Una chiamata inattesa

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Carissimi amici e amiche della parrocchia di Santarcangelo e cari amici tutti, come avete saputo dal Vescovo sono in partenza per Bologna, per assumere il servizio di rettore del Seminario Regionale, dove, da cento anni, si formano i seminaristi delle diocesi di Bologna, Ferrara e della Romagna.
È davvero difficile per me trovare le parole per condividere quello che sento in questo momento: i pensieri e le emozioni si sovrappongono e si confondono. Sarò breve e cercherò un’altra occasione per approfondire quanto sto vivendo.

Prima di tutto sento che è cosa buona e giusta rendere grazie al Signore perché, anche se in modo inatteso, ha rivolto il suo sguardo su di me per chiamarmi nuovamente alla sua sequela, perché lui sa che ho bisogno di sentire che la mia vita è guidata da lui e non da me o dai miei progetti. In questo passaggio, sento che si rinnova per me quanto il Signore ha detto a Pietro nel loro ultimo incontro: In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi”. Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: “Seguimi” (Gv 21,18-19).

Dal punto di vista della fede è per me evidente che questa chiamata viene dal Signore, tramite la Chiesa. Sono prete da trent’anni (dal 1990), e avevo già dedicato al servizio di formatore in seminario ben diciotto di questi anni: pensavo fosse sufficiente. Eppure è arrivata questa chiamata impensata, inattesa e in un momento della mia vita in cui, come sapete, ho dovuto fare i conti con la fragilità della malattia.
I dialoghi che ho vissuto con il Vescovo Francesco sono stati trasparenti: non ho tenuto nascosto nulla delle mie preoccupazioni e dei miei pensieri. Mi sono sentito ascoltato e accompagnato dal Vescovo che, alla fine, mi ha confermato in questa chiamata al servizio del Seminario Regionale di Bologna. La sua conferma per me è stata il sigillo che questo è quanto mi domanda il Signore. Questo, anche se non toglie la fatica per lo strappo e la preoccupazione per il futuro, per adesso è sufficiente per farmi partire sereno.

Dal punto di vista personale sento nostalgia al pensiero di dover partire da Santarcangelo, per le tante belle relazioni che si sono create di cui voglio davvero ringraziare il Signore.
Ero stato inviato in questa parrocchia nel 2016 e l’impressione che avevo avuto, fin dal mio arrivo, era che ci sarei stato per molti anni, come don Sergio e don Giancarlo prima di me. In questi quattro anni mi sono speso senza risparmiarmi, senza tenere nulla da parte, donando tutto me stesso convinto che qui avrei condiviso tutto della mia vita.

Ora ci troviamo a vivere un momento di vita della Chiesa e come tale dobbiamo viverlo tutti: nella fede e nella comunione.
Nella fede perché dobbiamo chiedere a Dio di custodirci in questo passaggio e di ricordarci che è lui (e non le persone) che conduce la nostra vita e la vita della nostra comunità; nella comunione perché ci viene chiesto di ragionare con un cuore e una mente ampia che non pensa solo al nostro bisogno, ma che sa farsi carico delle necessità della Chiesa tutta.

Nei prossimi giorni cercherò di condividere alcuni pensieri sulla nostra comunità per fare memoria del cammino compiuto e tracciare quello che, secondo me, si può continuare.

Fin da ora vi chiedo di accogliere don Giuseppe Bilancioni, il nuovo parroco, come un grande dono: anche per lui credo non sia stato semplice lasciare una comunità in cui era da molti anni per venire a Santarcangelo. La vostra calda e festosa accoglienza sia di  rassicurazione a lui e di consolazione alle persone che lo saluteranno con commozione.

Questo passaggio segna anche un passo in avanti nella condivisione di impegno con la parrocchia di san Vito, un passo molto desiderato da don Giuseppe, che, soprattutto negli ultimi anni, ha lavorato perché tutto questo accadesse. Anche questa prospettiva ci deve vedere impegnati e coinvolti in modo positivo e costruttivo. Voglio fare gli auguri a don Ugo che assume la responsabilità di questa comunità parrocchiale: so che saprà mettersi a servizio con disponibilità, generosità e grande intelligenza.

Pur nei vincoli che le condizioni di questo tempo ci impongono, ci sarà il tempo e il modo anche per vivere i saluti, i ringraziamenti, le richieste di perdono e per affidarci reciprocamente alla misericordia di Dio.
Per adesso prendiamoci un po’ di tempo di silenzio per comprendere bene cosa sta accadendo, cosa il Signore ci sta domandando di vivere, quale passo in avanti ci chiede di compiere.
Vorrei condividere con tutti l’esempio di san Giuseppe che, di fronte alla maternità inattesa di Maria, non ha reagito istintivamente, non si è neppure lasciato guidare da una logica di giustizia teorica, ma, proprio perché era uomo giusto, si è lasciato condurre da Dio a vivere questa particolare esperienza che il Signore aveva preparato per lui.
Il Signore ci conceda la stessa docilità di cuore per sperimentare le cose grandi che lui ha preparato per tutti noi e che sapremo vedere se ci fideremo di lui.

Valmarecchia mini trek

Oggi mi sono preso una giornata per camminare, riflettere e pregare. Per la scelta del percorso sono andato sul sicuro, tornando sul sentiero di san Francesco che avevo molto apprezzato cinque anni fa. Sono partito da Ponte Santa Maria Maddalena e passando da Sant’Igne e da san Leo ho raggiunto e scalato il Maioletto; scendendo poi alla chiesa di Maioletto, sono tornato al punto di partenza per un totale di 27 km. Pur conoscendo il percorso, ho sbagliato strada tre volte: la più “grave” è stata l’ultima, perché per ricuperare il sentiero ho dovuto guadare il Marecchia, cosa peraltro gradevole, visto il caldo e il sole di oggi. Qualche scatto degli scorci e dei paesaggi che mi hanno riempito gli occhi e il cuore.

