11 settembre 2021: il primo giorno della pace?

Gli anniversari non sono inutili per chi spesso si trova travolto dalle questioni quotidiane che rischiano di far perdere di vista l’orizzonte.
Ricordare oggi quello che accadde venti anni fa a New York, non può limitarsi a consumare un po’ di emozioni forti (rabbia, commozione, frustrazione), ma può essere una buona occasione per riportarci al punto centrale della questione che rischiamo di perdere di vista: siamo di fronte ad una sfida epocale che coinvolge l’umanità; se non percorriamo vie che garantiscano la pace, la giustizia, il necessario per vivere per tutti gli uomini e le donne che abitano su questo pianeta, noi saremo sempre in guerra.

La crisi climatica e ambientale, la pesantissima disparità delle condizioni di vita nelle varie parti del mondo, la crisi demografica dell’Occidente, la crisi migratoria … tutto è connesso e tutto questo è causa di guerra. Certo le ideologie e i fondamentalismi fanno la loro parte e rimangono ingiustificabili, soprattutto quando intraprendono la via radicale della violenza; ma esse non nascono dal nulla: trovano un ottimo terreno di coltura nella disperazione, nella frustrazione di tanti giovani, nell’impossibilità di poter provvedere ai bisogni essenziali della propria famiglia, dei propri figli… queste condizioni alimentano la rabbia che a sua volta è il combustibile di ogni guerra.

La domanda più interessante di oggi non mi sembra sia: “dove mi trovavo l’11 settembre 2001?“, quanto piuttosto: a venti anni da quei terribili eventi e dopo tutto quanto di terribile in questi venti anni è accaduto, cosa posso fare io, cosa possiamo fare noi, cosa può fare il nostro Paese, cosa può fare l’Europa per consentire alla pace di fare un passo in avanti e disinnescare le condizioni che portano alla guerra?
Poiché non ho responsabilità dirette riguardo l’Italia e tantomeno l’Europa, se non quelle che vengono concesse ad un elettore, mi limito a condividere alcune piste che riguardano me e noi (inteso come le varie comunità in cui sono coinvolto).

1. Possiamo pregare per la pace ogni giorno.
A molti può sembrare banale e ingenuo, ma la preghiera non è un’invocazione che deresponsabilizza e affida a Dio quello che noi non possiamo fare. Essa è come un fiume carsico che scava dentro la nostra vita e ci consente di guardare noi stessi, le persone che sono intorno a noi, le situazioni in cui ci troviamo a vivere e a compiere delle scelte in un modo che non è più soltanto “mio”, ma che via via assume lo sguardo di Dio. La preghiera ci converte e ci aiuta a divenire donne e uomini di pace, ci aiuta a trovare la forza per compiere quelle scelte che diventano opere di pace e di riconciliazione, fino ad arrivare ad amare il nostro nemico e a pregare per chi ci perseguita (come insegna chiaramente il Vangelo).

2. Alimentiamo la disponibilità all’accoglienza di chiunque si trova in difficoltà.
L’accoglienza, da sempre è il primo gesto di pace e la testimonianza di una capacità di guardare le persone a partire dalla loro dignità di uomini e donne, dando una risposta semplice ai loro bisogni nello stile della condivisione. L’ideale evangelico sarebbe quello di un’accoglienza incondizionata, ma, per essere realisti, riconosciamo che ci sono alcune condizioni che ci possono limitare. Allora il nostro impegno, oltre che all’accoglienza, sarà anche rivolto a creare le condizioni favorevoli (rimuovendo gli ostacoli sul piano politico, economico, sociale, culturale, religioso) perché questa non debba bloccarsi o limitarsi pregiudizialmente. L’accoglienza, per un cristiano, avrà sempre come riferimento il Vangelo che non dovrà né potrà essere offuscato da ideologie, speculazioni e pragmatismi oggettivamente ingiusti e disumani (ogni riferimento alle politiche europee di respingimento o di delega a paesi terzi nella gestione della “crisi migratoria” non è affatto casuale).

