Alla scuola di Maria Maddalena

La seconda chiamata/conversione

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Mosaico realizzato da padre Marko Rupnik, sj

Quella mattina di Pasqua, Maria Maddalena si reca al sepolcro quando era ancora buio, un buio che, come ricorda Enzo Bianchi, era iniziato con il tradimento di Giuda e si era fatto ancora più intenso (secondo i vangeli sinottici) nel momento della morte di Gesù. Ma Maria porta quel buio anche dentro di sé.
Cito ancora Enzo Bianchi nella sua meditazione di Pasqua:

Maria di Magdala si reca al sepolcro. Il suo cuore è avvolto dalla tenebra della disperazione e della non-fede, perché non ha ancora compreso il compimento che è avvenuto nella morte di Gesù, non riesce a credere alla resurrezione di cui certamente il suo Maestro le aveva parlato. Maria non va per ungere il cadavere, come ci dicono gli altri vangeli, ma semplicemente perché non riesce a distaccarsi da quel Gesù che aveva seguito e amato.

Il pianto inconsolabile di Maria, chinata verso il sepolcro vuoto, quel pianto che la rende cieca e indifferente all’apparizione degli angeli, ai quali ripete solamente che “(le) hanno portato via il Signore e non sa dove lo hanno posto“, è il segno di un legame personale intenso con Gesù, che però ancora non è maturato e rimane incapace di ricuperare l’insegnamento sulla risurrezione.

Sarà solo con l’ascolto di una nuova chiamata, che Giovanni ci racconta sullo stile della chiamata dei primi discepoli (Cfr. Gv 1,38 – chi cerchi?/che cercate? ), e sentendosi chiamata per nome, che Maria Maddalena si volterà (convertirà) verso il Signore e lo riconoscerà (Rabbunì) come il Vivente.

Una proposta di conversione per noi
A livello personale. Forse anche il nostro legame personale con Gesù è forte come quello della Maddalena, ma, soprattutto in questo tempo Pasquale, siamo chiamati a verificare se anche noi rischiamo di vivere in quella nostalgia che mette in evidenza solo ciò che manca, se rischiamo di rimanere attaccati ad “un sepolcro vuoto” nel quale, come ripetono a gran voce gli angeli in quella mattina, non c’è Gesù, non è più lì perché lui è risorto.
Questo tempo di emergenza, con tutte le sue esigenze e conseguenze, ci chiede di compiere questa verifica, per riconoscere che cosa animi il nostro legame con il Signore. E’ certamente un tempo di sofferenza, ma anche un tempo di riflessione sulla nostra fede, sulla nostra adesione ecclesiale, sul valore delle forme e delle strutture che, a volte, rischiano di trasportaci passivamente, senza che noi ne siamo più consapevoli (celebrazioni, incontri, servizi, attività varie, …), semplicemente perché “ho sempre fatto così“.
Questa emergenza può essere anche per noi l’occasione della seconda chiamata, che invita alla conversione, che richiede una purificazione dolorosa, ma che conduce alla verità del nostro rapporto con il Signore e ad una visione più limpida della nostra vita, alla luce della risurrezione. “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo” (Col 3,1).

A livello ecclesiale. Anche a livello ecclesiale è necessario chiedersi se non rischiamo di trasformare la nostra fede pasquale nell’onore reso ad un sepolcro vuoto, e il nostro attaccamento a Gesù ad un’ideologia: è un pericolo che papa Francesco richiama con forza nell’enciclica Gaudete et exultate, quando denuncia i pericoli dello gnosticismo e del pelagianesimo (Cap. 2).
L’invecchiamento delle nostre comunità, l’assenza di molti adulti impegnati nel lavoro e nella società, la sterilità vocazionale che stiamo vivendo soprattutto nella chiesa di Occidente, sono sintomi preoccupanti di una Chiesa che rischia di rimanere attaccata ad un passato e non è capace di generare vita nuova.
La nostra necessaria fedeltà alla Tradizione ecclesiale, rischia di ridursi nell’attaccamento a tante piccole tradizioni che rappresentano l’eredità di un passato, ma che formano un carico che ci schiaccia, che ci impedisce di respirare, che ci impedisce la gioia e la prontezza ad andare là dove i nostri fratelli e sorelle attendono l’annuncio della risurrezione di Gesù. Non è semplice capire cosa sia zavorra e cosa sia risorsa da rinnovare. Un sano discernimento comunitario, fatto in modo snello, aperto alla critica costruttiva, libero dai clericalismi, disponibile a compiere delle scelte concrete e ad avviare processi di rinnovamento, non riducendosi a delle analisi infinite, ci potrebbe davvero aiutare.