Biforca – Montefotogno
Scorcio su san Leo
Sant’Igne
Duomo di san Leo
Maioletto visto da san Leo
Bassorilievo rappresentante l’antico borgo di Maioletto prima della frana
San Leo visto dalla strada per Maioletto
Chiesa di Maioletto
Scorcio su Talamello

La Valmarecchia presenta scenari incantevoli soprattutto in questa stagione. Benedetto sei Tu Signore in tutte le tue creature.

Un pensiero per Bose

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Le notizie che sono arrivate sulla comunità di Bose mi hanno fatto molto male.
Questa comunità rappresenta un punto di riferimento importante per tanti cristiani e cristiane in Italia e nel mondo. A Bose tanti giovani e adulti si recano per abbeverarsi al pozzo della Parola annunciata e vissuta e della preghiera comune. Bose è stata ed è un faro di luce ed un’oasi di pace per tanti e tante.

Proprio nei giorni in cui il Vangelo ci introduce nell’esigenza dell’unità tra i discepoli di Gesù, in una comunità di persone stimate sentiamo che il seme della divisione ha messo le sue radici.

Saranno molte le reazioni scomposte di fronte a queste notizie. Alcune si possono immaginare; devo ammettere che alcuni pensieri sono passati anche nel mio cuore e nella mia mente.

Questa sera però prevalgono due sentimenti contrapposti: il primo è una grande tristezza per quella comunità così bella; che peccato che il nemico di Dio abbia seminato la discordia e sia stato necessario l’intervento dell’autorità per dirimere un conflitto interno.
L’altro è di speranza e di consolazione: noi rimaniamo scandalizzati davanti al peccato, ma in questo caso ci viene presentata anche la cura. Quella comunità di monaci e monache, di fronte al pericolo della spaccatura interna, ha chiesto aiuto alla Chiesa che è intervenuta per sanare il conflitto. E’ bene che questo sia avvenuto e che il male sia stato riconosciuto.

Noi ci concentriamo prevalentemente sul peccato (che c’è!), ma dovremmo anche vedere come qualcuno di saggio sia intervenuto per sanare e guarire.

Se un primo istinto era stato quello di giudicare quanto accadeva, il secondo pensiero mi porta a domandarmi: ma se sono caduti loro che sono così bravi, cosa potrebbe accadere a me e alla nostra comunità? Signore abbi misericordia di noi e custodiscici nell’unità e nella pace.

Incoerenza

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Gli educatori sanno che i divieti vanno motivati e devono essere molto circoscritti.
Non si può educare a suon di divieti! Eppure…

L’emergenza sanitaria ci ha proiettato in un mondo di grandi limitazioni corredate da pesanti sanzioni. Ho letto su un giornale che a Pavia, un ragazzo e una ragazza “fidanzati” sono stati multati (400 euro a testa), quando eravamo ancora in “fase 1“, perché si sono abbracciati per la strada dopo molti giorni che non si vedevano.
Serve questa multa? Passa un messaggio educativo? Sono perplesso…

Rimango molto perplesso anche di fronte allo “stracciamento di vesti” generale riportato  in questi giorni dai giornali e dei vari media a proposito degli eccessi della cosiddetta “movida” del weekend; e sono ancora più perplesso di fronte ai provvedimenti assunti dagli amministratori locali, che vanno quasi tutti nel senso di ulteriori limitazioni nella chiusura dei locali, nella chiusura dei luoghi di ritrovo dei giovani, nella restrizione degli orari … solo limiti e sanzioni. Non abbiamo altro da dire? Non sappiamo dire altro?

Se l’intento di tali interventi è educativo e non solo emergenziale, a me sembra che ci siano una serie di incoerenze, di messaggi falsati, che è importante riconoscere, perché, anche se animati da buone intenzioni, il risultato potrebbe essere deleterio.

Trovo molto incoerente, per esempio, vedere tutti questi giovani per la strada e nei locali di ritrovo e di consumo e pensare che le scuole e le università siano chiuse per prevenire il contagio. Mi chiedo non sono gli stessi? Perché si dovrebbero contagiare stando insieme a scuola e non in un locale? Perché non ci impegniamo a farli incontrare in luoghi significativi (biblioteche, scuole, università, circoli giovanili) … con le stesse misure di prevenzione che riteniamo sufficienti in un bar, un pub o in un ristorante? Leggendo l’ultimo DPCM, mi chiedo: perché non sarà possibile fare attività con questi giovani in “gruppi informali” (come per esempio quelli associativi: scout, oratorio, associazioni culturali e sportive) fino al 15 giugno, mentre per loro rimane solamente la possibilità di frequentare i locali? Ma poi diciamo che i locali vanno frequentati con moderazione e distanziamento … Non è un’incoerenza? Non è un messaggio ambiguo?

Alcuni (molti?) dei giovani che oggi sono nella cosiddetta “movida“, sono gli stessi che in “fase 1” si sono mossi per animare esperienze importanti di servizio verso i più fragili, esperienze che, attualmente, sono ritornate in capo alla Protezione Civile. Mi chiedo: perché non si potrebbe pensare di proporre qualcosa di attivo a questi giovani? Perché non valorizzare la loro inventiva e generosità? Perché non segnalare che, non solo non è terminata l’emergenza sanitaria che ci richiede prudenza, ma soprattutto non è terminata l’emergenza sociale che ci richiede di essere solidali e creativi. Chi passa questo messaggio? Cosa chiediamo ai nostri giovani oltre che stare a distanza nei locali? Quali possibilità “altre” stiamo loro concedendo?

Per un breve periodo, che ha coinciso con la “fase 1” della epidemia, quando tutto era chiuso e bloccato, abbiamo smesso di considerare i nostri giovani solamente come dei consumatori e, alcuni di loro, autonomamente, hanno preso l’iniziativa e sono divenuti i protagonisti di azioni solidali molto belle e creative. Si sono organizzati da soli, hanno costruito delle reti, hanno studiato le regole d’ingaggio e di prevenzione richieste dall’emergenza e si sono adeguati per raggiungere il loro scopo.
In questa “fase 2” diamo a loro la possibilità di uscire, ma rischiamo di relegarli nuovamente al ruolo di consumatori – altrimenti l’economia non riparte -, ma poi ci raccomandiamo che non esagerino, altrimenti si blocca tutto … qual è il messaggio che stiamo mandando?
L’esagerare è tipico dell’età adolescenziale e giovanile: non esistono i giovani moderati! La sfida dei limiti è caratteristica dei giovani sia in senso positivo – come hanno dimostrato con la loro intraprendenza solidale – sia in senso negativo, con i fenomeni trasgressivi che ben conosciamo.

