L’utopia evangelica della pace come criterio d’azione

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Umanamente impossibile! Quindi evangelico!
Queste le parole del vescovo Paolo Bizzeti, vicario apostolico in Turchia, quando ha incontrato ad Antiochia i volontari di “Operazione Colomba”, che gli hanno presentato la proposta di pace per la Siria.
E’ lo stesso criterio che, quasi diciotto mesi fa’, ci ha persuasi che ci dovevamo aprire all’accoglienza di una famiglia siriana attraverso i corridoi umanitari.
Così scrivevamo nel dépliant che lanciava il progetto, quando ci siamo trovati di fronte all’esigenza di accogliere la famiglia Hsyan, dopo che ad Aiman è stato rifiutato (e  – senza alcun motivo – continua ad essere rifiutato) il visto:

“Perché abbiamo detto questo nuovo si?
– perché ci è stato chiesto da persone che conosciamo e stimiamo;
– perché non è un’iniziativa partita da noi e – da credenti – vi riconosciamo una richiesta che viene da Dio;
– perché c’era una disponibilità concreta all’accoglienza che si era creata e che non si poteva disperdere;
– perché crediamo che il Signore, con questa accoglienza, cambierà la nostra vita in meglio, proprio mentre ci farà sentire la nostra inadeguatezza e la nostra incapacità di risolvere tutti i problemi;
– perché di fronte al conflitto in Siria vogliamo dire ai nostri figli che abbiamo fatto qualcosa, anche poco; che ci abbiamo provato a non rimanere indifferenti;
– perché questa famiglia in particolare, con la storia che ha vissuto e il suo particolarissimo impegno di costruzione della pace, ci aiuterà a riconoscere come possiamo anche noi impegnarci a costruire la pace.

Ieri sera ci siamo incontrati insieme con Alberto Capannini di “Operazione Colomba”, i volontari di Santarcangelo e San Vito che gestiscono concretamente l’accoglienza e gli adulti delle due famiglie accolte a Santarcangelo e San Vito. Sentivamo l’esigenza di fare il punto insieme, di confrontarci sui frutti e di definire alcune prospettive per continuare la nostra accoglienza.
Onestamente parlando, da parte nostra eravamo preoccupati di definire un progetto verso l’autonomia delle famiglie accolte, dopo diversi mesi in cui l’accoglienza è stata completamente a carico delle due comunità. 

Io dall’incontro di ieri sera ho capito queste quattro cose che mi hanno fatto cambiare completamente la prospettiva della questione:
L’accoglienza di queste famiglie non si può ridurre alla soddisfazione dei loro bisogni e delle loro esigenze; una persona non è solamente i suoi bisogni e, anche se questi emergono in modo forte e con urgenza, occorre saper comprendere che c’è anche qualcosa di più, qualcosa di più grande (preoccupazioni, sogni, desideri) che non è quantificabile economicamente, che non è risolvibile praticamente, ma che va accolto in modo altrettanto attento.
– In particolare accogliere Sheik Abdo e la sua famiglia, totalmente impegnata nella proposta di pace per la Siria, significa farci carico della proposta di pace, sentirla come una priorità che ci riguarda e ci investe; senza questo coinvolgimento potremo provvedere ai bisogni, ma non accoglieremo ciò che è più importante per lui e per la sua famiglia. La proposta di pace è ciò per cui Abdo spende ogni sua energia, ciò per cui è disponibile a sacrificare la sua vita, ciò che lo ha spinto a rimanere tanti anni in Libano, rinunciando ai corridoi umanitari, fino a quando la situazione non è divenuta pericolosa e insostenibile. Se noi non facciamo questo passaggio, la nostra accoglienza di Sheik Abdo non sarà completa.
– Umanamente parlando – è bene ricordarlo – la proposta di pace è un’utopia, un sogno  molto fragile che, per noi credenti, può trovare conferma solo nella comprensione della fede; è ciò che ha sentenziato il vescovo Paolo Bizzeti:”è impossibile; quindi è evangelica!“. Se non entriamo nella logica del Vangelo, quella logica che ci porta a credere che “tutto ciò che vuole il Signore lo compie, in cielo e sulla terra, nei mari e in tutti gli abissi” (cfr Sal 135,6), noi non comprendiamo il perché dell’impegno che ci viene chiesto.
Paradossalmente: se non ci sentiamo solidali con ciò che i volontari di “Operazione Colomba” stanno facendo in Libano, mettendo a rischio sé stessi e tutto ciò che hanno, noi rischiamo di perdere di vista quello che stiamo compiendo e lo riduciamo ad una serie di esigenze da soddisfare.

Quando, come è accaduto ieri sera, rientriamo in contatto con quei giovani, quando sentiamo il dolore della gente con la quale loro condividono la vita, quando ci confrontiamo con la mancanza di speranza di quelle persone doppiamente vittime della violenza, dell’ingiustizia e dell’indifferenza, allora comprendiamo meglio ciò che stiamo facendo qui, ricuperiamo l’orizzonte della nostra accoglienza.
– L’esigenza reale di trovare un lavoro e una forma di sostentamento per Abdo e per la sua famiglia, deve essere conciliata con l’esigenza di Abdo di continuare a lavorare per la proposta di pace per la Siria. Se nelle soluzioni che ci vengono offerte queste due priorità si escludono a vicenda, significa che non è la soluzione giusta.
Occorre una disponibilità mentale ad uscire dagli schemi che a noi sembrano normali. Per noi il lavoro viene prima di ogni cosa, è un valore quasi assoluto; tutto il resto viene dopo e si deve adattare alle esigenze del lavoro. Per Abdo non è così. L’impegno per la proposta di pace viene per primo e il lavoro, che lui desidera vivere, si deve adattare a questo impegno che per lui è prioritario. Non conosciamo la soluzione a questo scenario, ma occorre che ci impegniamo a trovarla o a crearla. E’ una realtà nuova che richiede contenitori nuovi, come dice Gesù nel Vangelo: vino nuovo in otri nuovi. Saremo capaci, con la fiducia nella parola del Signore, di sognare questi otri nuovi per realizzarli?

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Alberto Capannini, Sheik Abdo e alcuni volontari della Colomba a Ginevra nel 2018 per l’incontro con Staffan De Mistura delegato ONU per la Siria

Sento che abbiamo bisogno di prendere tempo, di farci coinvolgere in una prospettiva che non è usuale, di farci convertire da chi ci può aiutare a guardare alla realtà secondo altri criteri, riconoscendo che i nostri, anche se sono giusti, non sono quelli del Vangelo.

Siamo stati invitati a pregare con forza per la pace in Siria, a pregare per l’incontro che la prossima settimana si terrà a Berlino: invitati dal governo tedesco, Sheik Abdo e i volontari della Colomba andranno a presentare la proposta di pace al ministro degli esteri…

L’accoglienza ci ha chiesto, in un primo momento, di fare spazio nella nostra vita, ma ora ci chiede di essere disponibili ad abitare fraternamente gli “spazi di vita” che appartengono alle famiglie che abbiamo accolto; ci chiede di sentire la Siria come la nostra casa, i desideri di quel popolo come i nostri desideri, l’impegno per la pace in quel paese, come il nostro impegno. 

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