Ci siamo cascati

Autocritica del giorno dopo

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Oggi, 28 aprile 2020 è “il giorno dopo“.
Il giorno dopo” è sempre un tempo significativo nelle vicende che ci hanno appassionato, perché permette di considerare le cose con maggiore lucidità dopo la calma della notte e dopo che gli spiriti si sono un po’ placati.

Ieri è stata una giornata rovente e agitata, tra dibattiti e interventi appassionati di vario tipo e vario spessore, sulla questione della partecipazione alle celebrazioni liturgiche dopo due mesi di dolorosa privazione.
La comunicazione del Presidente del Consiglio è stata per molti una doccia fredda, perché erano state date delle speranze; la successiva nota della CEI è stata la miccia che ha fatto esplodere la bomba del dissenso, e ha fatto emergere tutti i sentimenti che, fino a quel momento, erano stati espressi sottovoce o in privato all’interno di piccoli gruppi.
La nota della CEI, con toni molto netti e molto diversi dai comunicati che abbiamo ascoltato negli ultimi mesi, è stata interpretata come il segnale di via libera ad una serie di interventi di vario colore, da parte di esponenti di grande rilievo del mondo cattolico (vescovi, teologi, opinionisti): moltissimi si sono sentiti in dovere di intervenire a favore della Nota della CEI o, al contrario, sottolineando la sua incoerenza con lo stile evangelico.
Molti di più sono stati coloro che, dalla grande e variegata base ecclesiale, hanno voluto esprimersi tramite i vari canali social; tutti questi interventi, semplificando molto le sfumature, si possono  raccogliere introno a tre posizioni diverse:
– quella di coloro che sottolineano il bisogno non differibile e il diritto costituzionale di partecipare alle celebrazioni comunitarie, pur nel rispetto delle precauzioni richieste, ed hanno salutato con gioia l’intervento della CEI che – finalmente – ha alzato la voce di fronte all’autorità di governo;
– quella di coloro che difendono il dovere assoluto di tutelare la salute anche da parte della Chiesa, e “denunciano” la sostanziale incapacità delle comunità ecclesiali di garantire le precauzioni necessarie al contenimento del contagio in vista di una possibile riapertura; per questi la Nota della CEI è stata una reazione esagerata e fuori luogo;
– infine quella di coloro che, dissentendo dallo stile della Nota dei Vescovi, richiamano l’opportunità di considerare questo tempo di digiuno liturgico, imposto dalle circostanze e consigliato dalla prudenza, come un tempo prezioso di crescita per far maturare la Chiesa secondo prospettive che puntino più all’evangelizzazione che alla sacramentalizzazione, più alla partecipazione dei battezzati che al clericalismo che ancora domina la vita delle nostre comunità, prospettive richiamate ampiamente dal magistero ecclesiale.

[Fuori da questo schema semplicistico, desidero solo segnalare il bellissimo intervento di mons. Erio Castellucci, arcivescovo di Modena e Carpi, che mi sembra davvero degno di nota sia per i contenuti che per lo stile con cui si propone].

Tra queste varie posizioni, più o meno urlate nella giornata di ieri, è davvero difficile scegliere dove collocarsi perché tutte richiamano qualcosa di importante. Anche io, ieri sera, dopo aver letto e ascoltato tanto, facevo fatica a capire bene come queste posizioni si escludessero vicendevolmente o quale fosse la posizione più equilibrata da assumere; nonostante questa incertezza e qualche perplessità, ho accettato di rilasciare un’intervista ad un quotidiano locale, scegliendo così di espormi (corriereromagna 20200428). Tutto questo, ieri.

Oggi è “il giorno dopo”.
Nella preghiera di questa mattina avvertivo una pesantezza sul cuore e, nel silenzio molto disturbato dal turbamento, è emersa questa parola del Vangelo: E quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi. (Mt 10,19-20)

Allora mi sono chiesto: nelle molte parole dette e scritte ieri con tanta passione e buona intenzione, chi ha parlato veramente? Io per primo mi domando: nelle mie considerazioni meditate ed espresse “responsabilmente”, chi ho fatto parlare? A chi ho dato voce?

