Resistenza nonviolenta

Come moltissimi sono a disagio di fronte a quanto sta accadendo in Ucraina e mi sento assolutamente impotente. Sono molto preoccupato rispetto alle notizie martellanti che arrivano dagli scenari del conflitto, ma anche per quelle che raccontano delle scelte dei governi europei che, oltre a importanti sanzioni economiche, decidono di inviare uomini e armi “alla resistenza Ucraina”. Rispetto a queste scelte condivido il pensiero delle associazioni e movimenti pacifisti italiani di cui ho ritrovato traccia su “Avvenire”: portare armi in Ucraina, anche se sembra una scelta logica e corrisponde alle richieste che arrivano da quel Paese, inevitabilmente alimenta il conflitto. Questa scelta mi mette a disagio anche perché rafforza l’idea diffusissima in questi giorni, che alla guerra si risponda solo con la guerra, condannando come ingenuità ogni pensiero alternativo in proposito, come la prospettiva di una risposta nonviolenta (“Scegliere la pace non significa disertare” – Nichi Vendola su Huffington post).

E’ vero quanto si afferma su questo testo pubblicato da “Il Manifesto” che la nonviolenza attiva ha il suo campo d’azione privilegiato nella prevenzione della guerra, sostenendo la via del dialogo e dell’educazione ad una cultura di pace, ma voglio credere che, anche quando il conflitto è in atto, sia possibile proporre un’alternativa alle armi e alla violenza, seppure agita come legittima difesa.

Il 2 marzo, giornata di digiuno e di preghiera, nella comunità del Seminario regionale abbiamo vissuto in ritiro e silenzio intorno ad un solo versetto del profeta Geremia (6,16): Così dice il Signore: “Fermatevi nelle strade e guardate, informatevi dei sentieri del passato, dove sta la strada buona percorretela, così troverete pace per la vostra vita”.
Tre azioni molto importanti, sia per iniziare il tempo della Quaresima, sia per pensare a quanto sta accadendo intorno a noi. Particolare attenzione ha destato in me l’ultima delle azioni suggerite da Geremia -informarsi sui sentieri del passato -, perché promette di trovare pace per la nostra vita.

Provvidenzialmente, in queste settimane, ho avuto l’occasione di approfondire la conoscenza di due belle figure della storia della Chiesa che conoscevo abbastanza poco. Si tratta di due vescovi proclamati santi, che hanno vissuto il loro ministero episcopale in una situazione caratterizzata da grande violenza e ingiustizia, ma che hanno saputo lasciare un’importante testimonianza di impegno per la pace, scegliendo la via della nonviolenza. La Chiesa li ha proclamati santi, modelli autentici del Vangelo vissuto.

Card. Clemens August Von Galen

Beato Clemens August von Galen, vescovo di Münster dal 1933 al 1946.
Il cardinale Clemens August von Galen visse tutto il suo ministero episcopale in Germania, durante il governo nazionalsocialista, al quale si oppose con fermezza, richiamando i principi del rispetto dovuto ad ogni persona, indipendentemente dalla razza, dalla religione o dallo stato di salute. Facendosi forza sulla Costituzione e sulla legge dello Stato, denunciò più volte alla magistratura gli abusi e le violenze operate dal sistema nazista e dalla Gestapo. Rischiò più volte di essere arrestato, ma, a causa del grande sostegno della gente della sua diocesi e delle sue origini nobili (era un conte), il regime non osò agire in modo plateale contro di lui. Sono famose tre sue omelie “di fuoco” che pronunciò in tre domeniche successive nell’estate del 1941. In particolare mi ha molto colpito la seconda, che richiama in modo molto colorito l’efficacia della resistenza nonviolenta a fronte delle violenze perpetrate e delle ingiustizie subite. Il vescovo von Galen usa l’immagine dell’incudine e del martello.

