Anziani e leaders

Uomini e donne che preparano il futuro

Accadono felicissime coincidenze che portano a cogliere come provvidenziali alcuni spunti di riflessione.

Martedì 4 maggio, su Avvenire, viene pubblicato un bellissimo editoriale di Mauro Magatti che, prendendo spunto dall’intervento del presidente J. Biden al Congresso USA, allarga la prospettiva coinvolgendo il presidente Draghi e il Papa in una riflessione sugli anziani leaders del nostro tempo, sottolineando come “Giunti all’ultima stagione della vita, questi leader anziani non si stancano di dirci che si tratta di guardare avanti, di immaginare un futuro di cui, pure, loro non saranno protagonisti. Una condizione di ‘leggerezza’ che permette di prendere decisioni coraggiose, senza dipendere dal calcolo del successo o dall’andamento dei sondaggi... può capitare che il passare degli anni insegni una saggezza nuova: quella di saper lavorare per preparare un futuro che va al di là di noi. Forse è proprio ciò di cui abbiamo bisogno per cercare di attraversare il cambio d’epoca che ci capita di vivere.

Lo stesso giorno presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna prende il via il convegno annuale che ha come tema la leadership nella Chiesa, nella prospettiva del cammino sinodale che la Chiesa italiana, come sottolineano sia don Valentino Bulgarelli che il cardinale Zuppi nelle loro introduzioni.

E’ pensiero comune che gli anziani prediligano un atteggiamento conservativo rispetto alla realtà delle cose e tendano a conservare lo status quo dichiarandosi piuttosto allergici ai cambiamenti e alle novità.
Ma accade che ci siano anziani che, superata la tentazione del “si salvi chi può“, abbiano acquisito una così grande libertà da sé stessi da dedicarsi completamente a costruire un futuro migliore per le nuove generazioni, mettendo a servizio la loro grande esperienza e l’autorità che la situazione concede loro.
E’ stato il caso di Giovanni XXIII, per esempio, che, pur essendo anziano, è stato capace di convocare il Concilio Vaticano II, riconoscendo le istanze che salivano da varie parti della comunità ecclesiale e mettendosi al servizio di questo processo.
Senza dubbio è il caso di papa Francesco (84 anni), che non finisce di stupirci con un magistero fatto di parole e di gesti che aprono scenari di futuro per la Chiesa e per il mondo.

Spesso ci lamentiamo, sia nella società, che nella Chiesa, di essere una realtà caratterizzata fortemente dalla presenza degli anziani. Mi chiedo se questo non passa essere considerato anche una risorsa.
Abbiamo bisogno di adulti e anziani che, liberi dalla preoccupazione per sé stessi, possano mettersi al servizio dell’edificazione di un futuro in cui loro non abiteranno.

Nel Sinodo uno degli uditori, un giovane delle Isole Samoa, ha detto che la Chiesa è una canoa, in cui gli anziani aiutano a mantenere la rotta interpretando la posizione delle stelle e i giovani remano con forza immaginando ciò che li attende più in là. Non lasciamoci portare fuori strada né dai giovani che pensano che gli adulti siano un passato che non conta più, che è già superato, né dagli adulti che credono di sapere sempre come dovrebbero comportarsi i giovani. Piuttosto, saliamo tutti sulla stessa canoa e insieme cerchiamo un mondo migliore, sotto l’impulso sempre nuovo dello Spirito Santo. (Christus vivit n. 201)

Come sarebbe bello pensare ad una realtà in cui le diverse generazioni, libere dalla preoccupazione per loro stesse, dall’ansia di salvare sé stessi, possano mettere le loro migliori energie e competenze al servizio di un bene comune, per costruire insieme un mondo che sarà migliore di quello in cui hanno vissuto loro.

A me sembra che coloro che mi hanno preceduto, nelle diverse generazioni passate, abbiano adempiuto a questo compito, anche se con qualche errore (vedi la crisi climatica o la sperequazione sulla distribuzione delle ricchezze nel mondo) che, grazie alle nuove conoscenze, chiede di essere corretto nella prospettiva futura.

