Ma Dio è uno solo!?!

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Viviamo tempi straordinari e difficilmente prevedibili fino a pochi anni fa’!
I gesti di avvicinamento tra Chiesa e Islam sono davvero un segno bello, che ci consente di pensare che qualcosa di nuovo sta accadendo sotto i nostri occhi, una novità che non è il frutto di strategie o di marchingegni, ma del lavoro dello Spirito che opera nel cuore e nella coscienza delle persone e le spinge sulla via della fraternità, della pace e del bene.

Proprio mentre – negli ultimi trent’anni – siamo stati testimoni di tanto male e di tanta violenza messa in atto in nome della fede e di Dio, proprio questi atti assurdi e blasfemi hanno portato uomini e donne sinceramente religiosi a prendere le distanze da una così grave strumentalizzazione di Dio, e ad avvicinarsi tra loro per testimoniare che nessuno può uccidere in nome di Dio, e che molto differente è il nome e il volto di Dio, da quello che i terroristi di ogni specie vogliono affermare con la loro violenza.
Se qualcosa si può compiere davvero in nome di Dio e ispirati da una fede sincera, è percorrere la via della fraternità – fatta di solidarietà e di accoglienza reciproca – e della pace.

In questo anno, che ricorda l’ottavo centenario dell’incontro tra san Francesco d’Assisi e il sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil, gli appuntamenti vissuti da papa Francesco ad Abu Dhabi e in Marocco hanno segnato dei passi in avanti notevolissimi verso questa accoglienza fraterna.

Passando dalla prospettiva globale a ciò che viviamo nel nostro piccolo, possiamo riconoscere che la presenza di due famiglie siriane di tradizione sunnita a Santarcangelo e a san Vito, ci ha portato ad entrare in contatto quotidiano con chi vive un’esperienza religiosa diversa dalla nostra; a cercare di capire, a guardare con affetto e rispetto chi abbiamo voluto accogliere come fratelli e sorelle.
La presenza di Sheikh Abdo, della sua famiglia e della famiglia di sua sorella, per tutta una serie di motivi anche pratici, ci ha portato ad incontrare frequentemente altre persone che vivevano da tempo nel nostro territorio (per lo più di origine marocchina), ma rispetto alle quali avevamo sempre tenuto una certa distanza; anche alcune di queste persone, che avevano sempre sentito la comunità parrocchiale come estranea (o al massimo coincidente con la Caritas), hanno scoperto un volto diverso delle nostre due parrocchie: gli incontri frequenti ci portano ora a riconoscerci e a salutarci con calore e amicizia, scambiando informazioni e trovandoci uniti su diverse iniziative. E’ una grande grazia e una provvidenza che accogliamo con gioia.

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C’è però una questione importante che non abbiamo avuto il coraggio o l’occasione di affrontare: non abbiamo ancora parlato di Dio; non abbiamo ancora condiviso ciò che ci rende veramente uomini e donne di fede, ciò che fonda e sostiene i valori su cui ci ritroviamo e incontriamo. Non ne abbiamo parlato per diversi motivi.

1- Nella nostra cultura europea abbiamo emarginato il discorso su Dio ritenendolo una questione assolutamente privata. Abbiamo anche il timore che, a livello sociale, divenga un elemento divisivo: quindi meglio che ognuno se lo tenga per sé. Ci riesce più normale tacere che parlarne.

2- La difficoltà della lingua non è una difficoltà irrisoria quando si deve parlare di cose in cui le parole hanno un peso importante e non ci si può comprendere a gesti o con termini generici. Questo è un buon alibi, ma rimanda e accantona solamente la questione.

3- Infine prevale un pensiero, diffuso oramai sia tra i cristiani che tra i mussulmani che incontriamo in Italia, che in fondo Dio sia uno solo, e che sia poco importante se ci rivolgiamo a lui con espressioni differenti. La frase che più ricorre nei nostri incontri è questa: “Ma tanto Dio è uno solo!”; come a dire: “E’ inutile sprecare della fatica a parlarne! Meglio non correre rischi di fraintendimenti; perché cercare grane? Non stiamo bene insieme anche (e soprattutto) se non ne parliamo?”.

