Quarantena: vivere solo la dimensione del tempo

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Scrivo questo testo come promemoria per me e anche verificare e per condividere quello ho vissuto in questo lungo tempo.

Il mio isolamento è iniziato il 3 marzo, martedì della prima settimana di quaresima, e per adesso sembra estendersi dentro la settimana santa. Sono in attesa di fare il tampone che certifica la mia guarigione (probabilmente la prossima settimana).
Un mese chiuso nella mia stanza, senza poter uscire, è un’esperienza che non avrei mai pensato di fare; eppure l’ho vissuta e sono abbastanza sereno. Qualcuno, conoscendomi, mi chiede come abbia fatto, io che sono sempre super attivo…
Semplicemente, un giorno alla volta, così come ci insegna il Vangelo e come dovremmo vivere sempre.

Di solito noi comprendiamo la nostra vita secondo due coordinate fondamentali: lo spazio ed il tempo.
La nostra vita, normalmente, si svolge in luoghi e tempi diversi che, insieme,  caratterizzano i vari momenti (lavoro, casa, parrocchia, …).

Quando, come è successo a me e a moltissimi altri (oggi che scrivo si dice che nella provincia di Rimini siamo in duemila in isolamento/quarantena), lo spazio è limitato, è sempre il medesimo per un lungo periodo, tutto si gioca sulla dimensione del tempo.
In effetti il tempo è la dimensione più importante della vita che ho vissuto in questo mese.

Tempo della malattia, tempo della ripresa, tempo dell’attesa
Questo “lungo” tempo non è stato tutto uguale. I periodi che ho vissuto sono stati diversi e ben caratterizzati.
Prima c’è stato il tempo della malattia, con la febbre, la tosse, un po’ di fatica a respirare, la fatica a dormire la notte, … è un tempo che passa veloce, tra terapie, misurazioni della temperatura, sonnellini quando il tuo organismo lo richiede, pasti consumati con fatica per l’inappetenza … La malattia, anche se non si manifesta in modo tragico, come è accaduto a me, assorbe quasi completamente, non lascia tanto tempo per altro. A me rimaneva un po’ tempo da spendere nella preghiera, nella scrittura dei commenti al Vangelo (che sono riuscito a mantenere), nella visione di qualche film… poco altro.

Poi c’è stato il tempo della ripresa, che per me è iniziato sabato 14 marzo, paradossalmente il giorno in cui mi hanno comunicato che ero positivo al Covid-19 e in cui è iniziata la mia quarantena ufficiale (e anche quella dei preti che vivono con me). Di fatto, in quel periodo, non ho più avuto la febbre e questo mi ha consentito di vivere il tempo in un modo diverso. C’erano ancora le terapie, le misurazioni della temperatura, ma, nonostante le energie non fossero tante, potevo dedicare un po’ di tempo alla lettura, allo studio, alla celebrazione dell’eucaristia e della liturgia delle ore, agli incontri in video conferenza. Il tempo si è un po’ dilatato ed ha fatto entrare altro, soprattutto grazie alla tecnologia.

Infine c’è il tempo dell’attesa che sto vivendo ora. Mi sento bene; dentro la mia testa sono guarito, ma non posso ancora considerarmi libero. Ho scelto di essere obbediente, in modo rigoroso, alle richieste che mi vengono rivolte dall’autorità sanitaria, senza sconti, perché sento forte la responsabilità di preservare dal contagio coloro che vivono con me o con cui potrei entrare in contatto. Ovviamente desidero uscire dalla mia stanza, riconquistare almeno lo spazio della casa, avere la possibilità di una visita in chiesa … ma devo attendere. Ho già scritto che nella nostra cultura l’attesa è considerata un tempo sprecato; invece ho imparato, proprio attraverso la vita cristiana, che l’attesa è un tempo per allargare lo spazio del desiderio e preparasi a vivere meglio ciò che ci verrà donato. L’attesa è un tempo fecondo che richiede pazienza, ma anche lavoro su di sé, per purificare il desiderio e renderlo più capace di accogliere ciò che si prepara per noi.

Il tempo della giornata: l’esempio dei monaci
Ho cercato di vivere il mio tempo nella intensità di ogni giorno, vivendo un ritmo ordinato nello svolgersi della giornata, e devo dire che questo mi ha aiutato molto a non perdermi, a tenere in mano questo periodo della mia vita e a renderlo fruttuoso.

Penso che quando viene meno una struttura esteriore che ci contiene, il pericolo è che tutto il tempo diventi uguale e non sappiamo più come viverlo bene.
Avere un programma preciso della giornata, con tempi definiti e dedicati, mi ha aiutato molto. Definire il tempo della sveglia, delle pulizie, della preghiera, della messa, del lavoro, delle telefonate, del riposo, dello svago … in modo preciso, mi ha permesso di vivere ogni giorno in modo significativo e di sentire che non ho perso nessuna giornata.
L’esempio dei monaci, con i quali con condiviso qualche periodo bello della mia vita, mi ha molto aiutato vivere questo tempo come un’occasione e non come una fatalità da subire.

