Buon cammino Cristina

Foto presa da http://www.avvenire.it

La famosissima suor Cristina Scuccia “non è più suora“, titolano Avvenire e altri giornali. La notizia è circolata a partire da una sua apparizione in una trasmissione di Canale5, in cui lei stessa ha raccontato il suo cammino successivo alla partecipazione al talent show televisivo e le sue attuali scelte. Da lei sappiamo di una crisi attraversata in tempo di Covid, di un lutto sofferto e della sua scelta di lasciare la vita religiosa “per seguire il suo cuore“; ora vive in Spagna e fa la cameriera, ma – grazie alle famosissime doti canore – si prepara a ritornare sui palcoscenici e – come sembra alludere l’articolo di Avvenire – questa apparizione televisiva potrebbe essere stata pensata proprio come lancio pubblicitario per il suo futuro nel mondo dello spettacolo.

Questa storia mi ha suscitato alcune riflessioni sparse che mi appunto e condivido in questo post. Premetto che sulla questione ho solo letto un paio di articoli che riportano brani dell’intervista televisiva e che quanto scrivo parte solo da quello che ho letto che potrebbe essere molto parziale.

1. Una scelta definitiva è possibile!
Cristina è una persona libera di compiere le scelte che la coscienza le ispira; ma è bene ricordare che aveva compiuto liberamente una scelta definitiva con la professione dei voti perpetui nel 2019. Affermare, come dice lei, che “il cambiamento è segno di un’evoluzione“, per me significa mettere in dubbio la possibilità di compiere scelte definitive per la propria vita o, qualora si siano compiute tali scelte, negare la possibilità di un’evoluzione. Questa idea è molto diffusa nel contesto culturale odierno, che predilige la flessibilità e la volatilità, ma non è vera.
Che una persona compia scelte diverse nell’esercizio della sua libertà è assolutamente lecito, ma non è giusto svalutare (non dico che lei ne avesse l’intenzione!) la scelta di coloro che rimangono fedeli e cercano di crescere (di evolversi) dentro quella stessa scelta compiuta. Come educatore sento la responsabilità di confermare a coloro che sognano di vivere una scelta “per sempre” (nel matrimonio, nella vita consacrata, nel presbiterato, nella sequela del Signore vissuta nella professione o nel servizio gratuito) che è possibile, che è bello, e che questa fedeltà alla scelta non pregiudica alcuna possibilità di evoluzione della persona.

2. La sfida della testimonianza.
Suor Cristina, partecipando al talent show, si è esposta pubblicamente. Fin da subito è stata evidente la sfida della testimonianza evangelica e di vita consacrata in un contesto dominato da ben altre logiche. Personalmente ho subito provato simpatia per lei e ho molto apprezzato lo stile con cui si era presentata nella partecipazione al talent, soprattutto per la presenza accanto a lei delle altre suore della sua comunità (non le amiche di infanzia, non la famiglia, …); nonostante le critiche che fioccavano da una parte del mondo cattolico, mi sembrava che ci fossero le condizioni per stare in una situazione così particolare consentendole di essere sinceramente sé stessa.
Oggi Cristina ci dice che “c’è stato un cambiamento interiore davanti alla responsabilità enorme di essere una testimone di Dio” e che questo l’ha mandata in crisi: “Mi ha fatto fare i conti con me stessa”. Personalmente mi chiedo (non lo so!) se sia stata aiutata e sostenuta in questa “impresa”; se qualcuno l’abbia aiutata a portare questa responsabilità nella testimonianza con semplicità e leggerezza. Ritengo che la sfida assunta fosse molto impegnativa e richiedesse molto coraggio; che l’apprezzamento ricevuto (al di là della vittoria) sia stato sincero e corrispondente sia alle doti canore, che al suo modo di stare in quella situazione; che avesse bisogno di un supporto e di un accompagnamento importante, soprattutto per una persona che era ancora in formazione. Non so se tutto questo ci sia stato, ma andava valutato con prudenza nel momento in cui le si consentiva di esporsi in questo modo.

