Sinodalità e leaders

Giovani e vescovi – Chiese della Lombardia

Uno dei libri della Bibbia che narrativamente risulta più appassionante è il libro dei Giudici. Racconta del tempo in cui il popolo di Israele, insediatosi nella terra promessa, cercava di costruire una sua storia, tra diverse difficoltà dovute soprattutto alla fatica a sostenere la “differenza” che lo caratterizzava rispetto a tutti gli altri popoli. Israele infatti non aveva ancora un re che lo governava, perché il Signore Dio era il suo Re.
Questo “vuoto di governo” creava un certo smarrimento, che si rivelava nella difficoltà a rimanere fedeli all’Alleanza con Dio, all’osservanza della Legge, lasciandosi ammaliare dai culti pagani dei popoli circostanti che sembravano più semplici e maggiormente corrispondenti alle esigenze religiose. Tale infedeltà portava il popolo d’Israele a ricadere in qualche forma di schiavitù e ad essere soggiogati dai popoli confinanti; l’asservimento e la situazione di sofferenza ha provocato più volte l’invocazione di aiuto a Dio, che rispondeva suscitando un liberatore (un giudice), il quale liberava Israele e lo riportava all’osservanza della Legge e alla fedeltà all’Alleanza.

Il dinamismo è semplice e sembra convincente anche per noi: in un momento di crisi ecclesiale, come quella che anche noi viviamo, accentuata dalle conseguenze della pandemia, ci verrebbe naturale invocare il sorgere di uno o più leaders che ci aiutino a venirne fuori, a ricuperare la rotta; che ci motivino e ci guidino sui passi che siamo chiamati a compiere per uscire da una situazione di stallo in cui percepiamo di essere finiti.
Ciò che accade nella società civile e nel contesto politico sembrerebbe orientarci a riconoscere la convenienza di un leader forte e decisionista, con un ampio consenso politico su cui contare, che si assuma la responsabilità del governo e delle scelte, soprattutto di quelle impopolari e scomode (ancorché necessarie).

A fronte di questa possibilità, che a molti sembrerebbe logica e conveniente, la Chiesa risponde con la proposta di un percorso sinodale che, al contrario, chiama tutti alla partecipazione e alla corresponsabilità per recuperare la via del Vangelo e della missione, e per ritornare a percorrerla tutti insieme come popolo.
La via sinodale non è semplice e neppure comoda, ma ci può aiutare a crescere nello spirito del Vangelo, partendo dalla fiducia nello Spirito che guida la Chiesa e che agisce in tutti i battezzati. La via sinodale ci aiuta a rinunciare alla logica del potere e del dominio per aderire sempre di più alla proposta del servizio e dell’umiltà (Cfr. Mc 10,35-45).
A molti parrà una via lenta e poco efficiente, incapace di stare al passo con la velocità che caratterizza questo tempo e dunque inadeguata. Essa si confronta non con i moderni costruttori di grattacieli, che realizzano enormi costruzioni in pochi mesi, ma con gli antichi costruttori delle cattedrali, uomini e donne che intraprendevano un’opera collettiva, dedicando ad essa tutta la loro vita, pur consapevoli che non ne avrebbero visto la conclusione, ma altrettanto consapevoli che tale gioia sarebbe toccata alle molte generazioni successive, fino ai nostri giorni.

Come è stato scritto da più parti da persone molto competenti, il percorso sinodale è un metodo da imparare: dopo molti secoli di storia ecclesiale segnata da altri modelli, siamo chiamati a riappropriarci di quello stile di corresponsabilità che caratterizzava la Chiesa apostolica, consapevoli che c’è una fatica iniziale da mettere in conto per avviare quei processi che ci consentiranno di imparare e – progressivamente – assumere quello stile che la Chiesa stessa ci invita a fare nostro. E’ probabile – come accade nel campo della tecnologia – che i più giovani diventino più velocemente esperti di questa modalità; a noi adulti e anziani, abituati a “dire l’ultima parola” su tutto, è opportuno richiamare la responsabilità di non bloccare tali processi, di condividere la fatica di soluzioni inizialmente imprecise ed imperfette, di sostenere un cammino in cui il nostro impegno sarà chiaramente orientato a costruire una realtà che noi non potremo vivere, ma che, grazie anche al nostro contributo, potranno godere coloro che verranno dopo di noi.

Bella è l’immagine delle chiese della Lombardia che hanno convocato i giovani per chiedere loro quali siano le priorità su cui camminare, ponendo i vescovi di quelle diocesi in un ascolto concreto e in un dialogo alla pari. E’ il segno di una comunità che ci prova, che inizia, che si mette in cammino … il resto verrà perché la strada, se ci si mette in cammino, “si apre passo dopo passo“.

Pubblicato da tecnodon

Prete cattolico. Formatore in seminario ed Assistente AGESCI

3 pensieri riguardo “Sinodalità e leaders

  1. Bello l’esempio delle chiese lombarde… decisamente da seguire! Ma con un’avvertenza: importante ascoltare, ma forse ancora di più mostrare di aver recepito quanto ascoltato…e non in tempi biblici! Altrimenti si rischia che alla fine del percorso sinodale di nuovo nulla cambi, e chi ha partecipato finirà per dire “come sempre non cambia niente” (potrei letterariamente citare il “Gattopardesco” “cambiare tutto per non cambiare niente”, azzeccata metafora di molta parte della storia d’Italia)! Perché va bene che la Chiesa ha tempi lunghi, ma il mondo negli ultimi 50 anni ha accelerato (anche troppo) e non lo possiamo fermare! Io che come dico sempre sono nata dopo il Concilio Vaticano II (nel 1967), ne ho studiato i documenti negli anni ’90, appassionandomi a quella visione di Chiesa “Popolo di Dio”, vorrei vederla realizzata prima di morire! Anche perché più il tempo passa più la spinta di rinnovamento si esaurisce (anche per opera degli oppositori), tanto è vero che secondo me nella chiesa si sperimentava più negli anni ’70 che nell’ultimo ventennio! E fra un po’ avremo bisogno di un nuovo concilio, senza aver realizzato neppure il precedente!

  2. Un altro spunto me lo fornisce la tua citazione del libro dei Giudici, coloro che governavano e amministravano la giustizia in Israele prima della monarchia… L’ultimo dei Giudici è Samuele, di cui porto il nome, che richiesto dal popolo di trovargli un re, prima si oppone, mostrando le schiavitù a cui andrà incontro, poi, su indicazione di Dio, accetta di fare un passo indietro, e di cedere il suo potere terreno a un sovrano (prima Saul e poi Davide). Ecco penso che sia importante che chi ha più autorità nella Chiesa (Cardinali, Vescovi, Parroci) faccia un passo indietro per dare spazio finalmente a quel laicato finora o inascoltato o clericalizzato, come dice Papa Francesco. Anche questo lo ha detto il Concilio…55 anni fa! D’altronde la mistica ebraica conosce una bella immagine, di Dio che “si restringe” (tzim-tzum) per fare spazio alla creazione, che altrimenti non avrebbe potuto esistere! Un po’ come una mamma incinta, che si allarga per fare spazio al suo bambino dentro di sé!

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