Noi cristiani non facciamo alcuna rivoluzione. Continueremo a svolgere fedelmente il nostro dovere obbedendo a Dio per amore del nostro popolo e della nostra patria… Ci rimane un solo modo per combattere: resistere, con forza, con tenacia, con inflessibilità!
Farsi duri! Rimanere solidi! In questo momento non siamo il martello, ma l’incudine. Altri, per lo più estranei e rinnegati, ci prendono a martellate, e vogliono con l’uso della violenza forgiare in modo nuovo il nostro popolo, noi stessi e la nostra gioventù, farci deviare dal retto atteggiamento di fronte a Dio.

Chiedetelo al fabbro e fatevelo dire da lui: ciò che viene forgiato sull’incudine riceve la sua forma non solo dal martello, ma anche dall’incudine. L’incudine non può, né ha bisogno di ribattere; deve solo essere solida, dura. Se è sufficientemente resistente, solida, dura, l’incudine resiste di solito più a lungo del martello. Per quanto il martello possa colpire con violenza, l’incudine se ne sta lì nella sua tranquilla compattezza e servirà ancora a lungo a dare forma a quello che sarà forgiato di nuovo
Noi siamo l’incudine non il martello. Purtroppo non potete sottrarre i vostri figli alle martellate dell’avversione alla fede e alla chiesa. Anche l’incudine, però, può contribuire a plasmare. La vostra casa, il vostro amore e la vostra fedeltà di genitori, la vostra vita cristiana esemplare siano l’incudine resistente, solida, dura e incrollabile che riceve l’urto dei colpi nemici, che sempre ravviva le ancora deboli energie dei giovani e li conferma nel santo proposito di non farsi allontanare dalla via che porta a Dio. (Mons. Clemens August Von Galen, Omelia nella Uberwasserkirke a Munster il 20 luglio 1941).

Come si risponde alla violenza del martello? Attraverso la solidità della propria vita, la correttezza delle proprie azioni, la testimonianza concreta e fattiva di una vita orientata ai valori che costruiscono la pace. Tale solidità non è affatto passiva: come l’incudine contribuisce a plasmare e forgiare pur rinunciando alla violenza. E’ un’immagine molto bella ed evocativa del valore della resistenza nonviolenta.

Sant’Oscar A. Romero

Sant’Oscar Arnulfo Romero, vescovo di San Salvador dal 1977 al 1980
La vicenda del vescovo Romero e il suo martirio sono molto più conosciuti, ma è anche molta la mitologia che si è diffusa sulla sua persona e sulle sue presunte affezioni ai movimenti rivoluzionari salvadoregni, che lottavano contro il governo e lo strapotere dei latifondisti. Una ricerca storica molto più accurata, condotta per anni e sostenuta da testimonianze, nonché dall’analisi dei suoi scritti e dei suoi discorsi, ha dimostrato che mons. Romero ha sempre condannato chiunque operasse la violenza, fossero questi i militari del governo di estrema destra o i gruppi rivoluzionari di matrice marxista.
Nel suo ministero episcopale, mons. Romero, uomo di natura molto mite, ha cercato sempre la via del dialogo e ha predicato la necessità sia della conversione personale da tutto ciò che ci orienta verso la violenza e l’odio del prossimo, sia della conversione sociale da tutte le strutture di ingiustizia che provocano sofferenza e povertà. Riporto alcuni passaggi presi dalle sue lettere.

Per molti anni nella Chiesa siamo stati responsabili del fatto che molte persone vedessero nella Chiesa un’alleata dei potenti in campo economico e politico, contribuendo così a formare questa società di ingiustizie in cui viviamo. Ma diciamo grazie al Signore, che continua senza sosta a chiamare i suoi figli alla conversione. E la Chiesa salvadoregna sta cercando di convertirsi al Vangelo. E’ la nostra battaglia attuale.
Io, personalmente, voglio essere uno strumento fedele e docile all’azione dello Spirito Santo in questi tempi; presto la mia voce al Signore per essere “la voce di chi non ha voce”. E’ giunto il momento in cui ognuno di noi cristiani deve rispondere alla chiamata del Signore…

