Cosa ci rimane

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La situazione che stiamo vivendo ha dell’incredibile e dell’inedito.
Non è mai successo nella nostra storia che abbiamo dovuto sospendere la vita ecclesiale in modo così radicale e doloroso. Eppure eccoci qua: la realtà precede ogni idea!

La tecnologia ci aiuta molto: chat, piattaforme per video-conferenze, chiamate telefoniche, … un gran bella risorsa per rompere l’isolamento. Addirittura messe e momenti di preghiera in streaming: possibilità straordinarie per rimanere in contatto, per animare la preghiera e con essa la fede.
Eppure tutto questo non basta e non basterà se ci concentriamo solo su ciò che ci è stato sottratto. Tutto rimarrà solo un surrogato di ciò che non è disponibile e non ci nutrirà, non ci soddisferà; anzi rischierà di aumentare la nostra frustrazione, come quando si beve un pessimo vino.

E’ molto importante che ci domandiamo cosa ci rimane di vero e di tangibile che possiamo vivere in questo tempo; il Signore cosa ci chiede di vivere?
C’è un testo che è riportato dal profeta Daniele, un testo che preghiamo nella Liturgia delle ore e che ascolteremo nella liturgia della prossima settimana; è un testo che mi è tornato in mente più volte in questi giorni:
“Ora non abbiamo più né principe né profeta né capo né olocausto né sacrificio né oblazione né incenso né luogo per presentarti le primizie e trovare misericordia.
Potessimo essere accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato, come olocausti di montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli.
Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito, perché non c’è delusione per coloro che confidano in te.
Ora ti seguiamo con tutto il cuore, ti temiamo e cerchiamo il tuo volto…” (Dn 3,38ss)
La situazione è quella dell’esilio in Babilonia, dopo la distruzione della città di Gerusalemme, un esilio che durerà settant’anni. Cosa rimane al popolo di Dio privato di tutto ciò che lo definiva come popolo?
– la confidenza in Dio, quella che non si lascia travolgere dalle circostanze tristi e difficili, perché fondata sulla roccia di un’esperienza amorevole di Dio; cosa significa confidare, avere fiducia in Dio in questi tempi difficili?
– il cuore contrito, un cuore capace di riconoscere il bisogno di conversione, perché “tutto andrà bene” alla fine, ma non tutto andava bene prima, occorre riconoscerlo con sincerità;
– il timore di Dio e l’obbedienza alla sua volontà come la via per rendere vera la nostra religiosità e farla maturare in fede; qui non bastano le “tradizioni”, siamo chiamati ad andare al nocciolo della nostra esperienza di Dio e riscoprire Lui come il Dio che ci ama e che si spende per noi, un Dio che possiamo seguire perché ci conduce per la via buona;
– oserei aggiungere a quanto afferma il profeta Daniele, facendomi aiutare da san Paolo, che ci rimane sempre l’amore per i fratelli, il comandamento che più di ogni altra cosa, esprime la verità della presenza di Dio in noi.

E’ molto quello che ci manca. Senza l’eucaristia celebrata in comunità sembra che ci manchi il fiato. Ma è tanto quello che ci rimane e su cui possiamo vivere l’essenziale della nostra relazione con Dio e con i fratelli, rendendo significativi tutti i contatti telematici che abbiamo a disposizione.

Pubblicato da tecnodon

Prete cattolico ed educatore Parroco a Santarcangelo e Assistente AGESCI

One thought on “Cosa ci rimane

  1. Sì, anche nel vangelo di oggi c’è qualcosa del genere, quando Gesù dice alla samaritana che il Padre non deve essere adorato né sul monte né nel tempio, ma “in Spirito e Verità”, l’ha sottolineato anche il nostro vescovo Francesco nella messa di stamattina…

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