Una profezia difficile

Bello vivere in un Paese in cui ognuno può esprimere le proprie idee. Lo dico convintamente! E’ bello anche quando vengono espresse idee dissonanti dal sentire comune o della maggioranza.
E’ accaduto la settimana scorsa, per un intervento televisivo del prof. Galimberti, che ha attaccato (secondo alcuni giornali addirittura “massacrato”) papa Francesco per la scelta tanto discussa di far portare la croce nella Via Crucis del Colosseo a due donne, una ucraina e l’altra russa. A fronte delle dure reazioni della Chiesa ucraina, che ha scelto di non mandare in onda la Via Crucis ritenuta offensiva per il popolo ucraino, Galimberti, con un linguaggio molto netto, ha denunciato l’insensibilità del Papa (e degli organizzatori della Via Crucis), incapace/i di sentire il dolore degli Ucraini di fronte alla violenza di cui sono vittime da parte dei Russi.
Facendo sconto ad opportune e forse doverose distinzioni, Galimberti espone un ragionamento sensato sui tempi necessari per l’elaborazione di un trauma, arrivando a proporre esempi surreali (evocare i nazisti in questo momento storico è divenuto ricorrente), ma evocativi, per spiegare come tale gesto fosse assolutamente prematuro e, quindi, fuori luogo. Questa la sua tesi.
Complice la Pasqua, la polemica non si è diffusa più di tanto, ma merita di essere presa in considerazione non solo per l’importanza dell’interlocutore, ma anche per cogliere l’occasione per ampliare la riflessione.

Ciò che molti fanno fatica a comprendere in alcune posizioni della Chiesa, compresa questa che è stata oggetto di tensione, è che, in molti casi, le parole dette o i gesti compiuti possono essere letti secondo una prospettiva profetica, quella che ci consente di vedere le cose non dal punto di vista puramente umano, ma da quello di Dio.
Il compito della profezia, che la Chiesa sente la responsabilità di vivere nel mondo, è quello di portare uno sguardo divergente rispetto al giudizio comune, uno sguardo che, anche senza voler offendere nessuno, può urtare qualcuno, mentre invita a guardare la realtà secondo la prospettiva del Vangelo, lo stesso che chiede ai discepoli di Gesù di pregare per i propri nemici, di porgere l’altra guancia quando si viene percossi sul volto, di lasciare il mantello a chi vuole sottrarci la tunica (Cfr. Mt 5).
La logica del Vangelo non segue la logica dell’opportunità, della compiacenza o della convenienza! E’ e rimane sempre una pietra d’inciampo, una lama a doppio taglio che incide profondamente e non ci lascia tranquilli.
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione.” (Lc 12,51).

Questo effetto stridente non è ricercato per forza; non sempre è necessario andare contro pelo e soprattutto, come afferma san Pietro nella sua prima lettera, scritta a comunità dell’Asia minore che subivano la persecuzione, occorre sempre avere rispetto, dolcezza e con retta coscienza (Cfr. 1Pt 3,16). Il rispetto però non ci esime di proclamare la verità del Vangelo sia quando sembra opportuna che quando pare inopportuna – come afferma san Paolo – (Cfr. 2Tim 4,2).

La scelta compiuta dal Papa (o da chi con lui e per lui) nella Via Crucis del Venerdì Santo, non può essere letta secondo una logica politica, ma semplicemente secondo la logica del Vangelo e tantissimi lo hanno compreso, riconoscendo in quelle immagini accompagnate da un silenzio profondo, la traduzione plastica della parola di Gesù, una parola che è difficile vivere, ma non per questo non deve essere annunciata e proclamata se, come cristiani, crediamo sia una parola di salvezza.

Il cristianesimo non è “l’oppio dei popoli” che annebbia le persone rispetto alle domande importanti che la storia pone all’uomo di ogni tempo.
Il Vangelo non è una parola consolante che anestetizza il dolore del vivere.
La parola di Gesù è un continuo e costante invito alla conversione, perché chiunque intraprenda il cammino della fede riconosce ogni giorno la distanza che lo separa dal vivere con semplicità ed immediatezza la Parola di Dio, quella Parola capace di liberare e trasformare la vita, come è accaduto a molti santi e sante nella nostra storia.
Ci sono dei momenti della vita (e della storia) in cui vivere la parola del Vangelo è lancinante, soprattutto quando chiede di perdonare chi mi ha fatto del male, perché questa richiesta sembra essere davvero contro natura e contro la logica che invocherebbe tutt’altro tipo di giustizia.
Solo la fede (= fiducia) mi consente di scegliere di seguire Gesù anche su quella strada così difficile. Solo riconoscendo il suo amore per me posso accettare di vivere quello che a me (e a molti) potrebbe sembrare illogico e addirittura ingiusto. Solo nella consapevolezza che Gesù mi rivela il volto più umano dell’uomo io posso scegliere di voler essere pienamente umano e di vivere la sua Parola anche quando mi chiede di “rinnegare me stesso” (altra parole di Gesù – Cfr. Mt 16,24).

E’ facile che chi non condivide la prospettiva della fede faccia fatica a comprendere il valore di alcune parole e alcune azioni che vengono dette e compiute secondo una prospettiva profetica: da qui la facilità di incomprensione e di giudizio che possono nascere. Certe tensioni ci aiutano a riconoscere che la parola del Vangelo è sempre una parola diversa, una parola che interpella alla sequela, che chiede di fidarsi, che chiede di convertirsi e che non da tutti può essere accolta, perché, pur avendo una destinazione universale, per essere compresa ha bisogno di un percorso nella fede.
Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!” (Lc 8,8)

Pubblicato da tecnodon

Prete cattolico. Formatore in seminario ed Assistente AGESCI

2 pensieri riguardo “Una profezia difficile

  1. Ero davvero curioso di poter leggere il tuo intervento, dopo aver sentito (in parte) il Galimberti su ICARO TV.
    “Botta e risposta”, a livelli decisamente molto molto alti.
    Non posso però che condividere in pieno ciò che hai scritto, il Papa ha operato in maniera coerente, il Vangelo non è comodo, non è di convenienza, non segue linee opportunistiche.
    Chapeau!

I commenti sono chiusi.

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