Dio sta parlandoci attraverso gli avvenimenti, le persone. Ci ha parlato attraverso padre Rutilio, padre Navarro (due preti assassinati), i contadini… Ci parla attraverso la pace, la speranza che sentiamo anche in mezzo a tanti patimenti.
La situazione attuale suscita davvero preoccupazione: all’interno di uno stesso Paese vediamo sanguinose lotte tra fratelli. Nel nostro ambiente ciò è dovuto all’egoismo di coloro che comandano e possiedono. Essi costruiscono il regno dell’ingiustizia, …

Davanti alla situazione politica del nostro Paese, la Chiesa persevera nel suo richiamo alla conversione, affinché si estingua ogni atto di odio e di vendetta, e si cerchi la via della giustizia e dell’amore come unico processo verso l’autentico benessere. (Oscar A. Romero, «La chiesa non può stare zitta». Scritti inediti 1977-1980, EMI 2015)

informatevi dei sentieri del passato, dove sta la strada buona percorretela, così troverete pace per la vostra vita. (Ger 6,26)
I sentieri del passato ci parlano di molta violenza, di guerre, di ingiustizie che hanno caratterizzato ogni epoca della storia; ma il giudizio pressoché unanime, rispetto a quanto è avvenuto nel passato, è che non sia stata affatto una strada buona. Le migliaia di persone che in questi giorni sono scese in piazza in ogni parte del mondo, per manifestare il desiderio di pace, l’orrore verso la violenza e la guerra, confermano quel giudizio che la storia ha dato.
Tra tanta violenza, nei “sentieri del passato”, possiamo scorgere la testimonianza di uomini e donne che, di fronte alla guerra, alla violenza e all’ingiustizia, non si sono arresi alla logica apparentemente ineluttabile della violenza, hanno scelta la via della resistenza nonviolenta e attiva. Hanno rischiato, hanno sacrificato la loro sicurezza e la loro vita, rifiutando di sottostare alla logica dell’odio e della vendetta, combattendo in modo nonviolento contro l’ingiustizia, la violenza ideologica e egoista. La storia ha dato su di loro un giudizio buono: li ha riconosciuti come “strada buona” per poter conquistare la pace che desideriamo.
Questi due vescovi, tra tanti, con la loro chiara appartenenza alla Chiesa e al loro popolo, ci testimoniano, pur in modo e in circostanze molto diverse, che la via della pace passa attraverso una scelta nonviolenta, attraverso la denuncia attenta e competente dell’ingiustizia, attraverso il dialogo con chiunque voglia condividere il desiderio della pace.

Mentre lavoravo a questo articolo, ho trovato in rete questa bellissima vignetta di Mauro Biani, che, nel centenario della nascita (1921-2021), ricorda Sophie Scholl, una straordinaria giovane testimone di nonviolenza e di pace nella Germania nazista, uccisa insieme al fratello e agli amici della Rosa Bianca. Ogni volta che incontro la sua storia mi commuovo per la sua forza e per la sua dolcezza.


Chiudo con questa bellissima immagine per ricordare a me stesso e ad altri che come loro ci hanno creduto, così anche noi possiamo tentare di percorre vie diverse rispetto a quelle che tutti ritengono “semplicemente logiche”. Conosciamo quella logica e sappiamo dove conduce: la storia ce lo insegna!
Anche se saremo considerati degli ingenui, essendoci “informati sui sentieri del passato“, riconosciamo la via buona che ci conduce alla pace che desideriamo per noi e per tutti e mettendo in gioco noi stessi, ci impegniamo a perseguirla.

Pubblicato da tecnodon

Prete cattolico. Formatore in seminario ed Assistente AGESCI

Una opinione su "Resistenza nonviolenta"

  1. Ogni sillaba di una parola spesa per la pace vale più di una qualsiasi arma

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