Accoglienza attiva

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Intervista a mons. Gian Carlo Perego
– Da “Il Ponte” del 4 marzo 2018 –

Le parole della Chiesa su migranti e rifugiati

Questo il titolo e il tema di un incontro organizzato lunedì 19 febbraio dalla parrocchia di Santarcangelo. Un Teatro Supercinema colmo ha ascoltato con grande attenzione mons. Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara e per tanti anni Direttore generale della Fondazione Migrantes. Il suo linguaggio è diretto e chiaro.

Monsignor Perego, qualcuno critica la Chiesa, come se, con papa Francesco, avesse all’improvviso scoperto il dramma dei rifugiati e dei migranti…
“Quello letto qualche giorno fa, in occasione della giornata del rifugiato e del migrante era il 103° messaggio che i Papi inviano su questo tema. Quella giornata ha compiuto 103 anni.
Infatti, nel dicembre 1914, dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, papa Benedetto XV indirizzava una lettera a tutti i vescovi italiani nella quale li invitava a celebrare in diocesi una Giornata per i migranti e i rifugiati. La guerra aveva creato molti profughi, lavoratori e famiglie emigrate espulse (un milione furono gli emigrati italiani cacciati dai paesi in guerra). Per loro il Papa chiedeva gesti di solidarietà e accoglienza. 1.200.000 italiani furono accolti in 200 città e fra queste Rimini. 103 anni dopo, sono 24 milioni nel mondo i rifugiati in fuga, non da una, ma da 37 guerre in atto. Inoltre il debole sviluppo e la mancanza di un’equa distribuzione dei beni della terra generano 232 milioni di migranti nel mondo. Papa Francesco indica nei migranti e i rifugiati i volti per la «speranza di un futuro migliore». Nel primo messaggio di Benedetto XV cent’anni fa, è presente lo stesso versetto della Bibbia che Francesco ha usato nel messaggio di Lampedusa: «Dovè tuo fratello?»’.’

Oggi la Chiesa è impegnata a sostenere un’accoglienza più personale e non “di massa”…
“Non da oggi. Di fronte allo Stato che favoriva la creazione di grandi centri profughi, già dai tempi del primo conflitto mondiale, la Chiesa ha sempre proposto realtà piccole, come parrocchie, conventi, dove fosse possibile un incontro diretto e personale con il bisogno. Anche per questa ragione abbiamo chiesto come Migrantes la chiusura di strumenti come i CIE (Centri di identificazione e di espulsione), figli di una stagione ideologica e costosissima di trattamento dei migranti.”

Passare dalla cultura dello scarto alla cultura dell’accoglienza, come dice il Papa, cosa significa concretamente?
Significa investire nelle relazioni; significa educare all’accoglienza e all’incontro, per superare paure e distanze nei confronti degli immigrati; significa investire in percorsi di lotta allo sfruttamento e alla discriminazione nei diversi luoghi della vita; significa, in una parola, riconoscere l’altro non come un nemico, ma come un fratello. Questa cultura della fraternità e della prossimità, che la figura del Buon Samaritano, più volte ricordata da papa Francesco sulla scia dell’insegnamento del Concilio Vaticano II, è quella a cui indirizzare le nostre comunità cristiane nei diversi itinerari educativi”

Molti insistono sulla paura di un’Italia invasa da orde di migranti, che avrebbero come primo scopo quello di cancellare la nostra cultura.
“È importante evidenziare, spiegare con i numeri e non le impressioni, che l’Italia non è stata affatto invasa. Infatti per molte persone è terra di passaggio per raggiungere famiglie e comunità in altri paesi europei dove, tra l’altro, esistono maggiori possibilità lavorative, ma anche strumenti e modalità di accoglienza più efficaci. Su 620.000 persone sbarcate in questi ultimi 4 anni solo 180.000 sono oggi presenti sul nostro territorio. E poi, noi, che siamo così poco attenti ai numeri reali, dovremo anche ricordare che dal 1876 al 1976 sono stati 70 milioni gli italiani immigrati nel mondo”

C’è chi si sta appellando all’identità cattolica del nostro Paese per invocare una frontiera più rigida e severa.
“Non si può tutelare il diritto all’emigrazione scegliendo i migranti, ognuno ha questo diritto innato e quindi ogni persona, di qualsiasi paese e di qualsiasi religione ha il diritto di mettersi in viaggio e creare una situazione di vita migliore per sé o per la sua famiglia. È un’assurdità sul piano giuridico e anche sul piano umano. Semmai come ha anche detto il card. Tauran (presidente del pontificio consiglio per il dialogo inter-religioso) la religione non è il problema, ma la soluzione del problema.
Quindi dialogo religioso e incontro religioso, già inaugurato da Giovanni Paolo II 25 anni fa ad Assisi, e poi continuato, sono la strada su cui costruire questa convivenza pacifica e ogni luogo religioso è un luogo importante per costruire incontro, sicurezza e dialogo”

