Ingenuo ottimismo

Peligrospensamientopositivo

Quasi ogni giorno riesco a leggere i giornali dove trovo, per lo più, cronache di diversi fronti di crisi: la crisi climatica e ambientale, la crisi finanziaria, la crisi migratoria, le crisi ricorrenti su scenari internazionali (Yemen, Venezuela, Libia, Siria, …), senza considerare le crisi specifiche del nostro modo ecclesiale riguardanti le vocazioni, lo stato dell’evangelizzazione, gli scandali causati da comportamenti criminali di preti, religiosi e rappresentanti del mondo ecclesiale. 
Immediatamente c’è un senso di angoscia che mi prende, un senso di smarrimento, … come se il mondo che conosco e nel quale sono cresciuto stesse collassando.
Poi da lontano, dentro di me, quasi in automatico, scatta come un senso di sollievo, generato dal pensiero che le cose alla fine andranno bene, che salterà fuori qualcuno che le risolverà e che ristabilirà la pace, il bene, la giustizia, …

Da dove nasce questo pensiero? Da chi è generato?
Penso che più che dalla mia fede sia generato dalla mia storia.
Appartengo ad una generazione fortunata: quella nata durante il boom economico degli anni ’60 del secolo scorso. Siamo nati e cresciuti senza subire gli effetti terribili del dopo – guerra, in un tempo di grande ottimismo economico e scientifico. La narrazione della storia che ci è stata presentata è stata, per lo più, una narrazione positiva: grandi e terribili crisi che si sono felicemente risolte grazie all’impegno di molti: potevamo crescere tranquilli e fiduciosi.

Sento che questa narrazione mi condiziona, che dentro di me c’è l’ingenua convinzione che sia normale che le cose vadano a finire così. Come se la realtà possedesse intrinsecamente dei meccanismi di salvaguardia per cui, raggiunto un apice della crisi, quasi automaticamente si mette in moto un processo che ristabilisce l’ordine e il bene.
Ma è un pensiero molto ingenuo. Non c’è nessuna garanzia che questo accada.

Come non era scontato che le grandi e terribili crisi del passato venissero superate, così non è affatto scontato che tutto quello che stiamo vivendo in questo nostro tempo di crisi complesse e articolate, abbia un esito positivo semplicemente perché è così che ci aspettiamo che vadano le cose.
Come è accaduto nel passato è necessario che ognuno si assuma la responsabilità e l’impegno attivo perché le cose cambino, perché l’ingiustizia venga sanata, perché ciò che è male si trasformi in un bene.

Non mi voglio accodare ai profeti di sventura, non voglio indulgere in uno sguardo pessimista e cinico, … ma guardandomi intorno rimango scandalizzato dall’inazione, dall’attendismo, dalla tendenza a considerare solo interessi immediati e a breve scadenza. 

L’elenco dei campi di impegno sarebbe lungo e riguarda tutti a vari livelli: riguarda la Chiesa e il suo impegno di testimonianza ed evangelizzazione in questo tempo; riguarda il governo del nostro Paese, che da molto tempo si arrabatta nel tentativo di tappare le falle senza alcuna strategia e medio-lungo termine; riguarda l’Europa sempre più insignificante sul piano della politica internazionale e sempre più incerta nelle strategie di lungo periodo; riguarda l’ONU e tutte le agenzie collegate sempre più inefficaci nelle missioni internazionali; riguarda ognuno di noi se ci limitiamo a pensare a noi stessi, al nostro oggi, se non ci sentiamo responsabili del bene comune e di questo mondo in cui viviamo.

Non è detto che le cose vadano bene.
Non esiste un meccanismo automatico di salvaguardia.
Il mondo, in tutte le sue componenti sia naturali che sociali, è un organismo delicato che richiede il nostro impegno e la nostra responsabilità.

Non possiamo permetterci di essere degli ingenui ottimisti, perché, in certe circostanze, l’ingenuità si trasforma in irresponsabilità e diviene un peccato gravissimo.

Una Risposta

  1. Caro Andrea come sempre le tue riflessioni suscitano in me diversi pensieri… Innanzitutto non è proprio esatto che siamo nati durante il boom economico, mi piace guardare documentari storici, ed ho scoperto che il periodo del boom in realtà sono gli anni ’50, il 1964 viene considerato già un anno di rallentamento della spinta propulsiva nata con la ricostruzione postbellica. È vero che la nostra generazione ha conosciuto fin dall’infanzia un benessere sconosciuto ai nostri genitori… Ma non si può dire che fossero anni poi così positivi: l”autunno caldo” delle proteste operaie nel 1969, conclusosi con il drammatico attentato di Piazza Fontana, terrorismo nero e rosso, nel 1973 la crisi petrolifera con le pompe di benzina vuote, nel 1979 il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro; e poi la nube tossica di Seveso, il terremoto in Friuli…no non sono stati anni migliori dei nostri! Ma quello che sembra venuto a mancare oggi è piuttosto la speranza, o meglio la fiducia di poter riuscire a cambiare le cose. Allora il Paese si è unito e ha trovato la forza di reagire di fronte alle peggiori tragedie, oggi prevale il sentimento che sia tutto inutile! Forse il colpo di grazia è arrivato dopo le ultime stragi di mafia e Tangentopoli negli anni 1992-93: anche allora gli italiani hanno reagito con forza e pure entusiasmo, pensando che tutto sarebbe cambiato, ma dopo 25 anni ci ritroviamo una società pervasa da corruzione clientelismo e collusione con ambienti malavitosi… Dobbiamo arrenderci? No, come scrivi tu, il cambiamento è responsabilità di tutti e di ciascuno, se ognuno di noi comincia a fare la sua parte senza continuare ad aspettare “miracoli” dall’alto e a scaricare sempre le colpe su fantomatici “altri” (l’Europa, l’euro, la crisi, il precedente governo, ecc.), forse il mondo potrà finalmente diventare un po’ migliore!!

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