Il paradigma del poliedro

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L’immagine ce la consegna direttamente papa Francesco nella Evangelii gaudium.
Il tutto è più della parte, ed è anche più della loro semplice somma. Dunque, non si dev’essere troppo ossessionati da questioni limitate e particolari. Bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi. Però occorre farlo senza evadere, senza sradicamenti… Il modello non è la sfera, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità. Sia l’azione pastorale sia l’azione politica cercano di raccogliere in tale poliedro il meglio di ciascuno. Lì sono inseriti i poveri, con la loro cultura, i loro progetti e le loro proprie potenzialità. Persino le persone che possono essere criticate per i loro errori, hanno qualcosa da apportare che non deve andare perduto. È l’unione dei popoli, che, nell’ordine universale, conservano la loro peculiarità; è la totalità delle persone in una società che cerca un bene comune che veramente incorpora tutti. (nn. 235-236)

Elisabetta Fraracci, proprio a partire da questa immagine consegnataci dal Papa, ci ha accompagnato nell’ultima serata di riflessione su “Bene comune e pace sociale in Evangelii gaudium” con una ricca ed intensa riflessione sul tema della complessità e sulla fatica di stare di fronte a questa complessità. Essendo lei prima di tutto un’insegnante ed un’educatrice, l’approccio della riflessione proposta è stato prevalentemente educativo, consapevoli che ogni azione educativa è sempre sommamente politica. Anche questa volta chiedo scusa per le semplificazioni della sintesi che propongo (per la parte che si riferisce al pensiero di E. Morin, mi sono rifatto anche ad un’altra sintesi che ho ritrovato molto vicina a quanto ci è stato presentato da Elisabetta Fraracci).

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Il tutto è superiore alla parte” nella prospettiva educativa significa prima di tutto aiutare i nostri giovani ad uscire dall’isteria del particolare, del “tutto intorno a me“, per andare incontro ad un “noi” in cui ognuno è riconosciuto come irrinunciabile.
Questo percorso educativo può essere proposto solamente all’interno di una comunità educante in cui gli adulti, insieme e con ruoli diversi, si prendono la responsabilità di dare prospettive di futuro, ma con un forte radicamento nella realtà e nella concretezza.
L’immagine del poliedro, evocata da papa Francesco, rimanda proprio a questa concretezza, a questa realtà da accogliere, e si propone alternativa all’immagine ideale e astratta della sfera ove i punti sono perfettamente equidistanti dal centro. Il poliedro è quella figura geometrica che riesce ad integrare le varie particolarità in un tutto che dona un senso nuovo alle singole parti, e rispetto al quale le singole parti non si sentono annullate, ma valorizzate nel meglio che possono offrire.

Viviamo in un’epoca di passioni tristi dove sono sempre più evidenti i sintomi di una crisi educativa (già denunciata da Benedetto XVI all’inizio di questo decennio):
– emerge una crisi di autorevolezza sostituita dall’autoritarismo;
– viviamo una crisi del pensiero sostituita dal ricorso indiscriminato agli slogans;
– emerge una grande fragilità della genitorialità che si manifesta in particolare nella incapacità di dire e sostenere dei “no” educativi;
– emerge pure la grande fatica di creare un contesto educativo ampio che possa sostenere i vari attori dell’educazione; si nota sempre più una frammentazione delle figure educative che non si riconoscono reciprocamente nel loro ruolo di educatori.
C’è una forte tentazione di limitarsi a stare di fronte all’altro con delle etichette, con degli stereotipi che esonerano dalla fatica di guardare il suo volto, di riconoscere la sua originalità. Ogni azione educativa non può che essere un’azione collettiva (villaggio) e deve aiutare ad andare oltre le etichette e gli stereotipi, oltre le semplificazioni che esaltano la particolarità e perdono di vista il tutto.
L’azione educativa, in particolare quella della scuola, deve educare le coscienze alla conoscenza del reale (non del virtuale) per superare il deficit di pensiero che caratterizza questa epoca.

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Un aiuto importante per affrontare questa sfida educativa ce lo fornisce Edgar Morin quando ci elenca I sette saperi necessari all’educazione del futuro:
– Andare oltre le cecità della conoscenza: l’errore e l’illusione
È sorprendente che l’educazione, che mira a comunicare conoscenze, sia cieca su ciò che è la conoscenza umana, su ciò che sono i suoi dispositivi, le sue menomazioni, le sue difficoltà, le sue propensioni all’errore e all’illusione, e che non si preoccupi affatto di far conoscere che cosa è conoscere.