In questo “giorno dopo”, la comunità ecclesiale, che nei suoi vari membri si espressa in modo così libero e articolato, si trova – di fatto – più divisa in sé stessa; occorre riconoscere che, questa situazione difficile, non sia stata colta per agire in comunione tra noi, ma che piuttosto, ognuno individualmente, a volte con la pretesa di rappresentare molti, se non tutti, si sia preoccupato di affermare il suo parere, senza la preoccupazione di un confronto ecclesiale che ci portasse a far emergere una posizione più condivisa. Tutto questo mi sembra che ci porti a dire semplicemente che “ci siamo cascati”!
Io prima di tutti!

Siamo cascati nella logica mondana dell’affermazione di noi stessi (non solo individualmente) di fronte al mondo, di fronte al potere politico, di fronte a chi ci ha (involontariamente) offeso, non ritenendoci degni di fiducia in una situazione difficile.
Ci siamo cascati perché non ci siamo preoccupati di conservare il bene prezioso della comunione; non ci siamo preoccupati di prendere tempo e di riflettere anche a fronte di una posizione che ci lasciava delusi e interdetti.
Ci siamo cascati!
La logica veloce delle comunicazioni, l’esigenza di prendere posizione per non apparire deboli, non ci ha consentito di dare voce a Colui che ci avrebbe permesso di cogliere questa occasione per annunciare il Vangelo, magari usando parole anche più dure (come quelle di Stefano protomartire, riportate nella prima lettura della liturgia di oggi), ma parole che venivano da Colui che sa indicarci la via del bene e del Vangelo in ogni circostanza; parole che venivano pronunciate da un “noi” vero e non solo presunto.
In questo “giorno dopo” mi sento di aver perso un’opportunità, non solo come singolo (non sarebbe la prima volta), ma soprattutto come comunità ecclesiale.

Questa prova a cui siamo sottoposti come persone e come comunità, senza un “nemico” con un volto a cui attribuire la responsabilità della nostra sofferenza, sta facendo emergere le nostre fragilità e le nostre incoerenze.
Mi sembra di notare (lo dico solo perché questa riflessione possa avere un risvolto positivo e di crescita) che tali fragilità, più che nei contenuti, si rivelano nei modi; più che sui valori, si rivelano nello stile.
Come ci ha ricordato papa Francesco in quel bellissimo intervento proposto in piazza san Pietro il 27 marzo scorso, “La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità.”

Questo svelamento doloroso ci aiuta a fare verità e, in un processo di conversione, a divenire più conformi a ciò che Dio ci chiede. Preoccupiamoci di questo, prima di tutto; aiutiamoci a farlo insieme.
I nostri vescovi – per primi – ci indichino la via della pazienza, che non è rassegnazione, ma capacità di trasformare il male in amore e cambiare veramente le cose secondo la logica pasquale.

Le circostanze faticose a cui siamo sottoposti e che condividiamo con tantissimi uomini e donne anche non credenti; la privazione dolorosissima di ciò che è essenziale per la nostra vita di fede e per la nostra vita comunitaria; tutta la fatica che stiamo sopportando anche per il giudizio che grava su di noi; tutto questo sia la via attraverso cui lasciamo che il Signore ci plasmi, ci converta, ci venga incontro e ci aiuti a vedere dove il volto del Risorto ci attende e ci chiede di riconoscerlo. 
Se invece, stiamo camminando sulle strade di questo tempo con il volto triste e il cuore deluso perché ci sembra che qualcuno ci abbia sottratto Colui nel quale avevamo riposto le nostre speranze, possiamo ritornare ad ascoltare quella parola che fa ardere il cuore e a renderci ospitali di Colui che, come scopriremo solo dopo, ha continuato a camminare accanto a noi in modo inedito, anche quando i nostri occhi erano incapaci di riconoscerlo ed eravamo avvinti dalla tristezza.
Aiutiamoci fraternamente a non cascare nella trappola della desolazione.

Pubblicato da tecnodon

Prete cattolico. Formatore in seminario ed Assistente AGESCI

One thought on “Ci siamo cascati

  1. Grazie don Andrea, hai colto nel segno.
    Per me molti, non a caso, stanno travisando anche i messaggi (omelie) che ogni mattina papa Francesco puntualmente trasmette da S. Marta.

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