piedi sulla sua tomba a Bobbio. Avrei voluto scrivere un saggio, ma non ne ho avuto tempo e forse non serve; mi accontento di un post e di una presentazione più superficiale. Per l’approssimazione chiedo scusa.

La storia (breve) di un monaco missionario
Nel quinto secolo la verde Irlanda s’infiamma grazie all’evangelizzazione di san Patrizio. A differenza di quanto accade ai nostri giorni, nell’Irlanda di quei tempi, si pensa che il modo migliore per vivere l’esperienza cristiana sia vivere la vita monastica, intesa non come fuga dal mondo, ma come misura alta di vita evangelica. E così accade che l’Irlanda, in meno di un secolo, si riempie di monasteri, soprattutto maschili.

In uno di questi vive Colombano che, dopo decenni di vita monastica, decide di rispondere alla chiamata missionaria per rievangelizzare l’Europa, ripiombata nel paganesimo in seguito alle invasioni barbariche. Con dodici fratelli, Colombano parte per divenire missionario.

Un modello missionario
Noi abbiamo della missione un’idea unica, che è quella testimoniata nella chiesa delle origini dagli apostoli e, soprattutto, dai missionari itineranti che, a partire dal medioevo, hanno diffuso il Vangelo. Questo modello missionario potremmo definirlo appunto “dell’annuncio per diffusione“; è un modello che ha avuto grande fortuna ed è divenuto la modalità privilegiata per pensare all’impegno missionario da san Francesco di Assisi in poi.

Colombano, invece, sceglie un altro modello, un modello altrettanto antico che, però, nella Chiesa occidentale si è un po’ dimenticato (ma che è rimasto molto forte nella Chiesa orientale); quello che Paolo VI e Benedetto XVI hanno definito “missione per irradiazione“.

Colombano non dimentica di essere monaco, non tradisce la sua prima vocazione e, semplicemente, evangelizza fondando dei monasteri in varie parti d’Europa (soprattutto in Francia) ed infine a Bobbio.

Con san Benedetto da Norcia, condivide un’idea semplice: il Vangelo va testimoniato nella sua capacità di rinnovare la realtà in cui l’uomo vive. I monaci costituiscono piccole comunità che, in breve tempo, bonificano grandi territori incolti e riportano benessere e vita evangelica in luoghi fortemente depressi e scristianizzati.

Tre sono i capisaldi della testimonianza evangelica dei monaci, sintetizzati iconicamente in tre simboli: la croce, l’aratro e il libro.

La croce: le comunità monastiche, secondo la loro regola, mettono al primo posto la preghiera e la celebrazione della liturgia in modo bello e curato. Le comunità monastiche evangelizzano insegnando agli uomini a pregare e testimoniando che è bello dare lode a Dio.

L’aratro: le comunità monastiche, secondo la loro regola, danno ampio spazio al lavoro, ma un lavoro umanizzato, vissuto come impegno per la trasformazione del mondo. I monaci, uomini di grande cultura, svolgono liberamente lo stesso lavoro dei servi della gleba, ma sanno dare significato alla loro fatica quotidiana e sanno riconoscere i limiti del lavoro (un tempo definito di otto ore, non di più). Le comunità monastiche evangelizzano testimoniando un modo umano e bello di lavorare la terra.

Il libro: nella regola di san Colombano era previsto che ogni monaco dovesse dedicare un tempo della giornata allo studio. I monasteri divengono luoghi di elaborazione e diffusione di cultura e consentono agli uomini di quel tempo di ricuperare, dalla tradizione classica, le grandi categorie per interpretare la realtà. Le comunità monastiche evangelizzano attraverso la cultura.

Quale il modello missionario per una parrocchia del XXI secolo?
Questa mia riflessione non parte da un esercizio di archeologia cristiana, né tanto meno dalla nostalgia o dalla tentazione di fuga dalla complessità del mondo post-moderno, ma dalla domanda che mi occupa da molti anni: come rinnovare la parrocchia in senso missionario?

Premesso che la parrocchia, nella sua storia, non ha mai svolto questo compito missionario, perché, fin dalla sua nascita, si è occupata di coloro che in modo diverso si riconoscevano nel cristianesimo… come fa la parrocchia ad assumere il compito della missione? Secondo quale modello?

Il modello dell’annuncio per diffusione, pur con la sua nobile tradizione, si addice poco alla parrocchia, comunità residente.

