Benedico anche la cimice?

E’ ormai convinzione comune che non siamo più in tempo di cristianità. Le parole e le espressioni della fede cristiana, anche quelle più tradizionali, chiedono di essere rimotivate perché non appartengono più alla grammatica comune.
Senza tale opera di risignificazione, il rischio dei fraintendimenti è molto grande!
Prendiamo l’esempio di quanto è accaduto in moltissime chiese tra ieri e oggi: la benedizioni degli animali in occasione della festa di Sant’Antonio Abate.
In epoca antica ed in contesto rurale questa benedizione, come anche le varie Rogazioni primaverili, esprimeva la possibilità di riconoscere nel lavoro agricolo e nell’impegno per il sostentamento delle famiglie la via attraverso cui Dio ci concedeva la benedizione del pane quotidiano e del necessario per vivere. Gli animali della fattoria erano parte di questa prospettiva di sostentamento o perché aiutavano nel lavoro agricolo o perché fornivano il necessario per la vita delle famiglie (latte, lana, carne, uova, …).

Oggi la realtà è molto cambiata: le persone portano in chiesa per la benedizione gli animali che vivono nei loro appartamenti: cani, gatti, uccelli, criceti, conigli da compagnia, … Alcuni riconoscono questi animali come parte integrante della loro famiglia, senza distinzioni. In alcuni casi, essi prendono il posto di persone che non ci sono più o di figli che non ci saranno mai (come ha detto il Papa nell’Angelus di qualche settimana fa).
Non possiamo pensare che la benedizione fatta a questi animali abbia lo stesso valore che aveva nelle epoche passate. Come aiutiamo la gente a comprendere il significato di questo gesto delle fede? Quale significato gli attribuiamo oggi?
Sarebbe importante uno sforzo catechetico per aiutare i nostri cristiani a comprendere il significato di questa tradizione e ricollocarla in un contesto post-moderno dove spesso ognuno tende a voler dare ai gesti un significato suo proprio, senza preoccuparsi del significato che assume nel contesto della fede.

Riporto qui un paragrafo del Benedizionale (n. 12) che mi sembra aiuti a ricuperare la giusta prospettiva delle cose, senza alcun intento iconoclasta.

La Chiesa glorifica Dio e invoca la sua benedizione
12. La Chiesa, intenta come è a glorificare Dio in tutte le cose e specialmente a porre in risalto manifestazione della sua gloria agli uomini che, in grazia del Battesimo, sono rinati o prossimi a rinascere alla vita nuova, con le sue benedizioni per essi e con essi, in circostanze particolari della loro esistenza, loda il Signore e invoca su di essi la sua grazia. Talvolta poi la Chiesa benedice anche le cose e i luoghi che si riferiscono all’attività umana, alla vita liturgica, alla pietà e alla devozione, sempre però tenendo presenti gli uomini che usano quelle determinate cose e operano in quei determinati luoghi. L’uomo infatti, per il quale Dio ha voluto e ha fatto tutto ciò che vi è di buono, è il depositario della sua sapienza e con i riti di benedizione attesta di servirsi delle cose create, in modo che il loro uso lo porti a cercare Dio, ad amare Dio, a servire fedelmente Dio solo.

Destinatario di ogni benedizione è l’uomo e il frutto della benedizione è che l’uomo cerchi e onori Dio in tutto ciò che vive e che opera.
Destinatari ultimi della benedizione dunque non sono gli animali, ma gli animali in quanto segno della bontà di Dio che arricchisce la vita dell’uomo di tutto ciò che gli è utile, affinché l’uomo, riconoscendo questa bontà e questa provvidenza (oltre alla bellezza che Dio manifesta nelle cose create), possa fidarsi di Dio, riconoscerlo come Padre buono e misericordioso e obbedire alla sua volontà per avere la vita eterna.
A me sembra che, senza questa specificazione (che un tempo era ben chiara per la nostra gente), si rischi di fare molta confusione e molti possano considerare quel segno che la tradizione ci consegna, “una specie di mini battesimo” per una creatura di Dio a cui riconoscono molta più dignità che a molti esseri umani. E questo non andrebbe molto bene.

Domenica mattina, nella celebrazione alla fine della quale avremmo compiuto il rito di benedizione degli animali, una grossa cimice ha cominciato a svolazzare in chiesa facendosi ben notare. Mi sono chiesto: chissà se alla fine della messa dovrò benedire anche la cimice? E dentro di me trovavo molte motivazioni per non farlo: mi è antipatica, è fastidiosa, è un animale infestante…
Poi mi sono raccolto in me stesso e ho pregato semplicemente: Benedetto sei tu Signore anche per la cimice che è tua creatura; non so perché l’hai creata e non vedo in lei nulla di buono, ma so che tu sei buono e che tutto quanto è uscito dalle tue mani è segno della tua bontà. Benedetto nei secoli il Signore.
Anche la cimice, che non ho benedetto, mi ha aiutato a benedire Dio.
Davvero “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rom 8,28)… anche la cimice.

Pubblicato da tecnodon

Prete cattolico. Formatore in seminario ed Assistente AGESCI

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