Europa: la via dell’esperienza

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Ieri sera, invitato da Lorenza e Luca, ho partecipato all’incontro organizzato dalla CdO di Rimini; il centro Tarkovskij era gremito di persone, segno del bisogno di parlare di Europa.
La serata si è aperta con la sintesi di alcuni incontri che la CdO nazionale ha organizzato a Milano. Dalla sintesi è apparso chiaro che la prospettiva europea sia ineludibile e che le soluzioni nazionaliste o indipendentiste ventilate da alcuni partiti, aprirebbero scenari piuttosto problematici, soprattutto sul piano della difesa dei diritti fondamentali e della sostenibilità del welfare (Cfr. Vittadini).

Sono seguite le tre testimonianze molto intense e limpide di David, Dodi e Sandro, che  hanno condiviso la loro esperienza di impegno personale e comunitario nell’ambito dell’imprenditoria, dell’accoglienza dei rifugiati e nell’accompagnamento di persone con difficoltà lavorative; tre testimonianze molto belle di persone che non si sono fermate di fronte alle difficoltà emerse, non hanno atteso che qualche istituzione risolvesse le situazioni di bisogno che le persone incontrate presentavano, ma hanno messo in moto processi generativi di amicizia, di confronto e di solidarietà di evidente valore sul piano politico, per la capacità concreta di cambiare la realtà.

Ha concluso la serata l’intervento del prof. Andrea Simoncini, docente di Diritto Costituzionale all’Università di Firenze. Di questo intervento mi porto a casa due elementi che mi hanno particolarmente interessato e una serie di domande.

Il primo elemento è emerso dal richiamo sulla questione centrale della identità, nella tensione (sempre più conflittuale) tra identità nazionali ed identità comune dell’Europa. E’ un tema che occorrerà approfondire perché, a differenza degli USA in cui il concetto di unità nazionale (We the people) precede ogni altra appartenenza, la composizione dell’Unione Europea è fondata storicamente ed essenzialmente su una pluralità di stati  diversi per storia, cultura e lingua (l’Europa dei popoli). Tale pluralità costitutiva non può essere eliminata, e l’unità dell’Europa va ricercata nella integrazione (non omogenizzazione) di tale pluralità; rimane il problema del come. Occorre riconoscere il ruolo necessario della politica, come ambito di dialogo e di confronto tra posizioni diverse per la ricerca della migliore soluzione per l’unità. Mi sembra che ci possa aiutare l’immagine del poliedro, molto utilizzata da papa Francesco nella Evangelii Gaudium, soprattutto in quella parte in cui richiama che, nel percorso di ricerca del bene comune, occorre ricordare che “il tutto è superiore alla parte“. Come formare a questa identità poliedrica?

Il secondo elemento è emerso in un confronto con le testimonianze ascoltate e con la scelta che ha dato origine all’Europa di oggi, individuabile nel discorso di Shuman del 9 maggio 1950 (data che oggi è celebrata come festa dell’Europa).
Simoncini ha ricordato che, in quel discorso, Robert Shuman si proponeva la creazione di un percorso che rendesse impensabile una nuova guerra in Europa. Per raggiungere l’obiettivo di preservare la pace, ha pensato che fosse conveniente mettere insieme le produzioni di carbone e acciaio, condividendo interessi economici ed elevando le condizioni di vita di tutti i paesi dell’Unione. “L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto“. Questo pensiero si è dimostrato molto efficace, lasciando l’Europa libera da guerre per più di settant’anni.
Questo passaggio iniziale, che poi si è sviluppato dando forma alle varie istituzioni dell’UE, ci da un’indicazione di metodo su come si può far crescere l’unione tra gli stati. Deve essere evidente a tutti il valore di convenienza concreta dell’UE, non solo per difendersi dalle aggressioni economiche dei giganti del mondo globalizzato (USA, Cina, Russia, … e vari soggetti privati), ma anche per garantire a tutti quelle condizioni di vita che preservano la pace e la difesa dei diritti di tutti i cittadini. Tale obiettivo è più conveniente raggiungerlo insieme.

Mi rimane una domanda importante: durante la serata, più volte, è emersa la contrapposizione netta e marcata tra “progetto” ed “esperienza concreta” a favore della seconda. Nel contesto concreto della serata, comprendo sia il perché che la radice storica e culturale di questa polarizzazione, ma mi chiedo: visto che alle elezioni europee dovremo dare il nostro sostegno non ad una esperienza concreta, ma a questo o a quell’altro progetto politico presentato dai vari partiti che scendono in campo, come attuare questo passaggio? Come passare dal valore evidente dell’esperienza sul campo all’adesione ad un progetto politico che non deriva direttamente dalla mia esperienza? E’ la domanda che mette molti di noi in difficoltà in occasione di una scelta elettorale.
E ancora.
Quanto messo in campo da Shuman, De Gasperi, Adenauer e altri nella creazione della CECA, non aveva già in nuce il progetto di una unione tra stati europei che favorisse la crescita economica e preservasse gli stessi stati da un nuovo conflitto? Se, come è stato detto dal prof. Simoncini, questi tre statisti straordinari erano consapevoli che non avrebbero visto l’esito di ciò a cui davano inizio, non possiamo pensare che lo abbiano sognato e anche un po’ progettato? (A me sembra di coglierlo dallo stesso discorso citato).
In definitiva, è possibile una costruzione politica a qualsiasi livello che, pur dando la priorità all’esperienza concreta e alla persona, non arrivi alla definizione di un progetto su cui chiamare altri a collaborare?

3 Risposte

  1. Domanda la tua, don Andrea, molto pertinente! Io penso che il progetto sia necessario a ma a due condizioni:
    1. Che parta dal riconoscimento delle esperienze in atto
    2. sia disponibile ad accettare di cambiare direzione se accade qualcosa di importante cioè non può diventare una ideologia del progetto ma rimanere aperto al cambiamento.

    1. Sono perfettamente d’accordo Sandro. Grazie del tuo commento e del tempo che hai dedicato alla lettura del mio post. A presto.

  2. D’accordo l’esperienza concreta, guai a rimanere nel mondo delle utopie (nella storia ce ne sono state tante irrealizzate o fallite…), ma se all’origine non c’è un SOGNO, come quello, nel caso specifico, dei firmatari del manifesto di Ventotene (tra cui il nostro Altiero Spinelli), che si traduca in un PROGETTO, una VISIONE di futuro…cosa resta delle esperienze? Tanti episodi slegati, magari belli e interessanti, ma che resteranno sterili e fini a se stessi! Un patrimonio di tanti singoli individui, ma non di una COMUNITÀ! E’ questa l’idea che era all’origine dell’Europa, si parlava di Mercato Comune, Moneta comune… Oggi invece prevale l’individualità dei singoli Stati, e forse è proprio questo il vero male dell’Europa!

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