Mi sembra, invece, che dal modello dell’annuncio per irradiamento ci siano alcuni elementi di valore da cogliere, per valorizzare l’essenziale della via cristiana su cui costruire una proposta che abbia una impronta missionaria.

1. Il primato della vita spirituale e il ricupero della liturgia. È un tema.che ritorna di frequente dal 1963, anno di promulgazione della Sacrosanctum Concilium, fin all’ultimo sinodo dedicato ai giovani. La dimensione spirituale e liturgica, in una esperienza bella e vera, è al cuore della proposta cristiana ed è anche parte essenziale della vita di una parrocchia, comunità che si identifica immediatamente nell’assemblea eucaristica domenicale. Non sviluppo questo tema. Lo enuncio solamente e pongo la domanda: come una parrocchia può divenire il luogo per vivere una esperienza spirituale e liturgica significativa? A quali condizioni? Con quale investimento di risorse?

2. La via antropologica. Colombano e i suoi monaci hanno evangelizzato attraverso la testimonianza di un lavoro vissuto umanamente. Da tempo la Chiesa si interroga sulle cosiddette “soglie dell’evangelizzazione”, che sono state ben individuate (vedi la mappa del secondo annuncio proposta da Enzo Biemmi). Esse ci richiamano all’esigenza ineludibile di trasformare evangelicamente e umanizzare quegli ambiti in cui si gioca in modo importante la vita dell’uomo (vedi il Convegno di Verona del 2006). Il lavoro è ancora al centro, insieme con la vita affettiva, la fragilità… Come è chiamata la parrocchia ad annunciare il Vangelo in queste “soglie”? Con quale investimento di risorse?

3. L’ambito della cultura. Come al tempo di Colombano, anche noi viviamo in un contesto in cui la riflessione culturale è debole e le persone sono disorientate. L’impegno per un confronto culturale serio, accessibile e diffuso, è uno degli ambiti privilegiati per vivere l’impegno dell’evangelizzazione per una comunità parrocchiale che, con umiltà, ma in modo significativo, vuole essere sale della terra e luce del mondo nel territorio in cui vive. Quali le tematiche rilevanti per un confronto culturale? Quale investimento di risorse?

Acqua calda
Qualcuno, a buona ragione, potrebbe dire che ho scoperto l’acqua calda. Non c’era bisogno di scomodare san Colombano per questa riflessione. Essa è presente nella proposta di tante realtà ecclesiali, soprattutto, a dire il vero, nei movimenti ecclesiali.

Ciò che mi affascina nella testimonianza di Colombano è la sintesi che è riuscito a realizzare nella sua vita tra vocazione monastica e vocazione missionaria. Mi dico: se lui, da monaco, è riuscito a cogliere la possibilità di un impegno missionario, allora è possibile anche alle nostre parrocchie, alla mia parrocchia e a me.

La riflessione non mi sembra inutile. Il tema del modello missionario, al di là degli slogan, è un tema urgente. Non bastano i proclami; occorrono i percorsi. Questo percorso, testimoniato da Colombano, a me sembra interessante e da qui si potrebbe aprire un dibattito. La sfida rimane quella di ricondurre alla pastorale ordinaria ciò che ha sempre riguardato, e tutt’oggi riguarda, solo realtà ecclesiali molto particolari.

Il dono di Colombano
Forse non tutti ricordano che dobbiamo a Colombano e ai suoi monaci un dono straordinario: è grazie a questi monaci irlandesi che la celebrazione del sacramento della Penitenza, che nel VI secolo era entrata in grande crisi, ha avuto un impulso nuovo in quella “nuova” prassi che gli studiosi chiameranno la “penitenza tariffata”. Essa consentirà ai fedeli di accedere più volte al sacramento del perdono, cosa impossibile con la prassi precedente. Dal punto di vista della pastorale liturgica ed ecclesiale il contributo di questi monaci è stato epocale. Tante altre cose si potrebbero dire…

Se avessi scritto un saggio lo avrei farcito con citazioni dotte, prese dagli scritti di Colombano e da testi del magistero pastorale della Chiesa. Tutto questo non è possibile in un post. Penso che vada bene così. Anzi che sia meglio cosi.

Buona festa di san Colombano.

Una Risposta

  1. Grazie veramente molto interessante è un ottimo servizio pastorale grazie x l’impegno quotidiano prezioso

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