Ritorno dal Senegal

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Sono tornato dal mio viaggio in Senegal. E’ stata una bella galoppata, con tanti chilometri percorsi per adempiere alle esigenze che avevano motivato il viaggio e per accogliere le proposte che, nei giorni passati a Tambacounda, mi sono state rivolte.
Semplicemente direi che sono contento di quello che ho vissuto.
Era la quarta volta che mi recavo in Senegal e, più precisamente, a Tambacounda; non avevo la curiosità della prima volta; sapevo più o meno cosa avrei visto e avevo chiaro il motivo del mio viaggio. Questo mi ha permesso di essere più attento a tante altre questioni che, ad un primo sguardo, avrebbero potuto sfuggirmi.
Tento di raccogliere alcuni pensieri sparsi mentre risistemo il bagaglio utilizzato per il viaggio.

– Un paese giovane e pieno di giovani
Il Senegal è un paese pieno di giovani. Si calcola che il 60% della popolazione abbia meno di 18 anni. Moltissimi i bambini. E’ un elemento che colpisce molto chi viene da un paese in cui i bambini sono ormai una rarità e dove la denatalità è un problema che viene sottovalutato. Quanta energia! Quanta vitalità!
Molti di questi giovani, purtroppo, non fanno nulla. Chi ha concluso il ciclo scolastico e chi non è mai andato a scuola, si trova a bighellonare per le vie delle città formando dei gruppi che cercano “di fare notte”. Altri si danno da fare come possono, con piccoli lavori. Simpatico e un po’ fastidioso il ruolo dei moto-taxisti. Grazie ai cinesi, il Senegal è stato invaso dagli scooters, che sono diventati dei moto-taxi veloci, economici e spericolati; tutti in mano ai giovani. Altri lavorano nelle officine e nei laboratori degli artigiani, cercando di imparare un lavoro; moltissimi e molto bravi i fabbri e i falegnami, così come i meccanici per le tantissime auto bisognose di continue riparazioni e di molta creatività.

– Le ciabatte
Mentre da noi le ciabatte sono delle calzature da riposo, in Senegal le ciabatte sono le calzature normali e più diffuse; per molti direi le uniche. Colpisce molto questo popolo di uomini e donne, giovani e anziani che, in ciabatte, percorre lunghe distanze a piedi e compie i lavori di ogni giorno. Queste ciabatte sono un simbolo del modo di stare nella vita: nonostante la fragilità delle condizioni, nonostante la precarietà e l’esposizione, non ci si arrende, non ci si ferma, ma si procede lungo la strada, sotto il sole, fino al raggiungimento della meta.

– Il valore del’agricoltura e le cooperative
Molta della ricchezza del Senegal viene dalla terra. Nonostante la pochissima pioggia (ogni anno un po’ meno), è dall’agricoltura che deriva la possibilità di sostentamento e di sviluppo a breve termine del Paese. Per questo la Chiesa è molto impegnata nel favorire e sostenere lo sviluppo della agricoltura, soprattutto nei villaggi. Ho visitato un centro sperimentale organizzato dalla Caritas diocesana di Tambacounda, dove, aiutati da giovani agronomi senegalesi, si fanno studi su nuove coltivazioni e nuove modalità di allevamento del bestiame; in questo centro si organizzano stages per operatori sociali che aiutino i contadini dei villaggi ad ottimizzare la loro coltivazione e il loro allevamento, garantendo così migliori possibilità di sostentamento per le famiglie.
Come mi ha spiegato don Bertin, da più di dieci anni direttore della Caritas diocesana, si cerca di non dare più dei sacchi di riso alla gente che ha fame, ma di aiutarla a trovare la via per sostenere la propria famiglia attraverso il lavoro e l’agricoltura.

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E’ davvero una forma di carità intelligente e capace di promuovere la dignità umana.
Nello stesso senso, i singoli agricoltori, sono invitati e aiutati a costituire delle piccole cooperative che possano sostenerli nell’utilizzo della strumentazione agricola e nella vendita dei prodotti.

– La devozione alla Madonna e la religiosità dei senegalesi
Tra le visite compiute in questi giorni c’è stata quella al santuario mariano di Gouloumbou. Noi naturalmente ci immaginiamo una bella chiesa in un posto dove è accaduto qualcosa di particolare. Nulla di tutto questo! Il santuario è un grande spazio aperto sulla riva del fiume Gambia, in mezzo alla brousse (la bassa e rada foresta senegalese). Lì è stata costruita una grotta di Lourdes e un altare dove  l’8 dicembre di ogni anno, tutte le comunità parrocchiali della diocesi si ritrovano per il pellegrinaggio mariano; i giovani vengono a piedi da Tambacounda (35 km), pernottano accampandosi al santuario insieme agli altri pellegrini che sono venuti con vari mezzi, e tutti i preti convergono in questo luogo scelto per esprimere la devozione della Diocesi alla Vergine Maria.