La tentazione dei muri però è forte.
“È vero. Potrebbe venire la tentazione di alimentare il rafforzamento della frontiera, ma è invece giunto il momento di investire in relazione e integrazione, sapendo che noi invecchiamo e i Paesi dai quali provengono gli immigrati sono in maggioranza giovani. Come si può fermare il desiderio, la speranza, la fame di un popolo che guarda al futuro? Tutte le volte che ritornano le frontiere, inoltre, si penalizzano tutti, anche noi stessi”

Anche nell’uso del linguaggio non si scherza.
“Il modo di parlare, alimentare alcune interpretazioni ed esasperare alcuni fatti che capitano dentro la logica di una cultura di razza porta chiaramente a far emergere alcuni fenomeni che sono latenti come quelli razzisti, che fortunatamente fino ad oggi non si erano molto evidenziati sul piano culturale. Ma soprattutto c’è il rischio di alimentare una nuova forma di terrorismo fai da te nelle nostre città. Ideologia e ignoranza sono un frutto esplosivo. Utilizzare poi termini per comunicare l’immigrazione come ‘bomba sociale,’  disastro sociale’ significa non interpretare una sfida che invece è importante oggi. – lo hanno ripetuto più volte il Papa e i vescovi italiani – Si chiede un impegno per la sicurezza sociale, per progetti e percorsi di integrazione, mediazione sociale e culturale. Utilizzare ancora termini come ‘clandestinità,’ ‘irregolarità? ‘respingimenti’ significa non interpretare i fatti, dividendo le nostre comunità, mentre il territorio ha bisogno di relazioni e di  costruire nuovi legami. L’immigrazione sia governata a partire dall’accoglienza e non a partire da rifiuti e violenza. Questi fatti ci interpellano su una politica che sappia rispondere anche a questa esigenza”

Nella sua relazione ha parlato di “meticciato”, come di una realtà ineludibile.
“Siamo un Paese che sta invecchiando rapidamente, se ci chiudiamo moriamo… Come dice anche il cardinale Scola, se non siamo capaci di promuovere una cultura dell’incontro non abbiamo speranza. Non sono opinioni, ma dati certi. Lo ribadisco con i numeri: mezzo milione di famiglie miste in Italia, un milione che fa ricorso a badanti immigrati, uno studente straniero ogni dieci e altrettanti lavoratori…. Neppure l’immigrazione risolverà il problema demografico. Certo occorre cambiare la logica dell’accoglienza, perché coloro che sono accolti diventino ciò che sono, una risorsa. Non basta accoglierli sulle barche, metterli in un centro, dar loro da mangiare e due euro per le spese. Serve capire la loro storia, il loro cammino, costruire percorsi di tutela per quello che già sapevano fare, dare sostegno per quello che sono. La nostra logica dell’accoglienza è stata quella di garantire la nostra  sicurezza, non la loro. Così abbiamo pensato alla nostra salute e non a quella di chi arrivava. Non abbiamo pensato alle violenze che avevano subito… peri minori abbiamo riaperto gli istituti… La nostra accoglienza è passiva e questo ha creato disagio,  malcontento sociale.
Perché non valorizzarli, perché non impegnarli magari in un servizio civile utile? Costerebbero di meno e sarebbero più accolti. L’accoglienza è fatta di opportunità. Siamo il  paese più vecchio del mondo! Non c’è accoglienza senza tutela. La sfida vera è mettere insieme le risorse delle persone. È un’ingenuità respingere le persone senza valutarne appieno le potenzialità. L’integrazione è un processo bi-univoco, di meticciato”

Un ruolo fondamentale tocca alle nuove generazioni…
“Certo, grande importanza anche in questo ruolo, all’interno della nostra società, tocca alle nuove generazioni, che, figlie di immigrati, sono nate o comunque cresciute in Italia. Questi giovani sono un patrimonio immenso, poiché testimoni di un incontro: cresciuti in Italia, hanno avuto anche l’opportunità di entrare in contatto con la tradizione e gli usi dei loro genitori. È perciò importante interessarsi a questo nuovo tassello di mondo giovanile. Non bisogna lasciare i giovani senza una proposta. Occorre creare luoghi veri e propri in cui le culture si conoscano e s’incontrino”

(a cura di Giovanni Tonelli)

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