Ora sta a me! Ora sta a noi!
Faccio parte della generazione del boom demografico degli anni ’60, della generazione che, in diversi modi, sta ricoprendo i ruoli di responsabilità (e di potere) nel mondo e nella società.
Sta a noi – che siamo adulti e cominciamo ad essere anziani – metterci al servizio, mettere a disposizione le nostre competenze e le nostre esperienze per lasciare il mondo migliore di come lo hanno lasciato a noi i nostri padri.
I nostri figli sono già grandi, stanno entrando nella vita adulta. Possiamo lamentarci delle situazioni svantaggiose che caratterizzano il loro cammino, oppure possiamo decidere di metterci al servizio, smettendo di pensare a noi stessi, di voler garantire a tutti i costi la nostra permanenza in una giovinezza illusoria, e lavorando per loro e con loro per un mondo che noi non abiteremo.
Sapremo testimoniare questa libertà? Oppure lasceremo alle generazioni future un mondo in macerie, conseguenza della nostra arroganza e del nostro egoismo narcisistico?

Ci sono alcuni grandi anziani che ci stanno dando l’esempio, che ci stanno chiedendo di lavorare insieme con loro, di impegnarci pensando al futuro.

Per quanto mi riguarda questo tema mi coinvolge in particolare sul futuro della Chiesa.
La pandemia ci ha proiettati in una realtà di Chiesa che, probabilmente, avremmo visto solo tra quindici o venti anni. La pandemia ha accelerato alcuni processi che erano già in corso, ma rispetto ai quali preferivamo non fare nulla.
Da anni i papi, i vescovi, i teologi, la gente, ci chiedeva di mettere in moto un processo di cambiamento, ma noi abbiamo preferito conservare l’esistente pur riconoscendo che il sistema si stava sgretolando man mano. Ora “il re è nudo”! Lo sapevamo già, ma – come i quella storia – facevamo finta di non accorgercene.
La cosa strabiliante è che abbiamo già la pista per camminare, frutto di analisi e riflessioni che ci sono state fornite da diversi decenni: nuova evangelizzazione, relazioni comunitarie meno formali, dialogo con il mondo ed impegno condiviso sui grandi temi che coinvolgono l’uomo (la famosa sfida antropologica), valorizzazione di tutte le vocazioni della comunità cristiana, rinunciando al clericalismo, valorizzazione dell’impegno educativo …

Qualcuno di noi è stanco; non ha voglia di cambiare le cose che ha sempre fatto; non ha voglia di mettersi a pensare a scenari diversi, a modalità diverse per vivere l’annuncio, per edificare una comunità cristiana fondata su punti di riferimento differenti. Qualcuno è tentato di pensare che “verrà chi vuole venire”; che a molti andrà bene così come si è sempre fatto; che “la gente” (chi poi?) non capirà i cambiamenti; che facendo così rischiamo di perdere anche quei pochi che verrebbero comunque …

I nostri vescovi tra qualche giorno si riuniranno in assemblea generale per raccogliere la sfida, che il Papa ha loro rilanciato a gennaio 2021, sul cammino sinodale della Chiesa italiana a partire dalla Evangelii gaudium. Non credo che tutti loro saranno entusiasti di questa prospettiva. Credo che dovranno essere aiutati e sostenuti nell’avviare un processo che sarà vitale per il futuro della nostra Chiesa in Italia, quella che noi non abiteremo, ma che abbiamo la responsabilità di lasciare a coloro che verranno.
Ciò che sarà domani dipende dalle scelte che noi oggi avremo il coraggio di compiere.
Credo che sia nostra responsabilità metterci al servizio di questo processo che, solo con il contributo attivo di tutti, senza “meline”, senza muri di gomma, potrà aiutarci a cambiare le cose per renderle adeguate al futuro che ci attende.

Il Signore ci conceda la libertà necessaria e la disponibilità di cuore per vivere questo servizio.

Pubblicato da tecnodon

Prete cattolico. Formatore in seminario ed Assistente AGESCI

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