P.E.R.R.

l’occasione del percorso sinodale

Ci sono delle sigle che sono entrate nel linguaggio comune; alcuni acronimi fanno parte della nostra vita quotidiana. Ho pensato di crearne un altro: PERR, Piano ecclesiale di ripresa e resilienza, un percorso che aiuti le nostre comunità ecclesiali.
Conosciamo ormai tutti il PNRR che fa da sfondo ad alcune scelte di riforma proposte o messe in atto dal governo per ottenere lo stanziamento dei fondi previsti dalla UE per sostenere la ripresa delle varie nazioni dopo la crisi economica del 2008 e a seguito degli effetti devastanti della pandemia. Ciò che mi colpisce, in questo processo che è stato posto in atto, è che, a differenza di altri interventi, questo prevede ed esige alcune riforme strutturali su elementi giudicati non più adeguati e, per questo, ostacolo alla ripresa e alla rinascita (Cfr. la discussione sulla Giustizia e lo svolgimento dei processi).

Mi sono domandato se, proprio a seguito di quanto emerso dalla pandemia (emerso, non causato), non fosse opportuno anche per le comunità cristiane un PERR, che non si limiti ad interventi tampone o di lifting, ma che prenda sul serio le riforme strutturali di cui la vita ecclesiale ha molto bisogno (lo diciamo da anni).
In questa prospettiva ritengo che il cammino sinodale, che le nostre comunità intraprenderanno dal prossimo ottobre, rappresenti una grande opportunità per dare alla vita ecclesiale quella svolta di cui ha bisogno.

Non sono assolutamente in grado di indicare in modo esaustivo il percorso, ma mi sento di condividere alcune attenzioni riguardanti il metodo di lavoro, che nei luoghi opportuni andrà definito.

1. Ripresa e resilienza. Mentre il primo termine in questi anni siamo abituati a sentirlo collegato a tematiche economiche, il secondo, pur abusato, ha a che fare con il contesto di cura e accompagnamento delle persone che hanno vissuto situazioni drammatiche. Di resilienza ne abbiamo davvero bisogno anche noi a fronte di una situazione inedita e, per molti, inattesa: lo svuotamento delle nostre chiese, la fatica a ripartire, l’indebitamento economico, la carenza di operatori pastorali, la scarsa considerazione delle nostre opinioni nel dibattito politico e sociale, la prevalenza di un giudizio malizioso verso le persone che compongono la Chiesa e che collaborano nelle sue strutture pastorali … insomma una situazione che ci provoca e che ci ha lasciati tramortiti.
Sulla ripresa occorre intendersi: abbiamo udito che il tempo che abbiamo vissuto negli ultimi diciotto mesi non è stato una parentesi (Derio Olivero), che viviamo un cambiamento d’epoca segnato dalla fine della cristianità (papa Francesco) … ma cosa c’è nel nostro cuore? in che modo pensiamo ad una ripresa? Non sarà tempo sprecato fermarsi e confrontarsi su questo aspetto.

2. Non perdiamoci nelle analisi. Abbiamo a disposizione testi ecclesiali autorevoli (non solo il magistero del Papa e dei vescovi) che da almeno 20 anni ci hanno indicato con chiarezza quali siano i punti nodali per la conversione pastorale e missionaria della nostra Chiesa. Basterebbe andare a riprendere quei testi per avere chiari gli obiettivi. Non sprechiamo tempo nelle analisi e nelle indagini: partiamo da ciò che è già stato detto, da ciò che i nostri vescovi avevano già indicato come necessario a partire dai piani pastorali di questo nuovo millennio.

3. Piccoli passi e grandi orizzonti. Questa frase, che ho sentito moltissime volte sulle labbra di mons. Francesco Lambiasi, rappresenta un’indicazione di metodo importantissima. Mentre è davvero importante avere presente il grande orizzonte del nostro vivere e agire ecclesiale, è altrettanto importante procedere con piccoli, ma decisi passi nella direzione che abbiamo riconosciuto come valida. Se rimaniamo a contemplare l’orizzonte, sognando di abitarlo, ma non facciamo alcun passo concreto nella direzione riconosciuta come buona, crescerà in noi la frustrazione di chi comincia a considerare la mèta irraggiungibile. Il percorso sarà lungo e difficile; probabilmente molti di noi non vedranno la mèta, perché sarà dato “ai nostri figli o ai nostri nipoti” di raggiungerla; ma potranno farlo se noi oggi iniziamo a camminare nella giusta direzione.