A me sembra che, invece che proibizioni e sanzioni, dovremmo essere più capaci di favorire il loro protagonismo, affidare anche a loro l’organizzazione di questa fase per quanto riguarda la ripartenza di alcune strutture. Perché non chiedere loro cosa vorrebbero fare e provare a verificare se le loro proposte sono compatibili con le esigenze della crisi sanitaria ancora in corso? In “fase 1” ci hanno dimostrato di sapersi adeguare alle regole del gioco, quando entravano in campo da protagonisti; perché non potrebbero giocare da protagonisti anche ora?
Un paese che deve ripartire, deve dare fiducia ai suoi giovani, chiedendo loro di essere responsabili, non solo nell’osservare delle regole che pongono dei limiti, ma responsabili  in senso attivo di una realtà che deve rinascere, una realtà nella quale loro per primi sono chiamati a fare la loro parte, a portare la loro opinione, a proporre delle soluzioni.

Un esempio positivo, proprio in questi giorni, lo abbiamo nel mondo delle università.
A fronte di regolamenti ambigui e penalizzanti forniti dal Ministero a proposito degli esami estivi da sostenere on-line, alcuni studenti hanno preso l’iniziativa e hanno elaborato delle proposte sul merito, che ai rettori delle università sono sembrate sensate e utili, oltre che meno penalizzanti. Queste proposte sono state adottate perché si è riconosciuto che anche gli studenti sono capaci di elaborare soluzioni concrete e di riconoscere il valore delle regole. In questo caso gli studenti per primi hanno dichiarato il loro interesse nel difendere il valore dei loro titoli e non essere considerati i “laureati del tempo del Coronavirus” in un contesto di assoluta anarchia.

Perché non facciamo come quei rettori? Perché i nostri sindaci non chiamano i giovani e si confrontano con loro su quello che desiderano vivere in questa “fase 2“? Perché non raccogliamo delle proposte invece di limitarci a porre limitazioni sull’unica possibilità che concediamo loro?
Mi piace credere che, come è già accaduto molte volte anche in queste ultime settimane, essi potrebbero mostrarci il loro volto migliore e renderci partecipi dei loro desideri, dei loro sogni, della loro voglia di costruire un mondo in cui le cose vanno bene, dove certamente servono regole chiare e condivise che promuovano il bene e il benessere di ognuno.

Capisco chi mi giudicherà un ingenuo, ma continuo a credere che nelle nostre città servano più educatori che controllori e sanzionatori, che occorra fare proposte positive per aprire “spazi” di vita. Penso che in questa ripartenza potremmo provare a “rischiare”: non credo rimarremo delusi. 

23 maggio – Giornata legalità

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Dall’indignazione all’azione

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Giovanni Falcone – 23 maggio 1992 Capaci
Vorrei dirvi: gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e cammineranno sulle gambe di altri uomini

Paolo Borsellino – 15 luglio 1992 Palermo
E’ bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola

Oggi, 23 maggio, è l’anniversario della strage di Capaci e della morte, per mano di Cosa Nostra, di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e degli agenti di Polizia della scorta.
Oggi 23 maggio è la giornata della legalità, una parola entrata nel vocabolario comune, ma un obiettivo ancora lontano nella nostra cultura ancora molto tollerante verso l’illegalità piccola o grande.

Il 23 maggio di ogni anno è celebrato da grandi manifestazioni di piazza in memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uccisi a distanza di pochi mesi.
Quest’anno non possiamo scendere in piazza, ma possiamo agire ad altro livello, non solo manifestando l’indignazione per l’illegalità, ma avviando e sostenendo un processo che ci aiuti a far crescere la cultura della legalità e della giustizia nei luoghi in cui viviamo.

Da più parti arrivano segnali preoccupanti circa l’interesse e l’impegno della criminalità organizzata per intervenire con grandi quantità di denaro sporco a sostenere o rilevare aziende in difficoltà a causa della crisi economica, soprattutto nel settore del turismo. Questi segnali ci sembra che debbano essere presi sul serio e che ci debbano mettere in allarme.
Ma la legalità non riguarda solo i fenomeni mafiosi o di grande corruzione.

In questo momento di emergenza, forte è la tentazione per tutti di prendere scorciatoie, risparmiando qualche soldo evitando fatture e scontrini e alimentando l’evasione fiscale.
Eppure in questi mesi passati, abbiamo toccato con mano l’importanza di un sistema sanitario pubblico, del sostegno alla scuola, alle imprese, alle persone più fragili. Abbiamo compreso meglio il valore del pagare le tasse e sostenere, con il fisco, uno stato sociale che è a favore di tutti. Ma quando è il momento sembra più facile pensare di risparmiare qualcosa frodando il fisco.

Oggi 23 maggio, vogliamo ripartire da noi per cambiare il mondo e renderlo più giusto.

Ci siamo chiesti: cosa possiamo fare nel nostro territorio? Come possiamo agire concretamente per far crescere la cultura della legalità nel nostro contesto?

Abbiamo pensato di incontrarci con il “gruppo di impegno politico e sociale” della zona pastorale in video conferenza mercoledì 27 maggio alle ore 18 in un incontro aperto a tutti gli interessati (Link per la connessione), per confrontarci su tre punti e trovare piste concrete d’azione:

– Di fronte all’allarme della magistratura rispetto alle infiltrazioni mafiose nel nostro territorio a seguito della crisi economica, come possiamo tenere alta la guardia? Come possiamo sostenere le persone che sono in difficoltà senza farle cadere nella maglie dell’usura? Come possiamo attivare una rete di sicurezza contro l’illegalità?