L’aiuto ricevuto e la debolezza sperimentata
Certamente la serenità di questo tempo è stata garantita soprattutto da chi mi ha sostenuto con la preghiera e non facendomi mancare nulla di necessario.
Penso alla mia dottoressa, che mi ha chiamato praticamente ogni giorno, e ai tanti medici amici e amiche che si sono preoccupati molto per me; penso ai preti di Santarcangelo, che si sono fatti carico anche delle mie esigenze concrete (pasti, lavanderia, …); al Vescovo e ai preti della Diocesi, che in modo commovente si sono fatti sentire come veri amici; penso a tutte le persone che si sono rese presenti in modo affettuoso e cordiale, che hanno riempito le mie giornate con messaggi, telefonate, email, e tutto ciò che oggi abbiamo a disposizione per rimanere in contatto anche in situazioni limite; penso ai tanti che mi hanno stimolato con riflessioni, che mi hanno chiesto di essere prete anche in queste circostanze, che mi hanno chiesto di rimanere “al lavoro” senza pensare che questo potesse essere un tempo di vacanza.

Certo ho sperimentato una debolezza forte, che non avevo considerato, ma questa debolezza è diventata lo spazio che ha permesso al Signore e a tanti di dimostrarmi che mi vogliono bene … ed è stato davvero un tempo ricco.

Come uscirò da questa quarantena?
Prima di tutto devo ringraziare il Signore per due motivi importanti: sono stato graziato, perché non ho sofferto troppo le conseguenze di questo contagio (non era affatto scontato vista l’esperienza di tanti altri) e perché – per quello che so – non ho contagiato nessuno (per me è stato un bel sollievo). Questi sono due motivi di ringraziamento quotidiano, in questo tempo e in quello che verrà.

Sono contento di come sono riuscito a vivere questo tempo; mi sento fortificato e consolidato in alcune dimensioni interiori che nel corso della vita avevo già curato, ma che in questo tempo sono state messe alla prova.

Sono desideroso, come tanti, di riprendere una normalità della vita e delle relazioni, fosse anche solamente la possibilità di mangiare e pregare insieme ad altre persone.

Sono consapevole che i doni che il Signore mi ha fatto dovranno esser messi a frutto. Le riflessioni di questi giorni, che chiedono di essere verificate sul campo e diventare proposta di vita; un maggiore tempo dato alle relazioni personali gratuite; un tempo ordinato per la preghiera e il lavoro; ma soprattutto la consapevolezza che la grazia che il Signore mi ha fatto sperimentare in questo tempo dovrà essere spesa e condivisa in qualche modo che ancora non conosco.
Tutti i doni che il Signore ci concede devono essere condivisi!
Mi è sempre capitato di riconoscere che le grandi grazie ricevute, in alcuni periodi della mia vita, mi hanno portato a dei cambi di passo, a delle chiamate inattese su cui il Signore mi ha chiesto di spendermi.
Questo tempo di attesa è dunque un tempo di ringraziamento, di gratitudine e di nuova gratuità; è un tempo di libertà e di disponibilità a pronunciare nuovi “sì”, per ciò che la volontà di Dio vorrà manifestare a suo tempo.

Il tempo dell’attesa non si concluderà con l’esito negativo del mio tampone. Rimango in attesa e pronto per ciò che il Signore vorrà chiedermi.
Non ho timore perché lui ha cura di me.

Pubblicato da tecnodon

Prete cattolico. Formatore in seminario ed Assistente AGESCI

7 pensieri riguardo “Quarantena: vivere solo la dimensione del tempo

  1. Con queste tue note hai già speso e condiviso la grazia che il Signore ti ha fatto sperimentare, per usare le tue stesse parole. Grazie per averci fatti partecipi della tua vita, per averci sostenuti con il tuo coraggio, per aver sostenuto la nostra fede e la nostra speranza. A presto.

  2. Carissimo Don Andrea bellissima questo tua riflessione sulla malattia , sul tempo dell’attesa, e soprattutto sulla preghiera. Hai proprio ragione questo tempo di chiusura in casa ci ha dato una grande apertura su tutto ciò che è importante nella vita quotidiana e soprattutto cristiana. In questo periodo scopri dei doni che il Signore ci ha donato dei quali non ce ne siamo mai resi conto: la famiglia, i figli, i nipoti, la parrocchia, gli amici e per me che sono un’insegnate i miei tre bambini con handicap, e ti accorgi che non davi l’importanza a tutto con la passione con la quale lo sto facendo in questo tempo di attesa, tornare alla vita quotidiana e tornare con più consapevolezza e con amore da donare agli altri. Grazie di cuore don Andrea, ricordati che ti vogliamo bene e che sei sempre nei nostri cuori e soprattutto nelle nostre preghiere.

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