Il presidente, l’arbitro e il re

Sui giornali di questi giorni si incrociano casualmente due vicende che stanno scaldando molto gli animi della gente: l’elezione del Presidente della Repubblica e l’errore arbitrale del signor Serra nella partita Milan-Spezia.
E’ evidente che tra le due vicende non esista alcuna relazione, ma, come accade nella contemplazione delle stelle del cielo, che l’unione dei singoli punti luminosi, pur distanti anni luce tra loro, ci fa intuire alcune connessioni che chiamiamo costellazioni, così anche nelle vicende che accadono davanti a noi, possiamo cogliere curiose e sapienti connessioni che ci aiutano a comprendere meglio il senso delle cose.

Il nostro Paese sta vivendo un passaggio importante, ma ordinario, previsto dalla Costituzione: il passaggio della Presidenza della Repubblica. E’ previsto che avvenga ogni sette anni.
Mentre mi unisco ai tanti che esprimono la loro gratitudine al presidente Mattarella per il servizio che ha reso al nostro Paese e per la testimonianza che è emersa dal suo operato, penso che dovremmo vivere questa transizione con maggiore leggerezza, consapevoli che quello che è richiesto al /alla nuovo/a Presidente sarà, come è sempre accaduto in questi settantasei di Repubblica, di svolgere il suo servizio di garante della Costituzione e di custode del bene comune. In fondo il/la Presidente della Repubblica è “semplicemente” un arbitro e non è da lui che, normalmente, dipende l’esito di una partita, ma dai giocatori in campo, dalla loro preparazione, dalla loro capacità di cogliere le occasioni opportune per realizzare i punti necessari per vincere. Di solito è stupido lamentarsi con l’arbitro se si perde una partita; sarebbe più onesto riconoscere gli errori commessi in campo dai giocatori.

Ma poi arriva il signor Serra, arbitro della partita Milan-Spezia che, proprio a causa di un errore arbitrale importante, determina il risultato di quella partita.
Quindi? Ci dobbiamo preoccupare? Cosa ci dice questo fatto?
La prima cosa, molto banale, ci dice che è umano sbagliare; che nessuno è infallibile anche se dotato di strumenti tecnologici avanzati che lo supportano nelle decisioni. La fallibilità è parte dell’essere umano e le conseguenze, pur gravi e dolorose, sono da metter in conto; il criterio di designazione o di elezione di un arbitro non può essere la presunta infallibilità, ma semplicemente la competenza e la consapevolezza del ruolo.
Poi ci ricorda che, quanto è accaduto, rappresenta un’eccezione, che fa notizia proprio perché normalmente non avviene così. Normalmente il risultato della partita è determinato dai giocatori che giocano meglio, che colgono con destrezza atletica le opportunità che la partita offre. Può capitare una situazione in cui un arbitro commetta un errore grave, ma normalmente ci sentiamo sicuri nell’affidarci al loro giudizio per guidare una partita.

Scegliere un Presidente della Repubblica, come è stato ricordato da persone molto autorevoli, dovrebbe rappresentare un passaggio ordinario e sereno per un Paese, non una sorta di “apocalisse” da cui dipendono i destini del mondo. Se questo non accade non è perché non si trova la persona adeguata (tanti nomi di uomini e donne eccellenti sono stati fatti in queste settimane), ma perché si ritiene che da questa decisione possa dipendere il risultato di una partita molto importante: già il fatto che lo si pensi ci fa cogliere il vero problema della vicenda.
Per molti motivi ci stiamo abituando a vivere in uno stato di emergenza e in un regime di eccezione che condiziona moltissimo il nostro modo di percepire la realtà e il nostro modo di prendere le decisioni. Compiere una scelta ordinaria nella vita di un Paese dovrebbe invece aiutarci a ricuperare un senso di normalità, aiutarci a guardare la realtà secondo le sue dimensioni ordinarie, riconoscendo ad ogni ruolo le caratteristiche che gli competono.
Un arbitro bravo può condurre a termine una partita facendo rispettare a tutti le regole e facendo divertire sia chi gioca che chi assiste. Non gli è chiesto di essere un super eroe, ma semplicemente di consentire che il gioco si svolga così come è previsto che avvenga, secondo regole stabilite da tempo e accettate da tutti coloro che vogliono giocare. Se questo rispetto delle regole non c’è, se non si vuole giocare lealmente, allora si spera che l’arbitro ci abbia in simpatia e che deroghi alle regole del gioco solo perché gli siamo più simpatici: ma non è questo il gioco della democrazia.

Nella teoria della costellazioni vorrei aggiungere un terzo puntino luminoso.
Proprio ieri, tra i testi della liturgia della Parola proposti per la messa, si riportava un brano del primo libro di Samuele (16,1-13) in cui il profeta è inviato a Betlemme per scegliere tra i figli di Iesse il futuro re d’Israele. Il testo è molto chiaro nel mettere in evidenza che i criteri secondo cui Samuele (e chiunque altro) avrebbe scelto tra quei giovani il futuro re, erano molto diversi da quelli di Dio, il quale “non guarda alle apparenze, ma guarda il cuore“. E così viene scelto e unto Davide, un giovanissimo pastore, le cui caratteristiche erano che aveva i capelli fulvi ed era bello d’aspetto, certamente non quelle che il popolo avrebbe apprezzato in un re guerriero, come doveva essere a quei tempi. Eppure Davide fu il più grande dei re d’Israele, non perché infallibile (la Bibbia non ci nasconde le sue debolezze e i suoi peccati), ma perché consapevole del ruolo che doveva giocare e della responsabilità che gli era stata affidata.

Un presidente, un arbitro, un re; forse mettendo insieme i puntini possiamo riconoscere come dovrebbero andare le cose e trovare un po’ di pace.


Pubblicato da tecnodon

Prete cattolico. Formatore in seminario ed Assistente AGESCI

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