Sotto ricatto

Foto tratta dal sito di Euronews

Come si risponde ad un ricatto quando questo coinvolge delle persone innocenti strumentalizzate per giochi internazionali di potere?
Come si risponde a chi usa la vita e la salute di uomini, donne e bambini a cui era stata promessa una via di fuga da condizioni di vita insostenibili e disumane e dalla guerra per collocarli forzatamente in mezzo ad un nuovo conflitto?

Siamo di fronte a governi senza scrupoli, che si fanno beffe dei diritti fondamentali delle persone e che, in vista di interessi altri, usano la loro vita innocente per mettere sotto ricatto un intero continente, svelando l’ipocrisia che impedisce all’Europa di fare semplicemente la cosa giusta accogliendo duemila (non ventimila, non duecentomila) disperati che sono stati posti in modo deliberato in condizione di estremo pericolo, questa volta non da trafficanti di uomini, ma da governi che pretendono di essere riconosciuti come legittimi da altri stati.
Come si risponde ad un situazione di questo genere?
La risposta che arriverà nei prossimi giorni, probabilmente, sarà quella di nuove sanzioni economiche contro Bielorussia e Polonia, scelte che inaspriranno ancora di più una relazione già difficile con la UE e con la Russia.
Ma era davvero così difficile aprire la porta a quelle persone, testimoniando un’umanità e una giustizia che sa difendere il più debole, per poi redarguire e condannare il criminale?
Perché i governi d’Europa (compreso il nostro), che si sono scapicollati con ponti aerei per mettere al sicuro gli afgani in pericolo per l’ascesa al potere dei talebani, non hanno adottato la stessa modalità nei confronti di coloro che si trovavano ugualmente vittime di governi indisponibili al rispetto dei diritti umani? Qual è la differenza?

Il ricatto del gas metano
Abbiamo invece lasciato che Russia e Bielorussia ci ricattassero con la minaccia di chiudere il rubinetto del gas metano, di cui l’Europa, soprattutto in questo anno di scarse risorse, ha estremo bisogno, permettendo loro di portare avanti questo gioco perverso e rimanendo spettatori che – come avviene in una partita di calcio – si accontentano di protestare, alzare la voce e ingiuriare la squadra che si comporta in modo falloso, senza muovere un dito.
Molti si lamentano giustamente dell’aumento considerevole del gas metano. Ma ogni volta che vado alla pompa per il rifornimento io mi chiedo quante vite è costato quel pieno di gas? quanti bambini, donne e uomini in questo momento vengono maltrattati, usati e lasciati a morire di fame e di freddo per consentire a me, cittadino europeo, di poter fare il pieno alla mia auto, di poter riscaldare la mia casa, di poter cucinare il mio pranzo in santa pace, magari lamentandomi per l’aumento dei prezzi?

Dall’indignazione passa alla provocazione e all’azione
Poiché, come direbbe Greta Thumberg, di fronte a problemi così evidenti e così gravi non ci possiamo accontentare dei «bla, bla, bla», e io non desidero accodarmi alla schiera di coloro che in queste settimane di sono pubblicamente stracciati le vesti di fronte a questi crimini senza fare nulla per timore delle conseguenze, lancio una provocazione che potrebbe declinarsi in due azioni concrete.
La provocazione politica potrebbe chiamarsi “lo sciopero del freddo” (simile allo sciopero della fame) e tradursi in queste o altre azioni concrete:
– Se ci stanno ricattando tenendo in ostaggio persone innocenti con la minaccia di interrompere il rifornimento del gas metano, possiamo fare la scelta di spegnere il riscaldamento nelle nostre case, nelle nostre chiese, nei luoghi in cui ci ritroviamo, per affermare che preferiamo soffrire anche noi il freddo piuttosto che stare al caldo al prezzo dell’ingiustizia e della vita di quelle persone.
– La seconda azione è rivolta soprattutto ai più giovani. Per dimostrare che non siamo indifferenti rispetto a quanto accade ai confini dell’est Europa, scegliamo di vivere un tempo all’aperto (un weekend, una settimana, qualche giorno), dormendo in tenda, mangiando e lavorando all’aperto, subendo le condizioni atmosferiche a cui vengono sottoposti bambini piccolissimi, donne e anziani, in un clima molto più rigido di quello che viviamo alle nostre latitudini.

Contro l’indifferenza
Qualcuno potrebbe obiettare che tutto ciò non serve a nulla, che non cambia di un centimetro la condizione di ingiustizia di quelle persone. Vero! Ma almeno dimostra che noi non siamo indifferenti; consente a noi di dire che non possiamo accettare che le persone siano trattate in questo modo e che il nostro benessere, sempre più costoso in termini economici e umani, sia garantito attraverso la sofferenza di uomini donne e bambini. Almeno dimostreremo di essere rimasti umani.

Pubblicato da tecnodon

Prete cattolico. Formatore in seminario ed Assistente AGESCI

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