Personalmente vivo un certo disagio per questa situazione. Sento che mi manca qualcosa di importante. Sento che la nostra accoglienza non sarà vera e completa finché non avremo parlato e condiviso anche questo aspetto, scoprendoci serenamente diversi e accogliendoci con stima e rispetto nella nostra diversità.

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Affermare che “tanto Dio è uno solo” dice qualcosa di vero, ma non dice tutta la verità (quella che secondo il Vangelo ci rende liberi – cfr. Gv 8: è proprio il Vangelo di oggi).
Certo, noi cristiani professiamo la nostra fede in un solo Dio Padre, creatore del cielo e della terra; ma diciamo anche che Dio è comunione di amore con il Figlio e con lo Spirito Santo. Affermiamo che Dio, per amore, si è fatto carne nel grembo di una donna che lo ha accolto liberamente, per mostrare il suo volto all’umanità, un’umanità che nel corso di tutta la storia, nonostante tutta la sua buona volontà e il suo impegno, non lo ha conosciuto. Affermiamo che il Figlio di Dio, Gesù Cristo, è stato messo a morte e, risorgendo, ha vinto la morte per portare a compimento la grande opera della creazione di Dio Padre, liberandoci dalla morte. Affermiamo che lo Spirito Santo, uno con il Padre e il Figlio, è stato donato ai credenti mediante il battesimo; che vive in loro, e che si manifesta in particolare quando i discepoli di Gesù vivono concordi, per continuare, attraverso la Chiesa, l’opera che Gesù ha iniziato nei giorni della sua vita terrena. Crediamo che questo volto amorevole e benevolente di Dio, che Gesù Cristo ci ha manifestato e fatto conoscere, sia l’unico che ci rivela tutto di Dio, ed è per questo che, con umiltà e spirito di servizio, siamo chiamati testimoniare e ad annunciare al mondo il Vangelo. Tale annuncio viene vissuto anche attraverso un dialogo onesto e sincero con quanti vivono esperienze religiose diverse, ed è in questa disponibilità all’incontro, vissuto in uno stile umile e sinceramente accogliente, che si gioca la nostra testimonianza di discepoli di Gesù.
La nostra umiltà è data soprattutto dalla consapevolezza che, molto di quanto siamo chiamati ad annunciare, non riusciamo a testimoniarlo a causa della nostra incoerenza; e molto di quanto è detto e scritto di Dio nel Vangelo, non si trova rispecchiato nelle nostre parole e nelle nostre azioni. Per questo il nostro dialogo non è né capzioso né malizioso, perché siamo consapevoli che solamente impegnandoci a mostrare agli altri ciò che il Vangelo afferma, potremo viverlo sempre di più anche noi.

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Dio è uno! Non ci sono dèi diversi! Ma ciò che – come cristiani – affermiamo e crediamo di Lui non è uguale a ciò che affermano e credono i fratelli e le sorelle che appartengono all’Islam o ad altre fedi.
Non è rinnegando o ignorando tale diversità che diventeremo più fratelli e sorelle, ma solo condividendo in profondità il tesoro prezioso della fede che ognuno professa, stimandoci vicendevolmente come uomini e donne che cercano sinceramente la verità, riconoscendo con libertà e gioia il bene dovunque si manifesti e camminando con speranza e perseveranza verso quella meta in cui Dio ci attende per farci uno con Lui.

Credo che questo sia stato lo stile di san Francesco di Assisi nel suo incontro con il sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil; so che questo è lo spirito che guida gli incontri di papa Francesco e dei tanti cristiani e cristiane che vivono a stretto contatto con uomini e donne che appartengono all’Islam; credo che questo sia lo spirito che, senza paura, dobbiamo vivere anche noi, se vogliamo che la nostra accoglienza sia piena.

Una Risposta

  1. Grazie Don per questa stupenda riflessione .

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