Anche per la Chiesa, è stato detto in diversi interventi, l’esperienza della pandemia deve trasformarsi in un evento di purificazione, in una nuova chiamata alla conversione, per riscoprire la freschezza della relazione con il Vivente. Facciamolo e vivremo! (Cfr. Lc 10,37)

La via nuova di Maria Maddalena
Riconosciuto Gesù come il Vivente, Maria Maddalena riceve due inviti – “non mi trattenere, ma va’ ad annunciare ai miei fratelli …” – che rappresentano due indicazioni per una nuova via da percorrere, per lei e per noi.

Non mi trattenere. Gesù ricorda a Maria Maddalena che deve ascendere al Padre, che la sua glorificazione si deve ancora compiere (nell’ascensione) perché la sua (e la nostra) umanità entri nella gloria di Dio.
In questo invito di Gesù possiamo riconoscere anche un’indicazione che invita a rinunciare ad ogni esclusivismo e settarismo, tentazioni sempre attuali per la comunità dei credenti. Dobbiamo ammettere che in molte forme di devozionalismo e di spiritualismo, diffusesi negli ultimi decenni come risposta al secolarismo della società occidentale, si riconosce un modo di vivere la fede che tende a separare Dio dalla realtà dell’uomo, quasi che la realtà sia nemica di Dio, che Dio debba essere difeso da questa realtà umana per la quale ha dato la sua vita.
Ritorna attuale il grande tema Chiesa/Mondo, rispetto al quale la Chiesa di tutti i tempi deve riposizionarsi secondo la logica del Vangelo.
Il mondo non è nemico di Dio, e se anche a volte si comporta in modo ostile, Dio lo ama e non ci chiede di separarlo dal mondo per renderlo più puro (cfr. Gv 17,15). L’esito è che rendiamo Dio inavvicinabile per molti, lo tratteniamo per noi, quasi sia un tesoro troppo prezioso per essere condiviso con tutti.

L’esperienza dell’epidemia ci dovrebbe aver fatto cogliere che c’è una grande vitalità  e c’è tanto bene anche fuori dei confini della Chiesa. Nei confronti di questo mondo non possiamo non provare simpatia, non possiamo considerarlo estraneo a ciò che noi viviamo. Con questo mondo dobbiamo condividere la nostra esperienza di Dio, con umiltà e semplicità, come Pietro e Giovanni al tempio quando incontrano l’uomo paralitico: noi non abbiamo ne’ oro ne’ argento, ma possiamo condividere Gesù e la forza della risurrezione che abita in noi(Cfr. At 3).
D’altra parte l’epidemia ci dovrebbe aver fatto comprendere che, certe interpretazioni apocalittiche, emerse da alcuni circoli devozionalisti, che hanno diffuso l’idea di un Dio punitore, di un Dio che utilizza il virus per punire il mondo dai suoi peccati, … sono assolutamente sbagliate e lontane da ciò che dice il Vangelo; ma dovremmo comprendere anche che, tali interpretazioni erronee, sono il prodotto di un’impostazione spirituale ed ecclesiale che, pur coinvolgendo tante persone di buona volontà, propone una visione erronea della fede e della vita cristiana, e per tanto sono da evitare, da sconsigliare e da marginalizzare. Anche in questo senso occorre compiere un percorso di purificazione per il bene delle persone, soprattutto delle più semplici.

Va’ dai miei fratelli. Maria Maddalena diviene l’apostola degli apostoli, la prima missionaria della risurrezione, e ricupera in pienezza la sua gioia. “Ho visto il Signore!“. La sua esperienza non è “consumata” nell’intimo, ma diviene condivisione universale e primo avvio della grande missione evangelica.
Anche per la Chiesa, come hanno detto i documenti del magistero degli ultimi sessant’anni, non c’è altra via che quella della missione per ritrovare la freschezza, la vitalità e la fecondità che lo Spirito è capace di infondere in noi. Ma se, come dice papa Francesco nella Evangelii Gaudium, noi ci esoneriamo dall’annuncio e ci limitiamo a considerare la nostra vita ecclesiale come la conservazione di ciò che il passato ci ha consegnato, noi siamo destinati a perire, perché in noi non circola più la vita, o a ridurci ad un museo nel quale si possono visitare le vestigia di un passato che non c’è più.
L’invito a vivere in modo ordinario l’impegno per la missione, dovrà caratterizzare l’esperienza ecclesiale che ripartirà dopo l’emergenza del Coronavirus; questo tempo di pausa può essere il tempo in cui riflettere, discernere e sognare un modo di vivere la Chiesa più fedele al mandato di Gesù e alle indicazioni della Chiesa stessa. 

Maria Maddalena ci indica la strada che noi possiamo seguire con fiducia, abbandonando il pianto disperato nei pressi del sepolcro vuoto, per riconoscere e abbracciare Gesù risorto lì dove lui manifesta effettivamente la sua presenza.

Pubblicato da tecnodon

Prete cattolico ed educatore Parroco a Santarcangelo e Assistente AGESCI

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