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Questo santuario è talmente importante per i cristiani di Tambacounda che per la  sua realizzazione e per il prossimo ampliamento, ha ottenuto la sovvenzione dello Stato del Senegal (al 93% mussulmano), Stato che, ogni anno, finanzia anche il pellegrinaggio in Terra Santa, Roma e Lourdes per un certo numero di pellegrini cristiani in rappresentanza delle varie diocesi (come finanzia annualmente anche il pellegrinaggio alla Mecca per i musulmani).
La religiosità è molto forte per i senegalesi, sia cristiani che musulmani.
In questi giorni un gendarme (musulmano) che ci ha fermati e ci ha fatto una multa, dopo aver saputo che eravamo preti, ci ha chiesto di pregare per lui e per il Senegal. 

– L’attesa di un pastore per Tambacounda
La diocesi di Tambacounda da tre anni è senza il Vescovo, perché mons. Jean-Noel, primo vescovo di Tambacounda (diocesi fondata nel 1990), ha dovuto lasciare il suo ministero per motivi di salute. E’ una mancanza che si avverte in modo molto forte. In una giovane diocesi, con un territorio così esteso, l’avere un punto di riferimento ecclesiale stabile è fondamentale sia per i preti che per le comunità. Il tempo di questa assenza è veramente lungo e se ne avverte sensibilmente la fatica. Mons. Jean Pierre, vescovo di Kolda (230 km da Tambacounda), sta seguendo la diocesi come amministratore diocesano, ma non è semplice per lui che ha una diocesi pure molto estesa e ancora più giovane (la diocesi di Kolda è stata fondata nel 2000).
Le comunità pregano ogni giorno e con intensità per la nomina del nuovo Vescovo; sento di dovermi unire a questa preghiera perché si tratta di un’esigenza evidente.

– L’importanza della tavola
In questi giorni sono stato accolto con grande calore e amicizia. Le tavole a cui sono stato invitato erano tutte imbandite come nei giorni di festa. Ho potuto gustare i buonissimi (e piccantissimi) piatti preparati via via dalle famiglie o dalle varie signore che si sono adoperate per esprimere la gioia dell’accoglienza. In Senegal, a parte le case dei preti, si usa mangiare tutti dallo stesso piatto ed è un bel gesto di condivisione. A tavola, ad ogni latitudine, si esprime la convivialità, ci si rende partecipi di ciò che la provvidenza offre e si cresce nella comunione e nell’amicizia. Grazie per tutte queste tavole imbandite.

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– La celebrazione della Messa
Ogni giorno abbiamo avuto la possibilità di celebrare la messa nella piccola cappella della Procure (la casa del clero); celebravamo in tre preti, in francese, perché la messa in parrocchia era alle 6.30 e ci siamo concessi un po’ di sonno in più.
Domenica, però, prima di partire per rientrare in Italia, ho partecipato alla messa nella parrocchia di Saint Clément. La messa delle 9 è l’unica della domenica e riunisce tutta la comunità. I canti sono ben preparati dalla corale che, nella settimana, si riunisce ben due volte per le prove dei canti. Purtroppo, come da noi, la gente non riesce a cantare, perché i canti molto belli, sono troppo difficili per l’assemblea. La messa vede la presenza di molti giovani e di molte famiglie. I bambini cercano di stare attenti e composti, nonostante la durata della celebrazione (quasi 90 minuti). Mi hanno colpito molto i colori dei vestiti della festa, l’eleganza delle donne e degli uomini che vengono in chiesa: tutto è nel segno della festa. La liturgia è svolta con calma; le parti cantate sono molte e la gente è attenta. Una lettura viene proposta in francese e una in wolof (la lingua più parlata del Senegal), perché coloro che non sono andati a scuola non comprendono bene il francese.
Mi sono sentito a casa. E’ bella questa esperienza che possiamo fare come cristiani: quando siamo all’eucaristia, in qualsiasi parte del mondo, siamo a casa.

Torno da questo viaggio in Senegal un po’ stanchino, ma contento.
Porto nel cuore la preghiera per la diocesi in attesa del Vescovo, per i seminaristi, speranza per la crescita di quella Chiesa e per il suo rinnovamento.
Affido al Signore tutti i progetti che la fantasia dello Spirito e la buona volontà degli uomini ha messo in campo: il centro agricolo sperimentale e tutta l’attività della Caritas, il nuovo monastero trappista di Wassadou, il complesso ricreativo di Tambacounda, la comunione tra i preti.

Pubblicato da tecnodon

Prete cattolico. Formatore in seminario ed Assistente AGESCI

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