– Parliamo spesso di giustizia fiscale e di lotta all’evasione, ma ognuno di noi è tentato dalla “scorciatoia dello sconto” evitando uno scontrino o una fattura. Come possiamo far crescere la consapevolezza del peccato sociale dell’evasione fiscale piccola e grande? Tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo “sgarrato” sulla questione scontrino o della fattura. La tradizione cristiana richiede oltre al pentimento anche una riparazione al peccato commesso. E’ possibile creare un fondo di “riparazione” per l’evasione fiscale agita che vada a sostenere nuovi progetti di solidarietà e di inserimento lavorativo?

– E’ importante sostenere percorsi che aiutino a crescere nella cultura della legalità, prendendo coscienza dell’importanza dell’impegno di tutti. Come abbiamo acquisito competenze e fatto nostri dei protocolli per difenderci dal Coronavirus, occorre mettere in atto strategie sociali anche per difendersi dall’infiltrazione della criminalità organizzata, molto attiva sul nostro territorio, come le persone esperte ci stanno segnalando. Come attivare percorsi di prevenzione efficace? Come rafforzare un sistema immunitario sociale contro le infiltrazioni mafiose?

Nel giorno dedicato alla legalità e che precede il quinto anniversario della Laudato sì ,in cui ci viene ricordato che “tutto è connesso”, vogliamo riconoscere che, come è importante salvaguardare l’ecosistema ambientale per garantire la nostra salute e la salute della nostra casa comune, così è importante salvaguardare l’ecosistema sociale da quegli agenti inquinanti che rischiano di corrompere il tessuto delle relazioni e del nostro vivere comune.

Cominciamo da noi per cambiare il mondo.

Vi aspettiamo mercoledì 27 maggio alle ore 18 LINK

Prima del tuffo

Considerazioni in vista della prossima partecipazione alla liturgia

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La prossima riapertura alla partecipazione del popolo alla liturgia assomiglia molto ad un tuffo da un punto elevato in acque profonde.
Il tuffo è un’esperienza molto bella ed entusiasmante, ma richiede anche un po’ di prudenza, perché i rischi di incidenti sono alti e con conseguenze molto gravi.
Uso questa metafora per provare a mettere in fila alcune attenzioni che non spengano la gioia della possibilità di tuffarsi, ma che, contemporaneamente, tengano presente la necessaria prudenza. Nessuno vuole che accadano incidenti per imprudenza!

1. Un tuffo non è per tutti
Dobbiamo aver il coraggio di dirlo senza aver timore. In questa fase, la ripresa delle celebrazioni non potrà essere per tutti. Non è per volontà di escludere, ma perché ci sono dei limiti evidenti che chiedono di essere colti. Se, come abbiamo imparato, ci sono delle persone che devono essere tutelate nei contatti sociali, questo è vero anche nella celebrazione. Mentre riconosciamo e apprezziamo come una bella testimonianza il desiderio degli anziani o di altre persone più fragili di poter ritornare a messa, ci sentiamo in dovere di chiedere loro ancora un po’ di pazienza, fino a quando le cose non saranno più controllate e “l’accesso in acqua” più tranquillo. Non possiamo rischiare. Vediamo come va e poi procederemo per gradi.

2. Un tuffo non è una nuotata
Noi romagnoli siamo esperti nella balneazione e sappiamo che una cosa è un tuffo, altra cosa una nuotata nelle acque tranquille del mare. In questa fase dobbiamo dirci con serenità che le nuotate “nell’acqua della celebrazione” non sono consentite; non ci sono le condizioni per rimanere beatamente in acqua tutto il tempo e nel modo che si desidererebbe. L’immagine del tuffo ci parla di un’immersione profonda, ma con una riemersione veloce: è un’esperienza particolare e propria, e come tale va accolta e vissuta.

3. Un tuffo richiede molta prudenza
Pur essendo un’esperienza bellissima, un tuffo richiede grande prudenza in tutte le fasi della sua esecuzione: nello slancio, nell’ingresso in acqua, nella fase di immersione e di emersione. Ognuna di queste fasi esige la sua attenzione e la sua padronanza. Sappiamo bene cosa significhi e come sia pericoloso entrare male in acqua; così come è importante sapere come immergersi in acque con fondali differenti. Anche la partecipazione alla liturgia dovrà avere attenzione alle diverse fasi: non possiamo essere superficiali, perché alcuni rischi ci sono; dobbiamo esserne consapevoli. Per questo non sarà superfluo e neppure banale studiare bene come si dovrà attuare questa possibilità in tutte le sue fasi.

4. Alcune dotazioni necessarie
In alcune stagioni, quando ci si immerge in acqua, è necessario avere una muta per non soffrire troppo il freddo. E’ un’esperienza diversa da quella di un’immersione in acque tropicali. Così, anche chi si immerge in acque infestate da squali, deve farlo con attenzione e con alcune misure di sicurezza.
Anche noi avremo bisogno di alcune dotazioni: sarà necessaria per tutti la mascherina, la disinfezione delle mani all’ingresso, l’attenzione a certe disposizioni, la possibilità di partecipare solo per alcuni … dobbiamo prenderne atto perché i pericoli sono ancora attivi e dobbiamo imparare gradualmente cosa significhi vivere l’esperienza della celebrazione in queste condizioni. Se qualcuno le ignorasse, metterebbe a rischio sé stesso e gli altri; e questo non può essere ammesso.

In questa fase di progressiva riapertura delle celebrazioni noi corriamo due rischi molto importanti e opposti: il primo, il più evidente, è pensare che tutto possa ritornare come prima e che ognuno possa fare come meglio crede o come si sente, in nome del diritto/dovere di ogni battezzato di partecipare alla celebrazione. Dobbiamo dirci con tranquillità e determinazione che non è così; che dobbiamo avere pazienza e attenzione, perché i pericoli ci sono e sono importanti. Occorre procedere con calma ed intelligenza, lasciando da parte tutte le ideologie che, soprattutto in questa fase, non ci aiutano per nulla. 
Il secondo rischio, anche se opposto, è altrettanto ideologico, e lo ritrovo sostenuto da alcune figure autorevoli del mondo ecclesiale: poiché non sarà come prima, poiché ci saranno delle limitazioni sia nella possibilità, che nella modalità di partecipazione alla celebrazione, allora tanto vale attendere che ci siano le condizioni ottimali, perché questa non sarà comunque la liturgia che ci piace, quella che dovrebbe essere; anche questa posizione mi sembra pericolosa, come pericoloso mi sembra sempre porre l’alternativa o tutto o niente.

