Siamo tutti a Manduria

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Manduria (TA) – Piazza Garibaldi

Fino a qualche giorno fa’ io conoscevo Manduria perché il suo nome è collegato ad un famosissimo vino rosso – il “Primitivo di Manduria”-; ma da qualche giorno il nome di questo comune salentino, è risuonato più volte nelle notizie di cronaca, per la morte di Antonio Stano, un uomo di 66 anni, vittima di vessazioni e violenze da parte di gruppi di adolescenti del paese.
Le parole che utilizzo sono scelte con attenzione perché espressioni come “baby-gangs“, adottate con disinvoltura dai media, tendono a farci sentire lontano da quanto accaduto, come se fosse qualcosa di estraneo alle nostre famiglie, alle nostre comunità ecclesiali o civili: cose che accadono altrove, ma non da noi!
La morte del signor Antonio Stano ha fatto emergere e acceso una luce su una vera emergenza educativa che coinvolge un’intera comunità, la quale, dopo essere rimasta più o meno indifferente, si è accorta dei danni che tale indifferenza ha causato, certamente per la morte di Antonio, ma anche per la situazione di questi giovanissimi, protagonisti di comportamenti violenti e devianti.
Il gioco perverso di questi giorni conduce a ricercare qualche responsabile di quanto è accaduto: di chi è la colpa? Chi doveva intervenire e non l’ha fatto? A chi imputare la responsabilità di quanto è successo?

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Le famiglie di questi ragazzi dove erano? – si chiedono alcuni – Perché non sono intervenute? Come facevano a non sapere? E’ una domanda lecita e necessaria, ma, per esperienza, tutti sappiamo come sia difficile per noi adulti (genitori compresi) intercettare il vissuto reale dei  nostri ragazzi che, spesso, appartiene ad una dimensione a cui noi risultiamo estranei. Eppure non possiamo derogare al nostro ruolo educativo. Ci deve essere un modo per intercettare tale vissuto, per aiutare a comprendere le conseguenze di certi comportamenti e per mettere in atto un’azione educativa che aiuti ad orientare verso il bene, la giustizia, il rispetto per l’altro tutta questa energia che i ragazzi possiedono. Come aiutare le famiglie in questo compito necessario e difficile?

La scuola perché non sapeva e non ha segnalato? Non sappiamo neppure se e quale scuola questi ragazzi frequentino, ma sappiamo bene quale sia la difficoltà della scuola a porre in atto un’azione educativa efficace, essendo gli insegnanti oberati da questioni amministrative e formali, potendo dedicare solo un residuo di tempo al loro ruolo di educatori. Certo ci sono onorevoli ed eroiche eccezioni; tutti noi ne conosciamo tante, ma rimangono delle eccezioni. I nostri giovani raramente percepiscono la scuola come un ambito in cui possono essere educati. Come possiamo aiutare la scuola a ricuperare la sua necessaria e fondamentale funzione educativa?

La parrocchia perché non è intervenuta? Le immagini televisive ci hanno mostrato i cancelli dell’oratorio parrocchiale chiusi. Non conosco la situazione di quella parrocchia, ma conosco quella di altre parrocchie come la mia, dove ci sono educatori generosi e dediti, ma che raramente riescono a coinvolgere i giovani per più di qualche mezz’ora alla settimana, risultando spesso inefficaci nella prospettiva di una seria azione educativa che aiuti in quell’orientamento necessario. Come aiutare la parrocchia a svolgere quel ruolo educativo che per molte generazioni del passato è stato fondamentale?

Le istituzioni perché non hanno fatto nulla, visto le segnalazioni ricevute – sembra – dai vicini di casa? Ci è stato ricordato che quel comune si trova in regime di commissariamento; di conseguenza lo pensiamo in una particolare situazione di difficoltà istituzionale. Ma le istituzioni – come scrivevo altrove – sono tutte in grande difficoltà, vincolate loro pure da questioni amministrative e formali che spesso non consentono loro di poter agire in modo efficace, se non per la libera e – spesso – gratuita iniziativa di qualche funzionario. Come aiutare le istituzioni a ricuperare la loro autorevolezza e la loro incisività nel governo del territorio?

Si potrebbe andare avanti chiamando in causa i vicini di casa, e altre varie realtà che, in modo diverso, hanno derogato alla responsabilità di farsi carico sia della fragilità di Antonio Stano che dell’azione educativa verso quei giovani.
Ognuno di costoro, siano essi istituzioni, enti o individui, sono risultati e – di fatto – risulteranno incapaci ed inefficaci per una seria azione educativa che prevenga la violenza, che guarisca la noia, che possa proporre ai più giovani un orizzonte di bene verso cui orientare i propri passi e che possa difendere e sostenere una persona in difficoltà come il signor Antonio Stano: ognuno si troverà semplicemente a dichiarare la propria incapacità e impotenza.
Solo il ricupero di una responsabilità educativa condivisa su un territorio, che coinvolga in solido tutti i soggetti responsabili – dalla famiglia alla scuola, dalla parrocchia al comune … – compresi tutti gli adulti presenti sul territorio, può darci una prospettiva in questo grande impegno che è l’educazione delle giovani generazioni.
Se non cominciamo a pensare secondo questa prospettiva e non mettiamo risorse per riattivare tali sinergie, ci troveremo tutti impotenti di fronte a quanto accade.

Da qualche mese, a Santarcangelo, la nostra parrocchia  è stata coinvolta in un nuovo progetto di Comunità educativa territoriale che sta muovendo i suoi primi passi ; tale progetto sta coinvolgendo in modo sempre più ampio anche soggetti non istituzionali, nella consapevolezza che per questa sfida educativa serve davvero il contributo di tutti. Mi sembra un buon orizzonte che richiederà impegno e continuità oltre le emergenze.

Siamo tutti a Manduria.
Non illudiamoci che da noi tali problematiche non esistano.
Per affrontarle dobbiamo evitare sia di ignorare i problemi che emergono sia di pensare di delegare la soluzione ad altri.
Se invece riconosciamo i problemi, insieme possiamo affrontarli ed aiutare i nostri giovani ad orientarsi verso una vita buona e bella, quella che tutti noi desideriamo per loro e che – speriamo – anche loro possano desiderare per sé stessi.

Una Risposta

  1. Quanto è successo, al povero Antonio a Manduria, purtroppo, non è affatto un  caso isolato. Quella dei ragazzi violenti, di buona famiglia, che infieriscono sui più deboli, siano essi coetanei, insegnanti, senzatetto od anziani, è una storia vecchia.
    Il fatto più inquietante, al di là delle evidenti carenze educative, è che, quando succedono questi episodi, nessuno si accorge di nulla e, peggio ancora, c’è sempre qualche educatore “illuminato” pronto a giustificare il comportamento violento degli aggressori. Viene condannato il fatto… però si è sempre pronti a minimizzare: ma era uno scherzo… quell’insegnante non sa tenere la classe…e via dicendo.
    Occorre agire su due versanti: da un lato far capire ai giovani che la violenza non porta da nessuna parte, dall’altro sentire la responsabilità sociale e, quando ci si trova spettatori di queste situazioni, non voltarsi vigliaccamente  da un’altra parte.

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