– I principi di una conoscenza pertinente
È necessario promuovere una conoscenza capace di cogliere i problemi globali e fondamentali per inscrivere in essi le conoscenze parziali e locali.
La supremazia di una conoscenza frammentata nelle diverse discipline rende spesso incapaci di effettuare il legame tra le parti e le totalità, e deve far posto a un modo di conoscere capace di cogliere gli oggetti nei loro contesti, nei loro complessi, nei loro insiemi. 
È necessario insegnare i metodi che permettano di cogliere le mutue relazioni e le influenze reciproche tra le parti e il tutto in un mondo complesso.
– Insegnare la condizione umana
L’essere umano è nel contempo fisico, biologico, psichico, culturale, sociale, storico. Questa unità complessa della natura umana è completamente disintegrata nell’insegnamento, attraverso le discipline. Ciascuno dovrebbe prendere conoscenza e coscienza sia del carattere complesso della propria identità sia dell’identità che ha in comune con tutti gli altri umani. La condizione umana dovrebbe, così, essere oggetto essenziale di ogni insegnamento. 

– Insegnare l’identità terrestre
Il destino planetario del genere umano è un’altra realtà fondamentale ignorata dall’insegnamento. La conoscenza degli sviluppi dell’era planetaria e il riconoscimento dell’identità terrestre devono divenire uno dei principali oggetti dell’insegnamento. 

Si dovrà indicare il complesso di crisi planetaria che segna il XX secolo, mostrando come tutti gli esseri umani, ormai messi a confronto con gli stessi problemi di vita e di morte, vivano una stessa comunità di destino.
– Affrontare le incertezze
Le scienze ci hanno fatto acquisire molte certezze, ma nel corso del XX secolo ci hanno anche rivelato innumerevoli campi d’incertezza. L’insegnamento dovrebbe comprendere un insegnamento delle incertezze che sono apparse nelle scienze fisiche, nelle scienze dell’evoluzione biologica e nelle scienze storiche. Bisogna apprendere a navigare in un oceano d’incertezze attraverso arcipelaghi di certezza.
– Insegnare la comprensione
La comprensione è nel contempo il mezzo e il fine della comunicazione umana. Data l’importanza dell’educazione alla comprensione, a tutti i livelli educativi e a tutte le età, lo sviluppo della comprensione richiede una riforma delle mentalità. Questo deve essere il compito per l’educazione del futuro.
Di qui la necessità di studiare l’incomprensione, nelle sue radici, nelle sue modalità e nei suoi effetti. Tale studio sarebbe tanto più importante in quanto verterebbe non sui sintomi, ma sulle radici dei razzismi, delle xenofobie, delle forme di disprezzo. Costituirebbe nello stesso tempo una delle basi più sicure dell’educazione alla pace.
– L’etica del genere umano
L’insegnamento deve produrre una “antropo-etica” capace di riconoscere il carattere ternario della condizione umana, che consiste nell’essere contemporaneamente individuo, specie e società.
In questo senso, l’etica individuo – specie richiede un reciproco controllo della società da parte dell’individuo e dell’individuo da parte della società, ossia la democrazia e la solidarietà terrestre.
L’etica deve formarsi nelle menti a partire dalla coscienza che l’umano è allo stesso tempo individuo, parte di una società, parte di una specie. Portiamo in ciascuno di noi questa triplice realtà. Così, ogni sviluppo veramente umano deve comportare il potenziamento congiunto delle autonomie individuali, delle partecipazioni comunitarie e della coscienza di appartenere alla specie umana.

Conclusioni
Chi propone questo itinerario? Chi ha voglia di mettersi in gioco per promuovere un percorso educativo che aiuti ad uscire dalla prospettiva dell’immediato e ad andare alla ricerca della verità oltre gli abbagli.
Ritorna il ruolo di una comunità educante che promuova processi virtuosi di crescita.
Oggi, invece, anche a livello educativo, viviamo molto il rischio della delega che ci porta a vivere alcuni rischi importanti: il rischio di vivere nel parcellizzato; una difficoltà a scegliere; la mancanza di prospettive per il futuro e per un bene comune che è sempre più difficile da pensare e da individuare; la chiusura conseguente nel particolarismo che impedisce di pensare ad un futuro e di vedere gli altri oltre a me stesso.

Una comunità educante, invece, dovrebbe aiutare ognuno a porsi con serietà e serenità di fronte a quello che Renzo Piano chiamava il giudizio del futuro sull’opera che compio oggi. Non siamo chiamati ad essere degli eroi, ma persone consapevoli di lasciare un’eredità a coloro che verranno dopo di noi e, possibilmente e responsabilmente, di lasciare un’eredità buona.
La comunità educante può ricuperare anche il significato e valore educativo dei luoghi. In un contesto in cui il virtuale prende sempre più spazio, si può aiutare a riconoscere il messaggio e il valore che alcuni luoghi ci consegnano. In questo senso la comunità educante investe nella creazione di spazi e luoghi che siamo portatori di valori e messaggi positivi.

Si comprende ancora di più, quello che è stato enunciato fin dal principio:  come ogni impegno educativo è un impegno politico perché richiama ad una responsabilità condivisa ed incide decisamente sul nostro futuro.

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