Ci viene data una possibilità e con essa fiducia.
Ci viene chiesta responsabilità e pazienza.
In questa fase di ripartenza non deve venire meno il discernimento; anzi, sarà ancora più necessario!
Ci possiamo e dobbiamo chiedere: cosa significa che la realtà è superiore a qualsiasi idea? Dall’esperienza dell’epidemia dovremmo avere imparato che la realtà va presa sul serio, che va accolta non solo come una limitazione inevitabile, ma come “un luogo” in cui la presenza e volontà di Dio si manifesta in modo nuovo, ma efficace, per orientare il nostro cammino e le nostre scelte.
Inoltre la ripresa delle celebrazioni con la presenza del popolo, non dichiara affatto superate tutte le altre esperienze creative che sono state poste in essere in questi mesi: le trasmissioni della messa alla TV o in streaming, le liturgie domenicali in famiglia, le liturgie della Parola, la liturgia delle ore.
Altre ipotesi potranno essere formulate nei nuovi scenari che si aprono, non spegnendo la creatività che viene provocata proprio dalla necessità di rispettare la realtà e le regole che ci vengono richieste per la tutela della salute e del bene comune.

Ci siamo cascati

Autocritica del giorno dopo

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Oggi, 28 aprile 2020 è “il giorno dopo“.
Il giorno dopo” è sempre un tempo significativo nelle vicende che ci hanno appassionato, perché permette di considerare le cose con maggiore lucidità dopo la calma della notte e dopo che gli spiriti si sono un po’ placati.

Ieri è stata una giornata rovente e agitata, tra dibattiti e interventi appassionati di vario tipo e vario spessore, sulla questione della partecipazione alle celebrazioni liturgiche dopo due mesi di dolorosa privazione.
La comunicazione del Presidente del Consiglio è stata per molti una doccia fredda, perché erano state date delle speranze; la successiva nota della CEI è stata la miccia che ha fatto esplodere la bomba del dissenso, e ha fatto emergere tutti i sentimenti che, fino a quel momento, erano stati espressi sottovoce o in privato all’interno di piccoli gruppi.
La nota della CEI, con toni molto netti e molto diversi dai comunicati che abbiamo ascoltato negli ultimi mesi, è stata interpretata come il segnale di via libera ad una serie di interventi di vario colore, da parte di esponenti di grande rilievo del mondo cattolico (vescovi, teologi, opinionisti): moltissimi si sono sentiti in dovere di intervenire a favore della Nota della CEI o, al contrario, sottolineando la sua incoerenza con lo stile evangelico.
Molti di più sono stati coloro che, dalla grande e variegata base ecclesiale, hanno voluto esprimersi tramite i vari canali social; tutti questi interventi, semplificando molto le sfumature, si possono  raccogliere introno a tre posizioni diverse:
– quella di coloro che sottolineano il bisogno non differibile e il diritto costituzionale di partecipare alle celebrazioni comunitarie, pur nel rispetto delle precauzioni richieste, ed hanno salutato con gioia l’intervento della CEI che – finalmente – ha alzato la voce di fronte all’autorità di governo;
– quella di coloro che difendono il dovere assoluto di tutelare la salute anche da parte della Chiesa, e “denunciano” la sostanziale incapacità delle comunità ecclesiali di garantire le precauzioni necessarie al contenimento del contagio in vista di una possibile riapertura; per questi la Nota della CEI è stata una reazione esagerata e fuori luogo;
– infine quella di coloro che, dissentendo dallo stile della Nota dei Vescovi, richiamano l’opportunità di considerare questo tempo di digiuno liturgico, imposto dalle circostanze e consigliato dalla prudenza, come un tempo prezioso di crescita per far maturare la Chiesa secondo prospettive che puntino più all’evangelizzazione che alla sacramentalizzazione, più alla partecipazione dei battezzati che al clericalismo che ancora domina la vita delle nostre comunità, prospettive richiamate ampiamente dal magistero ecclesiale.

[Fuori da questo schema semplicistico, desidero solo segnalare il bellissimo intervento di mons. Erio Castellucci, arcivescovo di Modena e Carpi, che mi sembra davvero degno di nota sia per i contenuti che per lo stile con cui si propone].

Tra queste varie posizioni, più o meno urlate nella giornata di ieri, è davvero difficile scegliere dove collocarsi perché tutte richiamano qualcosa di importante. Anche io, ieri sera, dopo aver letto e ascoltato tanto, facevo fatica a capire bene come queste posizioni si escludessero vicendevolmente o quale fosse la posizione più equilibrata da assumere; nonostante questa incertezza e qualche perplessità, ho accettato di rilasciare un’intervista ad un quotidiano locale, scegliendo così di espormi (corriereromagna 20200428). Tutto questo, ieri.

Oggi è “il giorno dopo”.
Nella preghiera di questa mattina avvertivo una pesantezza sul cuore e, nel silenzio molto disturbato dal turbamento, è emersa questa parola del Vangelo: E quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi. (Mt 10,19-20)

Allora mi sono chiesto: nelle molte parole dette e scritte ieri con tanta passione e buona intenzione, chi ha parlato veramente? Io per primo mi domando: nelle mie considerazioni meditate ed espresse “responsabilmente”, chi ho fatto parlare? A chi ho dato voce?

