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La compassione di Dio

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Spesso la critica più radicale che viene rivolta a Dio è quella della sua indifferenza rispetto al male del mondo, alla sofferenza dell’uomo, all’ingiustizia subita dall’innocente.

Forse è questo il motivo per cui il vangelo insiste nel rivelarci un volto di Dio che si muove a compassione di fronte alla sofferenza e, cosa ben più importante, che si fa carico di questa stessa sofferenza.

Per noi la compassione si risolve spesso in un sentimento ed in un’emozione forte, ma non sempre la nostra emozione si converte in un’azione compassionevole. Altre volte la nostra azione è prevalentemente auto-consolatoria: non diventa una vera presa in carico, ma si risolve in una piccola cosa che risolve il nostro senso di colpa e ci fa sentire un po’ più buoni (è il caso degli sms solidali; una bontà certificata a buon mercato).

Non è questa la compassione di Dio che Gesù ci rivela. La sua compassione diventa condivisione e dono totale di sé stesso. L’icona più evidente della condivisione è quella del battesimo al Giordano in cui Gesù scende nell’acqua con i peccatori per testimoniare la scelta di immersione nella situazione di sofferenza dell’umanità. Quella del dono di sé lo abbiamo nella moltiplicazione dei pani. In quel gesto profetico Gesù rivela la via scelta da Dio per farsi carico della sofferenza dell’uomo; Gesù non interviene erogando un pane (magico) dal cielo, ma Gesù chiede ai suoi discepoli di donare tutto quello che hanno – in definitiva sé stessi – per testimoniare la loro compassione.

Ho trovato questo testo del card. Martini che credo possa ben concludere questa piccola riflessione.

Insegnaci, o Dio nostro Padre, una grande compassione, la compassione che tuo Figlio Gesù ha mostrato nella vita e nella croce. Insegnaci come la compassione, la bontà, l’amore siano vitali per il futuro dell’umanità. Insegnaci a capire noi stessi, a superare le differenze di lingue, di culture, di tradizioni così da saper cogliere la verità presente in ogni persona umana, perché tutti siamo amati da te, o Padre, tutti siamo stati creati da te quali figli nel tuo Figlio, tutti siamo ricolmi dello Spirito santo che ci muove alla confessione e alla riconciliazione. Amen.

Card. Carlo Maria Martini, Vedere il mondo con gli occhi di Dio, In dialogo

Le promesse di bene

Ecco verranno giorni – oracolo del Signore – nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa di Israele e alla casa di Giuda. Ger 33,14

Il tempo dell’avvento che oggi comincia è un tempo in cui fare memoria delle promesse di bene del Signore. In questi giorni, in cui si fa mediaticamente più pressante l’attesa di un giorno catastrofico per la fine del mondo, noi cristiani, ancora una volta, incominciamo ad attendere il compimento delle promesse di Dio che non saranno di catastrofe, ma promesse di bene.

E’ questa consapevolezza che ci porta a pregare: “Maranathà, vieni Signore Gesù” e a levare il capo per attendere la nostra liberazione.

Non crediamo che questo mondo si un inferno, perché il Signore si è reso presente in questo mondo e ci ha ha insegnato ad amarlo; in questo mondo ogni giorno ci impegniamo a porre segni di novità, semi di speranza, condividere il pane della carità, che ci consente di vivere nel tempo e di essere pienamente uomini, non naufraghi aggrappati ad un relitto che difendono il poco che possiedono da ogni potenziale aggressore. Pur tuttavia attendiamo i nuovi cieli e la nuova terra perché sappiamo che le promesse di bene del Signore ancora si devono compiere nella pienezza.

Il tempo dell’avvento è il tempo della memoria di un’attesa. L’attesa può essere memoria solo se ha intuito e intravisto ciò che attende. L’attesa può essere memoria solo se si fonda sulla certezza del bene che proviene da colui che è il protagonista di ciò che si attende.

Tempo di avvento. Tempo di attesa vigilante. Maranathà. Vieni, Signore.

SantaXColombia

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