Religione o fede?

Ovvero la questione dell’essenziale

Voi chi dite che io sia?
Domenica il Vangelo ci riporta alla domanda centrale della nostra esperienza di fede: chi è Gesù? Cosa dico di lui?
Questo testo lo abbiamo sentito tante volte, ma in questo anno particolare, segnato dall’esperienza della pandemia che ha fortemente inciso sulla vita della comunità cristiana in genere e sulla vita di fede di tanti credenti, credo possa avere una risonanza tutta particolare.
Nella ripartenza che ci prepariamo a vivere nei prossimi giorni, dopo la pausa estiva, saremo capaci di andare all’essenziale della questione o rischieremo di disperdere le nostre energie su ciò che non vale la pena ricuperare?

Questa domanda è risuonata tante volte negli ultimi mesi, man mano che si passava dall’emergenza alle fasi successive, ma non sempre siamo stati capaci di definire in modo chiaro cosa sia l’essenziale.
Provocato dal testo del Vangelo che ci presenta la professione di fede di Pietro a Cesarea di Filippo, provo a dire prima cosa non è essenziale, poi a individuare cosa ci avvicina all’essenziale.

La prendo un po’ larga sperando di non disperdermi.
Nel 1992 il sociologo torinese Franco Garelli pubblicò un’indagine sulla cristianità in Italia intitolata “Forza della religione. Debolezza della fede“; la tesi del prof. Garelli, molto sinteticamente, era che in Italia la dimensione religiosa intesa come pratica, come senso di appartenenza, come tradizioni religiose, poteva essere considerata ancora forte, ma debole era la fede di coloro che si definivano credenti; debole perché non fondata su una formazione significativa e non incisiva nell’esperienza della vita quotidiana.
A quasi trent’anni di distanza, potremmo dire che, indipendentemente dalla pandemia, anche la dimensione religiosa si è molto indebolita e non si è rafforzata la dimensione della fede.

Se questo è vero ci possiamo chiedere: la pandemia, con le sue conseguenze, ha influito sulla religione o sulla fede dei credenti? E nel tempo che abbiamo davanti (quello della ripartenza) siamo chiamati a ricuperare la dimensione religiosa oppure a far crescere la dimensione della fede? E come?

Provo allora a dire cosa ci potrebbe aiutare a far crescere la dimensione della fede, anche a partire dall’esperienza già vissuta da tanti uomini e donne credenti e dalla purificazione vissuta durante il tempo del distanziamento.

1. Una diffusione popolare e ampia della Parola di Dio come grammatica essenziale dell’esperienza della fede. Nel 2020 possiamo dirci credenti senza un riferimento significativo alla Parola di Dio? Grazie a Dio abbiamo molte esperienze differenti e testate. Occorre diffonderle come esperienze ordinarie nella comunità dei credenti, nei gruppi, nelle famiglie, tra i giovani. E’ la Parola che ci aiuta a crescere nella conoscenza di Dio e nella professione della nostra fede.

2. Il ricupero della centralità della domenica come dono di Dio, giorno sempre nuovo, tempo che illumina la vita dei credenti e che ci aiuta a vivere la differenza della vita cristiana. Occorre ricuperare il valore della domenica in sé (anche indipendentemente dalla celebrazione eucaristica), con proposte differenziate che valorizzino quel giorno in modo diverso a seconda della maturità di fede di ognuno. L’eccessiva insistenza sulla messa ad ogni costo, anche in condizioni di difficile celebrabilità, non ha fatto crescere tra i cristiani la coscienza del valore della domenica come memoriale della risurrezione di Gesù.

3. Un’esperienza di condivisione in piccole comunità di adulti e/o di giovani in cui si confronta la vita con l’esperienza della fede e in cui si impara a fare discernimento per comprendere cosa ci chiede il Signore e dove ci guida. Senza la mediazione fraterna ed ecclesiale è molto difficile per il singolo riuscire a compiere questo discernimento. Rimettere in contatto la fede con quelle che vengono definite le soglie dell’evangelizzazione (lavoro, fragilità, affettività e famiglia, sfida educativa, impegno nella cittadinanza attiva, testimonianza della carità), è essenziale per comprendere cosa c’entri Gesù con la mia vita e con la vita delle persone che vivono intorno a me.

4. L’educazione alla preghiera cristiana come ambito in cui, a partire dall’ascolto profondo della Parola di Dio che si rivela nella Scrittura e in ciò che il Signore mi rivela nella mia vita, vivo la risposta e l’invocazione a Dio perché compia in me ciò che mi ha fatto conoscere come promessa. La preghiera cristiana è essenziale perché è la prima e fondamentale espressione della mia fede in Dio e nel compimento della sua promessa (io sarò con te, io avrò cura di te, io custodirò la tua vita anche oltre la morte, tu sei prezioso ai miei occhi, …). Nella preghiera, abbiamo scoperto durante i giorni del distanziamento, un posto privilegiato deve essere restituito alla liturgia delle ore, come celebrazione del mistero pasquale affidata da ogni battezzato.

5. Una “presenza amica” dei cristiani nel mondo del lavoro, della cura, della solidarietà e in tutti gli ambiti in cui tante altre persone, anche non cristiane, sono impegnate.
Il tempo del distanziamento ci ha fatto vedere tanto bene agito dalle persone, proprio quando il male sembrava travolgerci: tanti che si sono impegnati non partivano da motivazioni di fede, eppure hanno saputo portare luce, consolazione e pace.
Di tutti questi uomini e donne noi non possiamo che essere e sentirci amici. I cristiani sono chiamati a riconoscere tutto questo bene e a collaborare con semplicità, a valorizzarlo e a farlo divenire contesto di condivisione.

Questi cinque punti li considero le vie privilegiate per valorizzare l’essenziale nella ripartenza che ci attende. A molti sembreranno troppi o troppo pochi. Ecco perché è opportuno un discernimento comunitario che ci aiuti ad individuare insieme le piste su cui focalizzare il nostro impegno.
Molte cose non saranno come prima; ma questo non dipenderà solamente dal fatto che siamo meno, più anziani o più stanchi, ma perché – finalmente – dopo innumerevoli appelli dei nostri vescovi, abbiamo compreso che dobbiamo abbandonare ciò che non ci aiuta a crescere nella fede e concentrarci su ciò che, invece, è essenziale.
Tale percorso di discernimento con le scelte collegate, ci farà riconoscere che il risultato sarà per un “di più” e non per un “di meno”: allora avremo la conferma che stiamo camminando nella volontà di Dio, che ci chiede ancora di essere suoi discepoli in questo tempo.

Pubblicato da tecnodon

Prete cattolico. Formatore in seminario ed Assistente AGESCI

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