Il dogma di Babbo Natale

Chi pensa di vivere in una cultura che “finalmente” si è liberata da tutti i dogmi si sbaglia! Ce ne sono alcuni inattaccabili e inossidabili. Nei loro confronti non c’è secolarismo, né scienza che tenga!
Ovviamente non si tratta dei dogmi relativi alla Trinità o alla natura umana/divina di Cristo, temi che hanno occupato per secoli le menti più brillanti della cristianità, e neppure di quelli più cari al popolo cristiano, riguardanti i doni attribuiti dal Padre alla Madre di Dio. Qui si tratta addirittura di Babbo Natale!

Come novello eretico, qualche giorno fa un vescovo ha osato mettere in dubbio la sua esistenza, creando grave scandalo tra i bambini (si dice) e sdegno tra i genitori. Come si permette il vescovo Antonio di disilludere i nostri bambini dicendo loro simili corbellerie? Con quale coscienza questo vescovo cerca di minare la loro solida “fede” in una delle ultime verità degne di questo nome, insegnate e sostenute con grande impegno educativo sia dai genitori che dai maestri, senza timore che qualcuno li accusi di confessionalismo?
Al rogo! Al rogo! (mediatico ovviamente).

La notizia infatti ha trovato grande eco sui giornali, con reazioni scandalizzate di tanti opinion makers che hanno stigmatizzato come improvvido e inopportuno, addirittura offensivo, l’intervento del vescovo Antonio.
A fronte di tutto questo clamore mediatico, lo stesso vescovo, dalle pagine di Avvenire, oggi scrive una bellissima lettera a Gesù Bambino che consiglio di leggere (lettera nella quale – tra l’altro – riporta correttamente quanto avrebbe detto nella situazione incriminata).

Al di là della cronaca e del gossip, per tutti noi educatori cristiani (genitori, insegnanti ed educatori a vario titolo) si pone un problema serio, antico e sempre nuovo, un problema che richiede un accurato discernimento comunitario: mentre nel nostro stare “nel mondo” siamo chiamati a riconoscere e valorizzare tutto quanto di buono, di bello e di giusto il contesto ci offre, perché lo riconosciamo come una via che può condurre a Dio (il solo che è buono e giusto), dobbiamo forse tacere rispetto a ciò che crediamo non essere vero e giusto, in nome del politically correct, oppure possiamo responsabilmente e in modo nonviolento presentare le nostre posizioni, anche accettando che queste non vengano accolte? Fino a che punto vale l’opportunità di tacere o abbozzare, e fino a che punto siamo responsabili della verità e della giustizia?
Non si tratta di intraprendere nuove crociate (per carità!) e neppure di istruire nuovi processi di inquisizione, ma semplicemente di affermare con franchezza, per esempio, che per noi vivere il Natale significa celebrare l’incarnazione di Cristo; che vivere il Capodanno significa iniziare un tempo nuovo a partire dalla presenza di Dio accanto a noi; che vivere la Pasqua significa credere nella potenza della risurrezione e celebrare la vittoria della vita sulla morte… e che questo noi desideriamo insegnare ai nostri bambini, che pure vivono in un mondo in cui il personaggio principale del Natale è Babbo Natale, il Capodanno è la festa dello spumante e la Pasqua quella di primavera.

Non sempre sarà necessario porsi in contrapposizione frontale.
In una cultura che ha scelto la via della laicità, a me sembra corretto che i bambini e gli adulti sappiano quale sia il fondamento storico e religioso di alcune feste e ricorrenze, pur riconoscendo che oggi ci sono modi diversi di viverle.
Se così fosse, nessuno si scandalizzerebbe che un vescovo, successore degli apostoli di Gesù, proponga a dei bambini ciò che lui professa come vero e significativo per “crescere in sapienza”, o metta in guardia rispetto a modalità più effimere ed esclusive (come afferma bene nella sua lettera) di vivere una bella festa come il Natale.

La sfida del dialogo, che parte dall’ascolto, è una sfida sempre presente per la Chiesa che, proprio in questi mesi, ha scelto di porsi in ascolto e in cammino con tutti gli uomini, per riconoscere la strada su cui è chiamata a camminare per seguire il Signore e annunciare il Vangelo.
La sfida del dialogo riguarda anche coloro che non si riconoscono nella proposta ecclesiale, coloro che desiderano sinceramente essere tolleranti e accoglienti, ma che rischiano – come tutti – di arroccarsi in nuovi ed inutili dogmatismi.
Il dialogo, per la Chiesa, non rappresenta la rinuncia all’annuncio del Vangelo; ma diviene la via per un nuovo stile di annuncio, che valorizza l’incontro con l’altro e la condivisione della vita prima dell’asserzione e dell’insegnamento.
Si tratta di una via difficile, ma molto feconda.
Difficile perché sembra essere lenta a chi deve contabilizzare dei risultati.
Feconda perché, attraverso la relazione interpersonale, il Vangelo non si impone, ma permea ogni parola e ogni gesto diventando una testimonianza che aiuta il credente a crescere nella fedeltà alla sua fede. “La fede cresce condividendola”.

Percorriamo questa via con franchezza, umiltà e libertà per rendere il nostro servizio al mondo.

Pubblicato da tecnodon

Prete cattolico. Formatore in seminario ed Assistente AGESCI

2 pensieri riguardo “Il dogma di Babbo Natale

  1. Caro Andrea, non è solo su Babbo Natale che stiamo zitti ma anche su temi come: la Messa della domenica, la Confessione, i rapporti prematrimoniali, il lavoro festivo,eccetera. Una volta c’era il cardinale Biffi che ci faceva il servizio di dire qualcosa cn franchezza . Adesso chi c’è? Mah! [Un amico cattolico che vive a Oxford ha detto che i protestanti lo deridono perchè i cattolici dicono le stesse cose dei protestanti .]

  2. Il dramma è che oggi neppure molti cristiani conoscono la storia dei santi o l’origine delle feste liturgiche…parlo soprattutto della fascia d’età 30-50 anni, ovvero proprio dei genitori dei bambini che frequentano il catechismo! Suppongo siano loro che si siano scandalizzati più che i bambini (soprattutto i più grandicelli)…che sotto sotto lo sanno che Babbo Natale è il papà che gli porta i regali…ma fanno finta di crederci per non rovinare la tradizione familiare!!

I commenti sono chiusi.

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