4. Assumere la povertà e la fragilità. Siamo una Chiesa fragile e impoverita (non ancora povera evangelicamente); questa condizione ci scandalizza perché ancora prevale in noi la nostalgia di ciò che è stato. Tale condizione, invece, se assunta, dovrebbe aiutarci a comprendere che è importante abbandonare un’idea di Chiesa che ormai non corrisponde più alla realtà dei fatti e andare a cercare ciò che del nostro vivere ecclesiale rappresenta l’essenziale, quel tesoro che, “né tignola, né ruggine, né ladri ci possono sottrarre” (Cfr. Mt 6,20). Ricordiamo le parole di Pietro di fronte al paralitico che gli stendeva la mano: “Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, àlzati e cammina!” (At 3,6). Abbiamo noi quello che aveva Pietro, pur consapevole della sua grande povertà?

5. Abbandonare il clerico-centrismo e partire dal soggetto delle comunità cristiane. Non credo che sia giusto definirci una chiesa clericale, ma ancora clerico-centrica. Molte delle scelte che, in Diocesi, hanno caratterizzato la riflessione degli ultimi dieci anni hanno patito del condizionamento (per lo più inconsapevolmente) del clerico-centrismo. Basti pensare a tutto il processo sulla Zone e Unità pastorali, ipotizzato come scelta missionaria per una maggiore capillarità dell’azione ecclesiale e ridotto a quello che non voleva essere (è una mia modesta opinione): un’aggregazione di parrocchie sotto la responsabilità di uno o più preti. Quanto è accaduto in questo processo è illuminante: nelle dichiarazioni e nei propositi erano stati espressi chiaramente degli orientamenti che, poi, sono stati smarriti nell’attuazione del piano. Lo stesso di potrebbe dire per altri “cantieri” avviati in questi ultimi quindici anni nella nostra Diocesi. Se non comprendiamo perché questo è accaduto, ogni percorso rischia di fare la stessa fine. Un percorso sinodale che comincia, credo debba tenere presente questa possibile deriva.

6. Poche priorità, ma incisive. Se devo pensare ad un percorso efficace, lo penso con poche (2 o 3) priorità capaci però di incidere fortemente sul vissuto delle comunità e di caratterizzarlo. Chiara Giaccardi, nel suo intervento proposto a giugno 2021 al presbiterio di Rimini, indicava due piste che mi sento di condividere: l’attenzione prioritaria ai poveri e agli esclusi e il ricupero della dimensione spirituale della vita ecclesiale. Dentro la dimensione spirituale sottolineerei l’esigenza di insegnare il metodo del discernimento a fronte di quanto accade nella vita personale e comunitaria. Queste poche ma essenziali priorità scelte insieme, sarebbero da richiedere e verificare in ogni comunità cristiana.

7. La pista delle Beatitudini e la Gaudete et exultate. Il Papa in persona ha indicato l’esortazione Evangelii gaudium come punto di riferimento principale per il cammino sinodale, così come aveva già detto al Convegno di Firenze del 2015. Mi sembra che, accanto al testo fondamentale del suo pontificato, potrebbe essere molto utile l’ esortazione apostolica Gaudete et exultate come traccia per comprendere le priorità della vita cristiana in questo tempo. Il cammino sinodale, infatti, non è solo e prima di tutto un percorso di riforma delle strutture della Chiesa in vista di una sua azione più efficace, ma è anche un cammino di conversione dei singoli credenti, perché possano comprendere meglio quali siano le pro-vocazioni che il Signore ci pone innanzi in questo tempo della storia. In quel testo il Papa riconsegna alla Chiesa la pagina delle Beatitudini come pista per vivere l’essenziale della vita cristiana anche in questo tempo della storia.

8. Incentivi. La motivazione principale che ha messo in movimento gli stati della UE per attuare le riforme necessarie alla ripartenza, viene da un enorme stanziamento economico erogato dalla UE e condizionato al raggiungimento degli obiettivi dichiarati.
E’ evidente che questa motivazione non ci può essere per il nostro PERR, ma una motivazione è sempre importante e non si potrà risolvere tutto in un appello morale. Sarà decisivo individuare quali saranno i benefici ottenibili a breve, medio e lungo termine, benefici che dovranno essere concreti e tangibili.
A me, per esempio, starebbe a cuore ricuperare una maggiore credibilità ecclesiale nel dialogo sociale e politico, non in vista dell’ottenimento di privilegi, ma totalmente gratuita e semplicemente coerente rispetto a ciò che proclamiamo come importante ed essenziale. Un altro incentivo concreto potrebbe essere quello di una maggiore fecondità vocazionale, di un aggancio rinnovato al mondo giovanile che riscopre il valore del Vangelo sul volto di testimoni adulti che lo vivono con semplicità. Altri, forse, potranno aiutarci a ritrovare anche altre motivazioni concrete che rappresentino il frutto del nostro impegno di conversione e di rinnovamento.

Attendo con gioia questo cammino sinodale perché lo vedo come una bella opportunità per me e per la Chiesa tutta, in particolare per la mia Diocesi.

Pubblicato da tecnodon

Prete cattolico. Formatore in seminario ed Assistente AGESCI

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