3. Consentiamo a tutti (soprattutto ai giovani) uno sguardo di speranza sul futuro.
Una delle cause più radicate della guerra e delle violenze è data dall’impossibilità, per molte persone nel mondo, di pensare ad un futuro di bene per loro stessi e per coloro che amano. Se non ho la possibilità reale di vedere un futuro buono per me, allora posso salire su un aereo e decidere di schiantarmi contro un grattacielo; oppure indossare un giubbotto esplosivo e farmi esplodere in mezzo ad altre persone. Se non riesco a vedere un futuro buono, se la mia vita non conta nulla, io posso diventare un arma, assumendo uno scopo perverso per la mia vita.
Possiamo riconoscere dignità alle persone, soprattutto ai giovani, se concediamo loro la possibilità di un futuro. Tale impegno coinvolge prima di tutto gli educatori e gli insegnanti, ma anche coloro che disegnano le politiche economiche e finanziarie: se non superiamo la logica assoluta del profitto e non ricuperiamo il primato del lavoro dell’uomo sul capitale (Cfr. Giovanni Paolo II, Laborem exercens, n. 13), noi non riusciremo ad aprire prospettive di futuro e di pace.
In questo sguardo sul futuro un ruolo fondamentale lo riveste l’impegno per la cura della casa comune che è il creato. I dati scientifici non lasciano spazio a dubbi: il futuro del nostro pianeta è in pericolo e alcune scelte sono urgenti; ognuno può fare qualcosa e insieme possiamo fare molto (padre Pino Puglisi).

4. Assumiamo la fraternità come criterio base per ogni relazione. La guerra si alimenta quando lo sguardo pregiudiziale su ciò che ci rende diversi impedisce la fraternità; molte ideologie si frappongono a questa prospettiva, ma in realtà molto dipende solo da noi. Se io scelgo di guardare come fratelli e sorelle tutti coloro che il Signore pone sulla mia strada, se scelgo di incontrarli in modo disarmato, riconoscendo la loro dignità di uomini e donne, mettendomi in ascolto dei loro sogni di vita; se mi lascio coinvolgere nella relazione con l’altro, accettando l’avventura del dialogo nonviolento, allora io ho una possibilità per vivere e far crescere la fraternità.
La fraternità, per definizione, non dipende da noi perché ci è data; però dipende solo da noi come viverla.

5. Dobbiamo essere preoccupati per la giustizia e le legalità.
L’ingiustizia e l’illegalità sono un altro terreno di coltura per la guerra. Noi tutti viviamo in una cultura molto tollerante verso l’illegalità; spesso riteniamo che essa sia legittima e che non rechi alcun danno al mondo. Oramai sappiamo bene che non è così!
Nel solo 2020, in Italia, l’ammontare dell’evasione fiscale corrisponde a circa 110 miliardi di euro, una somma che è più della metà del famoso Recovery found che – provvidenzialmente – abbiamo ottenuto dall’Europa. Certo posso pensare che tale cifra non dipenda da me; ma dipende anche da me e soprattutto dal mio (nostro) modo di pensare che giustifica coloro che si esonerano dalla contribuzione.
Qualcuno potrebbe affermare che ci troviamo di fronte a leggi ingiustamente vessatorie; se fosse questo il caso, l’unico percorso sarebbe quello del cambiamento della legge, attraverso il processo democratico e parlamentare che non ammette il ricorso all’evasione.
Il tema della giustizia è ancora più complesso perché, per noi cristiani, non coincide e non si risolve con il rispetto delle leggi, ma sicuramente da lì può partire. Nessuno di noi si può esonerare pregiudizialmente da tale osservanza e un’eventuale obiezione di coscienza sarà motivata solo da un rispetto più grande della giustizia. E’ una cultura che dobbiamo far crescere e a cui dobbiamo educare se vogliamo costruire la pace.

Nella nostra vita ci sono degli appuntamenti che possiamo cogliere o che possiamo lasciar perdere; opportunità che ci vengono concesse per dare una svolta alla nostra vita, per riprenderla in mano e assumerci la responsabilità del bene che ci è possibile compiere.
La commemorazione delle sofferenze e delle ingiustizie subite, se – come è accaduto spesso in questi venti anni – alimentano la rabbia e la vendetta, il senso di inimicizia e di contrapposizione, non portano al mondo che violenza, morte e distruzione. La storia ci ha insegnato che il motto “se vuoi la pace, prepara la guerra“, non ha mai portato pace, ma solo altra guerra.
Solo la pace porta la pace; solo la giustizia porta la pace; solo la fraternità porta la pace; solo l’accoglienza e la condivisione portano la pace; solo una preghiera fatta con umiltà porta la pace.
Oggi, per tutti coloro che decidono di cogliere l’occasione di questo appuntamento datoci dall’anniversario degli attentati realizzati a New York, può essere il primo giorno di impegno per un mondo di pace.
Dipende anche da me. Dipende anche da noi.

Signore facci strumenti della tua pace.

Pubblicato da tecnodon

Prete cattolico. Formatore in seminario ed Assistente AGESCI

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