3. Tra umanità e Vangelo
Coloro che sono molto adulti come me, non possono fare a meno di associare la storia di Cristina ad altre storie che il passato ci ha presentato (Giuseppe Cionfoli a Sanremo per esempio): anche nel caso di altri artisti “religiosi” l’esito finale è stato quello dell’abbandono della vita religiosa, per la scelta di valorizzare il talento artistico (almeno così ci è stato raccontato).
Al di là delle singole storie e della liceità di ogni scelta personale, rimane per noi la domanda di fondo se sia realistico e prudente pensare che una persona che ha accolto una particolare vocazione evangelica possa pensare di “giocare una partita secondo regole di un mondo che è estraneo allo stile che ha scelto di vivere”. Non mi chiedo se sia possibile teoricamente (è ovvio che lo è!), ma se non sia realistico riconoscere che alcuni mondi hanno regole e logiche tali che rendono molto difficile portare una testimonianza evangelica libera e incisiva. Il rischio grande è quello di essere trasformati in dei personaggi che – come UFO – atterrano in un mondo a loro estraneo, vengono riconosciuti come dei “fenomeni” che alimentano il “circo mediatico”, ma al prezzo di essere usati. Si realizza quel paradosso per cui da discepoli di Gesù desideriamo mostrarci prossimi a tutti, qualsiasi sia il contesto in cui ci poniamo, disponibili a condividere quanto vivono tutti, pur con una diversità che ci rende particolari; ma accade spesso che quella “diversità” venga utilizzata per altri fini e ci venga sottratta, con il risultato che ci troviamo privati di ciò che ci aveva motivato a “scendere in campo” per condividere la nostra “originalità” con gli altri (Cristina non era solo una cantante brava tra altri cantanti bravi, ma era suor Cristina!).
La domanda che mi pongo è molto difficile e dolorosa per me: è ragionevole – a partire dall’esperienza – riconoscere con umiltà che ci siano degli ambiti e dei contesti in cui, nonostante la nostra buona e sincera volontà, non ci è possibile portare la testimonianza evangelica che noi vorremmo condividere? E’ ragionevole pensare che sia più opportuno valorizzare altri ambiti di missione e di testimonianza che possono accogliere e valorizzare meglio la “diversità” di cui noi siamo portatori? Qual è la linea di discrimine per cui consentiamo al “circo mediatico” di trasformarci in dei personaggi secondo le regole dello spettacolo? In particolare mi chiedo se la “logica dell’esibizione”, tipica del mondo dello spettacolo, sia coerente con la prospettiva evangelica scelta nella vita religiosa, che chiede di marcare una differenza rispetto alla logica del mondo, invitandoci a percorrere la via della piccolezza, dell’umiltà, del servizio ai più piccoli e ai più poveri e se non sia più realistico riconoscere che a certe modalità di presenza non risulta conveniente prestarsi. Attenzione: non dico queste cose per moralismo! Io stesso in teoria non le valuto incompatibili; ma è la realtà dei fatti che ci conduce ad un’altra valutazione.

Nelle parole pronunciate da Cristina nell’intervista non c’è alcun rimpianto per le scelte passate; lei stessa ci aiuta a leggere il suo percorso in una logica continuità, pur nella differenza delle scelte che ha compiuto in seguito. Che dire?
Non ci resta che augurare a Cristina un buon cammino; di trovare la pace e di comprendere come il Signore la chiama a seguirlo nel cammino della sua vita; per lei come per tutti non possiamo desiderare altro che questo.
Molte le domande irrisolte che questa vicenda ci lascia, domande che ci impongono di riflettere e di confrontarci per comprendere quale sia la via della prudenza e della testimonianza su cui il Signore ci chiama a spenderci. La responsabilità di accompagnare altri giovani nel cammino di vita evangelica ci impone di cercare insieme le risposte con coraggio, ma anche con prudenza.

Pubblicato da tecnodon

Prete cattolico. Formatore in seminario ed Assistente AGESCI

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