“Pedagogia costituzionale” per l’unità

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Il secondo incontro del percorso “Bene comune e pace sociale secondo Evangelii gaudium” è stato guidato da Cecilia Calandra, magistrato e per lungo tempo educatore AGESCI della zona di Cesena, che ci ha guidato in una rilettura della Costituzione della Repubblica Italiana come punto di riferimento essenziale per far prevalere l’unità sul conflitto. Anche questa volta riporto una mia personale sintesi, rielaborata da quanto ho ascoltato nell’incontro.

Già il fatto che la Costituzione sia stata scritta dopo una situazione di grande conflitto  (la prima e la seconda guerra mondiale) e come risultato del contributo fattivo di persone che avevano riferimenti culturali e ideologici molto diversi (liberali, socialisti, cattolici, repubblicani, monarchici, …), e – nonostante tutto questo – sia stata approvata ad amplissima maggioranza, ci aiuta a riconoscere che essa rappresenti in sé un punto di riferimento essenziale per far prevalere l’unità sul conflitto. La Costituzione è nata come frutto di un “compromesso” che non ha salvato solo il minimo comune denominatore dei soggetti che si sono confrontati per la sua composizione, ma ha consentito ad ognuno e ad ogni parte di portare e riconoscere nel testo comune il meglio della propria esperienza culturale e politica: per questo la Carta Costituzionale è risultata e risulta tutt’oggi un punto di riferimento essenziale per garantire l’unità oltre le legittime differenze.
Inoltre è importante ricordare che, se tutte le leggi che regolano la convivenza e l’aggregazione sono mutevoli e possono giustamente essere adattate e modificate secondo il cambiamento della cultura, della realtà di riferimento, dei riferimenti etici, i principi costituzionali, contenuti nella prima parte della nostra Costituzione, rimangono inviolabili e inderogabili.

Partendo dall’art. 2 che recita: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” , possiamo riconoscere che un principio essenziale per garantire l’unità si pone proprio nel corretto bilanciamento dei diritti e dei doveri dei singoli e delle formazioni sociali, bilanciamento che deve essere riconosciuto e garantito dalla Repubblica, chiamata anche a rimuovere gli ostacoli che impedissero l’esercizio dei diritti e dei doveri (Cfr. art. 3).

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Dove nascono i conflitti? Essi insorgono quando questo bilanciamento viene negato; quanto il singolo o le formazioni sociali pretendono una garanzia sui diritti senza che siano riconosciuti i corrispettivi doveri o quando lo Stato o qualche altra autorità richiama ed impone il rispetto dei doveri senza riconoscere i diritti dei singoli e delle formazioni sociali.

Perché i principi della Costituzione non reggono la pace sociale e la nostra percezione è quella di vivere in uno stato di conflitto permanente? Perché nel dibattito pubblico la dimensione solidale – definita dalla Costituzione come dovere inderogabile – viene sempre più contestata e misconosciuta anche a livello ideologico?
I motivi sono diversi e di natura diversa.
– nella cultura attuale prevale un approccio individualistico alla realtà e la dimensione sociale è riconosciuta come relativa e secondaria all'”io”. Inoltre, anche a causa del benessere goduto dalle ultime generazioni, è aumentata la rosa dei diritti fondamentali della persona in riferimento ad aspetti della vita che, al tempo della redazione della Costituzione, non erano pensabili: così i diritti sono sempre molti di più dei doveri.
– è cresciuta la diffidenza degli italiani verso lo Stato e la “cosa pubblica” (soprattutto in seguito a Tangentopoli); lo Stato è un’entità nella quale molti fanno fatica a riconoscersi e dalla quale tendono piuttosto a difendersi; i due fenomeni – in drammatica crescita – dell’astensionismo elettorale e dell’evasione fiscale, dicono evidentemente di un rapporto conflittuale nei confronti dello Stato che non è riconosciuto degno di essere destinatario della solidarietà dei singoli;
– è aumentata molto la forbice economica tra coloro che sono ricchi e coloro che sono poveri, favorendo la rappresentazione di un sistema tendenzialmente classista, l’ingiustizia sociale e il senso di frustrazione; è molto più difficile di un tempo per i giovani e le famiglie la crescita di stato sociale attraverso la formazione e lo studio; questa forbice tende a far pensare che siano sempre altri a dover provvedere alle necessità dello Stato (il concetto di casta);
– la crescita positiva del terzo settore e del volontariato, che vede l’impegno e la contribuzione volontaria di tanti, tende a far pensare che tale impegno sostituisca ed esoneri dall’impegno di solidarietà nei confronti dello Stato (espresso per esempio nella contribuzione fiscale);
– la crescita del fenomeno dell’immigrazione tende a favorire il concetto e l’impegno di solidarietà verso coloro che sono più prossimi, tracciando confini sempre più ristretti (prima gli italiani…) che non hanno fondamento sul piano costituzionale, ma che – a volte – trovano giustificazione e sostegno nell’ordinamento giuridico ordinario (problema della incostituzionalità di alcune leggi);
– le tendenze populiste, diffuse su scala locale e mondiale, che tendono – per motivi propagandistici – ad alimentare la rivendicazione dei diritti (giustamente), senza però controbilanciare la proposta e il progetto politico con un richiamo ai doveri e al principio di solidarietà inderogabile per uno Stato democratico;
– molto significativa e indicativa per la cultura del nostro tempo è la fallimentare esperienza del tentativo di sottoscrivere una Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea da parte degli stati membri; una Carta che ponesse le basi dei principi democratici, che ponesse la persona al centro, che richiamasse ai diritti/doveri di solidarietà, sicurezza, giustizia, … sull’esempio della Costituzione della Repubblica Italiana. Non si è riusciti a sottoscriverla e ci si è limitati alla redazione di singoli trattati che regolano – secondo criteri di negoziazione per lo più economica – ora un aspetto ora un altro, senza però avere dei punti di riferimento condivisi e inderogabili. Il risultato è evidente: ciò che prevale è l’interesse del singolo stato e, alla fine, il conflitto, più o meno deflagrante. I ricorrenti richiami all’unità, non appoggiandosi su un quadro costituzionale condiviso, risultano essere per lo più moralistici.