In questo “giorno dopo”, la comunità ecclesiale, che nei suoi vari membri si espressa in modo così libero e articolato, si trova – di fatto – più divisa in sé stessa; occorre riconoscere che, questa situazione difficile, non sia stata colta per agire in comunione tra noi, ma che piuttosto, ognuno individualmente, a volte con la pretesa di rappresentare molti, se non tutti, si sia preoccupato di affermare il suo parere, senza la preoccupazione di un confronto ecclesiale che ci portasse a far emergere una posizione più condivisa. Tutto questo mi sembra che ci porti a dire semplicemente che “ci siamo cascati”!
Io prima di tutti!

Siamo cascati nella logica mondana dell’affermazione di noi stessi (non solo individualmente) di fronte al mondo, di fronte al potere politico, di fronte a chi ci ha (involontariamente) offeso, non ritenendoci degni di fiducia in una situazione difficile.
Ci siamo cascati perché non ci siamo preoccupati di conservare il bene prezioso della comunione; non ci siamo preoccupati di prendere tempo e di riflettere anche a fronte di una posizione che ci lasciava delusi e interdetti.
Ci siamo cascati!
La logica veloce delle comunicazioni, l’esigenza di prendere posizione per non apparire deboli, non ci ha consentito di dare voce a Colui che ci avrebbe permesso di cogliere questa occasione per annunciare il Vangelo, magari usando parole anche più dure (come quelle di Stefano protomartire, riportate nella prima lettura della liturgia di oggi), ma parole che venivano da Colui che sa indicarci la via del bene e del Vangelo in ogni circostanza; parole che venivano pronunciate da un “noi” vero e non solo presunto.
In questo “giorno dopo” mi sento di aver perso un’opportunità, non solo come singolo (non sarebbe la prima volta), ma soprattutto come comunità ecclesiale.

Questa prova a cui siamo sottoposti come persone e come comunità, senza un “nemico” con un volto a cui attribuire la responsabilità della nostra sofferenza, sta facendo emergere le nostre fragilità e le nostre incoerenze.
Mi sembra di notare (lo dico solo perché questa riflessione possa avere un risvolto positivo e di crescita) che tali fragilità, più che nei contenuti, si rivelano nei modi; più che sui valori, si rivelano nello stile.
Come ci ha ricordato papa Francesco in quel bellissimo intervento proposto in piazza san Pietro il 27 marzo scorso, “La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità.”

Questo svelamento doloroso ci aiuta a fare verità e, in un processo di conversione, a divenire più conformi a ciò che Dio ci chiede. Preoccupiamoci di questo, prima di tutto; aiutiamoci a farlo insieme.
I nostri vescovi – per primi – ci indichino la via della pazienza, che non è rassegnazione, ma capacità di trasformare il male in amore e cambiare veramente le cose secondo la logica pasquale.

Le circostanze faticose a cui siamo sottoposti e che condividiamo con tantissimi uomini e donne anche non credenti; la privazione dolorosissima di ciò che è essenziale per la nostra vita di fede e per la nostra vita comunitaria; tutta la fatica che stiamo sopportando anche per il giudizio che grava su di noi; tutto questo sia la via attraverso cui lasciamo che il Signore ci plasmi, ci converta, ci venga incontro e ci aiuti a vedere dove il volto del Risorto ci attende e ci chiede di riconoscerlo. 
Se invece, stiamo camminando sulle strade di questo tempo con il volto triste e il cuore deluso perché ci sembra che qualcuno ci abbia sottratto Colui nel quale avevamo riposto le nostre speranze, possiamo ritornare ad ascoltare quella parola che fa ardere il cuore e a renderci ospitali di Colui che, come scopriremo solo dopo, ha continuato a camminare accanto a noi in modo inedito, anche quando i nostri occhi erano incapaci di riconoscerlo ed eravamo avvinti dalla tristezza.
Aiutiamoci fraternamente a non cascare nella trappola della desolazione.

25 aprile 2020 – Liberati per…

Ricordare per crescere

25aprile

La festa della liberazione di quest’anno è condizionata dalle restrizioni dovute al contenimento del contagio. Non ci sono manifestazioni e neppure discorsi delle autorità. Siamo chiamati a festeggiare nelle nostre case, nelle nostre famiglie.
Il fatto di non delegare i discorsi alle autorità pubbliche, ci costringe a pensare cosa significhi per ognuno di noi vivere questa festa nazionale e quale sia il messaggio che ognuno di noi, come cittadino, vorrebbe sottoscrivere in questo giorno di festa.
Io ho provato a pensarci.

Dovere di memoria
Questa festa civile, come anche molte feste religiose, corrisponde ad un imperativo: Ricorda!
Questa festa è prima di tutto un dovere di memoria nei confronti dell’impegno di tanti uomini e donne che si sono sacrificate per la libertà del nostro Paese, una libertà che era soffocata da un’ideologia disumana e violenta, che aveva ridotto il nostro Paese ad un cumulo di macerie. E’ doveroso ricordare tutti coloro che, fino al costo della vita, hanno lottato per ottenere alle generazioni future la libertà; facciamo festa perché siamo liberi e consapevoli che questa libertà è stata pagata a caro prezzo.

La purificazione della memoria 
Nel nostro dovere di ricordare, sentiamo ancora il bisogno di compiere una purificazione della nostra memoria collettiva.
A settantacinque anni di distanza, per amore di verità e di giustizia, dobbiamo riconoscere che anche il processo di liberazione è stato un’operazione violenta e, a volte, crudele; che non tutto quello che è effettivamente accaduto sotto il segno della lotta di liberazione, può essere giustificato in nome dei nobili fini generali. Ormai possiamo e dobbiamo ammettere senza timore che ci sono state vendette personali e regolamenti di conti, uccisioni ingiustificabili, perché ispirate ad un’ideologia altrettanto violenta e disumana, nonché crudeltà gratuite anche da parte di alcuni uomini e donne che affermavano di lottare per la liberazione del nostro popolo, ma che si sono comportati in modo criminale.

Le azioni di alcuni non cancellano il valore dell’impegno dei molti; ma proprio per il significato altissimo che quel processo di liberazione ha avuto ed ha nella storia del nostro Paese, occorre riconoscere e chiedere perdono per ciò che non può essere considerato giustificabile e ammissibile. Altrimenti questa festa non potrà mai essere la “festa di tutti gli Italiani“, ma continuerà ad essere la festa dei vincitori sui vinti.
A me sembra che questo processo di riconciliazione non sia ancora compiuto, e che continuare ad evitarlo non ci aiuti a procedere in modo rappacificato nella nostra storia.

