La tentazione del potere

per iniziare il cammino sinodale dal Vangelo

Ci sono delle coincidenze che vanno riconosciute semplicemente.
E’ importante coglierle perché l’incontro tra la Parola e l’evento sono spesso segno dell’intervento di Dio per noi; ma come afferma san Paolo, se non c’è chi interpreta le profezie, queste risultano inutili (Cfr. 1Cor).

Ieri nelle chiese diocesane di tutto il mondo si è aperto il Sinodo. Quasi ovunque questa “apertura” è avvenuta nel contesto di una celebrazione eucaristica. Il vangelo proclamato in tutte queste celebrazioni è stato preso dal Lezionario della XXIX domenica dell’anno liturgico “B”, che riportava un testo del vangelo di Marco in cui Gesù dialoga con i discepoli sul tema del potere (Mc 10,35-45).

Il potere, insieme al denaro, è uno degli argomenti “tabù” delle comunità cristiane (a tutti i livelli, non solo nei contesti clericali). Un certo moralismo diffuso ci impedisce di parlarne esplicitamente per coglierne l’ambiguità intrinseca, quella che invece Gesù nel Vangelo denuncia in modo molto chiaro ai suoi discepoli. Tale ambiguità autorizza molte persone – anche tra i/le credenti – a pensare che il potere possa essere una cosa buona se è ispirato da buone intenzioni o da obiettivi meritevoli.
Leggendo il Vangelo, però, non sembra che questo sia il parere di Gesù. Più volte, infatti, gli è stato offerto di assumere una posizione di potere; il popolo stesso più volte avrebbe voluto porlo in una posizione di dominio, ma Gesù si è sempre guardato da questa possibilità, l’ha rifuggita sempre come una tentazione. Chi, se non Lui, che era buono e agiva solo spinto dall’amore, avrebbe potuto usare bene il potere? Nelle mani di chi, se non nelle sue, il potere avrebbe potuto essere al sicuro ? Ma Gesù non lo ha scelto!

A Giacomo e Giovanni, che domandano una posizione di potere e di prestigio, Gesù richiama la differenza che dovrebbe caratterizzare chi si è posto alla sequela del Vangelo. Se tale logica è comune nel mondo tra coloro che sono ritenuti grandi e dominano, tra i discepoli non può essere così: chi vuole essere grande o il primo deve essere il servo di tutti, ad imitazione di Colui che si è spogliato della sua natura divina e si è fatto servo fino al dono della vita. Questo il Vangelo ascoltato ieri!

La coincidenza con l’apertura del Sinodo, rispetto al quale non sono poche le perplessità esternate da diversi membri della comunità cristiana, ci richiama ad una questione ineludibile: quella dell’esercizio dell’autorità all’interno della comunità. La scelta della forma sinodale nell’esercizio della missione della Chiesa, non può non fare i conti con il tema dell’autorità vissuta come servizio o come potere. Il fatto che il Vangelo, proprio ieri, ci abbia riportati lì non può essere una coincidenza fortuita!
La missione e l’annuncio del Vangelo partono dalla testimonianza di una differenza che deve emergere nel vissuto del cristiano; il Vangelo ci dice che una dimensione dell’umano su cui siamo chiamati a dare testimonianza in modo cristallino, è proprio del come viene vissuta l’autorità dentro la comunità: o viviamo nel modo che ci parla chiaramente di Gesù, oppure diviene evidente che abbiamo perduto il senso di quella differenza (non è così tra voi!) a cui il Signore ci richiama con forza.

Questo tema sembra investire primariamente chi, nella comunità, svolge un ruolo di autorità, ma, secondariamente, richiama tutti a verificare come ognuno/a di noi, nelle responsabilità che gli/le vengono affidate (famiglia, chiesa, professione, associazioni, reti sociali), vive il servizio dell’autorità. E’ una questione che coinvolge la Chiesa intera proprio mentre rinnova il suo impegno per la missione.

Rosanna Virgili, biblista italiana molto conosciuta, in un libretto di qualche anno fa, mentre commenta il testo del Vangelo che abbiamo ascoltato ieri nella celebrazione domenicale, indica cinque attenzioni che la Chiesa dovrebbe tenere presente per preservarsi dalla tentazione del potere e vivere il servizio (la diaconia) ad imitazione del Maestro:
– Gesù è servo perché ascolta. Tutto quello che lui fa nei vangeli è una risposta e non una proposta. La Chiesa diventa “di potere” quando non ascolta.
– Gesù è servo perché si mette su un piano orizzontale con le persone e con le folle; tale postura si esprime nella disponibilità a dialogare senza timore, anche in un confronto democratico.
– Gesù è servo perché prende su di sé il dolore e il peccato del mondo, non ha paura di farsi contaminare, di “perdere potere”. Anche la Chiesa è chiamata a vivere questa prossimità facendo propri i dolori delle persone e anche il loro peccato (pur senza complicità).
– Gesù è servo perché sa trasformare le parole in parabole. Sappiamo come il potere usi e manipoli la realtà e le persone attraverso le parole. C’è una grossa riflessione sul linguaggio, sulla comunicazione ecclesiale che si deve confrontare con la scelta di uno stile di servizio.
– Gesù è servo perché è tutto donato, perché la sua vita non è fine a sé stessa. La Chiesa è di potere quando è autoreferenziale, quando perde di vista per chi vive e perché è stata costituita da Cristo sacramento di salvezza per il genere umano.
(Cfr. R. Virgili, Il Figlio dell’uomo è venuto per servire (Mc 10,45). Permanenza ecclesiale del paradosso. in Servizio e potere nella Chiesa, (R. Fiorini ed.), Gabrielli Editori 2013, pp. 83-95).

Non credo che questi temi siano ancora entrati in nessun programma sinodale delle nostre comunità diocesane, ma la parola del Vangelo, ascoltata nella liturgia di ieri, me li ha fatti cogliere come un punto da cui partire e da cui potrebbe prendere vita quel percorso che a molti pare piuttosto incerto.

Pubblicato da tecnodon

Prete cattolico. Formatore in seminario ed Assistente AGESCI

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