Occorre ricuperare una pedagogia costituzionale che riconosca la solidarietà come stile di costruzione della storia in alternativa a tante pedagogie autoritarie e populiste che oggi rischiano di alimentare il conflitto e la disgregazione sociale. La nostra Costituzione, in questo senso, rappresenta non solo un punto di riferimento testuale, ma anche il metodo per arrivare a favorire l’unità sociale.
Dobbiamo educare ad una pluriforme unità, perché l’unità (tipica dei sistemi democratici) non coincide con la uniformità (tipica dei regimi totalitari); l’unità di un Paese e di ogni sistema sociale è il frutto della messa in comune del meglio di ognuno, anche delle minoranze, perché in quell’unità condivisa ognuno possa riconoscersi presente e portatore di un bene (così come è stato per la redazione della Costituzione).
La politica, per definizione, è la capacità di mettere insieme i molti; è quell’attività umana capace di gestire una comunità in modo che ognuno si possa sentire cittadino e mai estraneo; la politica è quell’attività umana chiamata a compiere il bene per la vita comune dei molti (bene comune).

Cecilia Calandra, in conclusione, ci ha consegnato tre citazioni, che mi sembra bello custodire nella loro sapienza. La prima è di Gandhi: “Chi dice che la religione non abbia nulla a che fare con la politica, non ha capito nulla ne’ della religione, ne’ della politica“. La seconda è di Alcide De’ Gasperi, il quale affermava: “Politica vuol dire realizzare“; ed infine Robert Baden-Powell che insegnava agli scouts: “Sii preparato. Il cattivo cittadino è colui che cerca soltanto il suo benessere personale. Il buon cittadino è colui che è pronto a dare una mano alla comunità in qualunque momento. Dico pronto e non soltanto desideroso. Tante persone sono piene di buone intenzioni, ma al momento di realizzarle capita molto spesso che non hanno mai imparato come fare, quindi riescono inutili“.

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Nel vivace dibattito che è seguito, sono stati fatti molti interventi riguardanti il tema del conflitto tra diritti individuali e doveri solidali; l’esigenza di un percorso educativo nel solco della pedagogia costituzionale; la possibilità di considerare il conflitto come elemento positivo a partire dal riconoscimento dell’unità; l’opportunità di attuare in modo più concreto il principio di alternanza nel governo come elemento di garanzia per l’unità; l’esigenza di ridare forza ai sistemi dei partiti senza limitare la rappresentanza ad alcuni individui forti; il principio di uguaglianza che ci considera tutti diversi in circostanze diverse; la necessità di aggregazione sancita dalla Costituzione; l’esigenza di rieducare alla responsabilità personale degli individui in vista di una responsabilità comune.

Anche io ho concluso con un intervento che si rifaceva ad un interessante articolo editoriale apparso su “Avvenire” del 13 febbraio a firma di don Mauro Leonardi (cliccando sul link lo si può leggere integralmente).
Un’esigenza che dalla mia personale esperienza emerge, per far prevalere l’unità sul conflitto, è quella di ricuperare e rieducare al rispetto delle istituzioni e dei ruoli istituzionali. Le istituzioni tutte e le persone che rivestono ruoli istituzionali devono essere riconosciute ed aiutate nel loro servizio di garanti dell’unità, perché se indulgiamo in una delegittimazione continua e indiscriminata, rischiamo di rimanere senza i punti di riferimento per ricuperare la necessaria unità oltre i naturali conflitti.

Appuntamento per il prossimo incontro sarà mercoledì 27 febbraio con il prof. Marco Cangiotti.

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