Liberi per … 
La libertà non è mai un fine, ma è sempre una premessa (oltre che una promessa).
La conquista della libertà diviene la condizione per uno sviluppo umano e integrale della persona e di un Paese, condizione che consente di scegliere il bene senza opposizioni di alcun tipo.

A settantacinque anni di distanza ci possiamo e dobbiamo chiedere: che ne abbiamo fatto di questa libertà? come stiamo valorizzando questa libertà per scegliere il bene?
Seguendo i consigli di qualche persona saggia apparsa in TV, ho pensato di dedicare un po’ del mio tempo per rileggere la Costituzione, il testo che traccia la strada per consentirci di vivere in pienezza quella libertà che ci è stata donata.
Devo ammettere che rileggere la Costituzione è sempre molto edificante; dovrebbe essere caldamente consigliato ad ogni cittadino.

Oggi mi hanno colpito in particolare tre richiami:
– Art. 2: La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo;
– Art. 2: [La Repubblica] richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
– Art. 3:  E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno  sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Mi piacerebbe dilungarmi in un commento analitico di questi articoli, ma non lo faccio oggi. Mi sembrano tre punti che hanno molto a che fare con il tema della libertà e mi chiedo sinceramente, senza tono polemico, se davvero la Repubblica, a tutti i livelli, stia garantendo queste condizioni di libertà per tutti.
Onestamente, e anche un po’ mestamente, devo ammettere che a me non sembra che ancora tali principi, dettati dalla Costituzione, siano stati posti in essere nel nostro vissuto nazionale, o per lo meno non lo sono per tutti.

Dalla memoria all’impegno
Una festa come questa non può ridursi alla memoria; essa diventa una rinnovata occasione di impegno per tutti i cittadini e le cittadine. Sarebbe ipocrita celebrare la liberazione avvenuta settantacinque anni fa’, se oggi, ognuno di noi, non rinnovasse il proprio impegno perché le condizioni di libertà siano custodite e fatte crescere per tutti.
Festeggiare e riconoscere il frutto del sacrificio degli uomini e delle donne che si sono spese per la libertà di tutti, significa oggi scegliere di fare la nostra parte, sacrificando noi stessi, perché la libertà e la democrazia divengano, per tutti e realmente, la condizione per poter vivere scegliendo il bene e crescere integralmente, nel rispetto dei principi della nostra Costituzione.

Allora sarà davvero una grande festa!

Basta numeri, per favore!

Un appello ai giornalisti

numeri (2)

Ogni tragedia viene misurata e valutata sui numeri (terremoti, alluvioni, epidemie, guerre, …). Anche questa tragedia della “pandemia”; inesorabilmente!
Contagiati, deceduti, guariti, con le successive specifiche (dove, come, quando…).

E’ un triste e arido resoconto che da due mesi si rinnova quotidianamente, una comunicazione che a qualcuno sembra imperdibile, quasi un dovere civico, mentre qualcun altro – come me – la trova insopportabile e inopportuna.

Mi ricordo spesso in questi giorni una frase che Sergio Zavoli disse a Rimini, nel 1996, durante un’assemblea in cui si commemoravano i cinquant’anni della morte di Alberto Marvelli: “Capimmo che la guerra era terminata veramente, quando si ricominciò a morire uno alla volta“.
E’ una frase che mi ritorna alla mente quando sento i bollettini della protezione civile nazionale o le altre comunicazioni riportate sui giornali e dai telegiornali. Numeri: contagiati, deceduti, guariti… ma in realtà, penso, anche ora si muore uno alla volta; siamo noi che non abbiamo la pazienza di stare su ogni persona per capire chi sia o chi sia stata, e preferiamo procedere aggregando i numeri.

Tra la gente che legge quei numeri vedo di volta in volta un certo sollievo o una certa preoccupazione; come se da quei numeri (ce lo fanno credere) dipendesse il nostro  prossimo “ritorno alla normalità” o la dichiarazione della fine della crisi o l’allarme di un nuovo pericolo. La curva, il picco, … sono diventati i nostri punti di riferimento, …
Per quello che poi valgono quei numeri!
Tante persone preparate e diversamente informate mettono in seria discussione la loro pretesa di rappresentare la realtà.

Io non leggo e non ascolto più i numeri. Ho fatto una scelta.

Mi rifiuto di dare spazio ad una contabilità macabra che annulla i volti delle persone che compongono quelle cifre: nonni, nonne, genitori, fratelli, figli, mogli, mariti … lavoratori, persone impegnate nel sociale, imprenditori, persone “normali” e straordinarie …
Ci sono delle storie dietro quelle persone per cui, almeno, dovremmo fare lo sforzo di ricordare i nomi, come si è sempre fatto per i caduti delle guerre.
Forse ci vorrà del tempo per ricordarli tutti e tutte, forse dovremo attendere per sapere bene cosa sia accaduto, come questo virus ci ha colpito, chi si è portato via e – possibilmente – anche perché non siamo riusciti a salvarlo, quali circostanze ce lo hanno impedito.

Nel frattempo non ho bisogno di conoscere i numeri.
Mi interessa di più sapere a chi mi posso “fare prossimo” tra quelli che mi sono vicini; chi potrebbe aver bisogno di essere sostenuto e chi consolato. Questo i numeri non me lo dicono e se do loro troppo spazio nella mia mente e nel mio cuore, rischio di sentirmi esonerato dal cercare con gli occhi i volti delle persone che stanno soffrendo accanto a me in questo tempo difficile.

Basta con i numeri; ve lo chiedo per favore!
Non lo posso chiedere alla protezione civile o ai commissari di governo.

Lo chiedo ai giornalisti: per favore raccontateci le storie delle persone, fate per noi questa fatica, aiutateci a restituire dei volti e a riconoscere il valore della vita di quelle persone che il virus ci ha strappato. Quando lo fate, questo ci fa bene; riscopriamo il valore di quanto è accaduto e, accanto al dolore, possiamo elevare il nostro ringraziamento a Dio per tutto quanto, di quella vita, possiamo riconoscere come un tesoro prezioso, lunga o breve che sia stata.
Questo i numeri non ce lo consentono.
Ma voi giornalisti non siete dei ragionieri, siete dei cercatori d’oro: questo dovrebbe essere il vostro compito. Vi prego di mettere il vostro impegno nel portare alla luce i tesori che ci sono dietro quei numeri e che in questa contabilità ossessiva rischiano di andare dispersi.

Allora forse non ci sembrerà tutto così assurdo.
Allora non ci faremo rapire dall’angoscia per un flagello che sembra colpire come una falce, perché ad ognuno, presto o tardi, sapremo dedicare un ricordo appropriato e, umilmente, riconoscere, pur con la consapevolezza della nostra fragilità, che ogni vita è stata un dono prezioso. Se da questa crisi sapremo imparare nuovamente questo sguardo, tutto quanto accade, pur nella sua tragicità, sarà servito almeno per farci diventare più umani. 

Il diluvio e l’arcobaleno

Percorso di catechesi biblica
in tempo di epidemia da Covid – 19

Porrò il mio arcobaleno

Introduzione
I primi undici capitoli del libro della Genesi rappresentano uno straordinario punto di riferimento per comprendere la realtà globale secondo la prospettiva di Dio, un paradigma di carattere universale perché, nella narrazione, sono coinvolti tutti i popoli della terra prima di ogni distinzione di razza, di fede o di cultura.
Queste prime pagine della Bibbia ci parlano del “patrimonio genetico fondamentale” dell’umanità intera, quella parte di  patrimonio che condividiamo con tutti gli uomini e le donne della terra, prima di ogni caratterizzazione particolare. Qui sono rivelati i fondamentali del nostro essere uomini e umanità che vive su questa terra. Ecco perché è così importante comprenderli bene e rileggerli nelle varie vicende della storia.

A giudizio della maggior parte degli studiosi, questi testi sono stati redatti durante l’epoca dell’Esilio (VI sec. a.C.), un tempo di grande sofferenza e di crisi, quando la comunità ebraica, privata di tutti i simboli d’identità nazionale (la terra, il tempio e la liturgia, il governo del proprio popolo), si è raccolta intorno alla sua tradizione più antica, raccogliendo e mettendo per iscritto ciò che precedentemente era tramandato e insegnato oralmente. Da questo lavoro di redazione scritta è scaturito un grosso contributo di rielaborazione teologica comunitaria. In questa prima parte del libro della Genesi ci viene narrata – secondo una prospettiva sapienziale tipica dei maestri di Israele e di Giuda –  l’origine del mondo creato e dell’umanità che popola la terra; con le origini dell’umanità ci viene anche rivelata l’origine del male che opera nel mondo. Il fatto che sia stato scritto in un tempo difficile, ci aiuta a comprendere come queste parole siano state purificate nel crogiolo della sofferenza e non siano l’espressione di un idealismo astratto.

Tra questi undici capitoli, ben quattro vengono dedicati al racconto del diluvio.

Onestamente devo ammettere che non avevo mai dedicato molta attenzione a questa parte del testo biblico. La conoscevo, avevo studiato il suo valore “tipologico” in riferimento al battesimo, ma non avevo mai avuto l’occasione o l’ispirazione di approfondire queste pagine.

In questi giorni funestati dall’epidemia che ci ha costretti a rinchiuderci tutti nelle nostre case per evitare il contagio, sono diversi coloro hanno colto il parallelo tra quanto racconta Genesi e quanto stiamo vivendo. In realtà, dopo una lettura attenta, devo ammettere che le corrispondenze che vengono messe in evidenza sono piuttosto superficiali, ma tanto a me è bastato.

Dopo aver scritto un articolo che raccoglieva e valorizzava questi parallelismi, mi ero proposto di approfondire questo percorso… con i poveri mezzi che ho a disposizione durante la quarantena, condivido quanto è emerso nel mio approfondimento.

Cercherò di procedere per tematiche, proponendo una lettura spirituale del testo biblico e qualche spunto di attualizzazione, perché l’itinerario non risulti un esercizio intellettuale, ma possa diventare lo spunto per un discernimento personale e comunitario.

Il percorso è suddiviso in otto schede, che seguono il racconto dei capitoli 6-9 del libro della Genesi. Per attualizzare il testo ho introdotto brani di alcuni interventi del magistero di papa Francesco. Ogni scheda si conclude con qualche domanda, che dovrebbe aiutare il discernimento personale e comunitario, e con un salmo che vuole invitare a trasformare la riflessione in preghiera.
I Salmi, per loro natura, rappresentano una bellissima sintesi tra il messaggio che Dio vuole inviare all’uomo e l’invocazione che l’uomo vuole elevare a Dio.

Faccio dono di questo mio piccolo e appassionato lavoro a tutti gli amici e le amiche che non si accontentano di attendere che “tutto torni come prima”; o che un po’ troppo semplicemente (e ingenuamente) ripetono “andrà tutto bene”, come se le cose possano risolversi magicamente; ma che vivono intensamente e pienamente questo tempo difficile e tempestoso, tragico e prezioso, tentando di comprendere cosa Dio ci voglia insegnare e come voglia convertire la nostra vita, cosa che tento di comprendere anche io.

Ho sempre creduto (e sperimentato) che nella Scrittura sia riportata una parola viva che, se accolta, fa ardere il cuore e apre alla comprensione di quanto accade, indicando la via attraverso cui Dio vuole salvare la vita del mondo.

Andrea Turchini

23 aprile 2020
Festa di san Giorgio, martire
patrono degli scouts e delle guide

 

Il diluvio e l’arcobaleno
testo del percorso di catechesi
in formato PDF da scaricare

 

Centoquarantadue

Siamo in due, ci divertiamo a condividere i pensieri e a trasformarli in parole

The Starry Ceiling

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