Tempo, bene comune, città

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Tempo e città: due pilastri fondamentali di un ponte il cui arco è il bene comune.
Con questa immagine il vescovo di Rimini, Francesco Lambiasi, ci ha introdotto nella prima riflessione del percorso su “Bene comune e pace sociale nell’Evangelii Gaudium” organizzato dalla nostra parrocchia di Santarcangelo.
Condivido alcuni pensieri rielaborati e alcune suggestioni dall’incontro di ieri sera, senza la pretesa di proporre una sintesi o un verbale.

Tempo: Ci sono due luci nella Scrittura che ci aiutano a comprendere questo primato del tempo sullo spazio. Nella Bibbia Dio si rivela come colui che abita più nel tempo che nel tempio (inteso come spazio sacro). E’ nella storia che il popolo d’Israele è chiamato a riconoscerlo. Nel Nuovo Testamento, poi, si pone una distinzione essenziale tra il tempo inteso nella sua dimensione quantitativa (chronos) e nella sua dimensione esperienziale e salvifica (kairos).
Il tempo è il dono che Dio fa allo spazio, consentendoci di abitare quello spazio condividendo una storia (Cfr. A. Heshel).
Nel Concilio si è evocata la categoria dei segni dei tempi, che Giovanni XXIII nel 1962 individuava nell’aspirazione diffusa alla pace e nella emancipazione della donna. Quali sono i segni di questo tempo? Senz’altro la globalizzazione della comunicazione; il fenomeno macroscopico delle migrazioni; la cura dell’ambiente e l’emergenza ecologica.
Riconoscere e valorizzare il primato del tempo sullo spazio significa valorizzare i processi imparando a lavorare a lunga scadenza; a sopportare le situazioni difficili e i cambi di programma; ad assumere e abitare la tensione tra la pienezza e il limite; a privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi (Cfr. Evangelii Gaudium n. 223).
Il criterio sovrano per la verifica del processo è quello che ci consente di valutare la crescita in pienezza di umanità.

Bene comune: rappresenta la stella polare della pace sociale. Citando il Compendio della dottrina sociale della Chiesa (al n. 164) si è ricordato che “per bene comune s’intende «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente».
Occorre difendere la nozione di bene comune da due equivoci: il bene comune non è la somma degli interessi individuali; esso non si limita ad essere una cornice formale e non si basa sulla semplice coordinazione, ma richiede piuttosto la cooperazione di tutti per un fine condiviso.
Il vescovo ha citato ampiamente l’intervento che papa Francesco ha proposto nella sua visita pastorale a Cesena il 1 ottobre 2017; in questo discorso, assumendo il simbolo della piazza, come luogo fisico che rappresenta il bene comune, il Papa ha detto: 

in questa piazza si “impasta” il bene comune di tutti, qui si lavora per il bene comune di tutti. Questa armonizzazione dei desideri propri con quelli della comunità fa il bene comune. In questa piazza si apprende che, senza perseguire con costanza, impegno e intelligenza il bene comune, nemmeno i singoli potranno usufruire dei loro diritti e realizzare le loro più nobili aspirazioni, perché verrebbe meno lo spazio ordinato e civile in cui vivere e operare.
La centralità della piazza manda dunque il messaggio che è essenziale lavorare tutti insieme per il bene comune. E’ questa la base del buon governo della città, che la rende bella, sana e accogliente, crocevia di iniziative e motore di uno sviluppo sostenibile e integrale.
Questa piazza, come tutte le altre piazze d’Italia, richiama la necessità, per la vita della comunità, della buona politica; non di quella asservita alle ambizioni individuali o alla prepotenza di fazioni o centri di interessi. Una politica che non sia né serva né padrona, ma amica e collaboratrice; non paurosa o avventata, ma responsabile e quindi coraggiosa e prudente nello stesso tempo; che faccia crescere il coinvolgimento delle persone, la loro progressiva inclusione e partecipazione; che non lasci ai margini alcune categorie, che non saccheggi e inquini le risorse naturali – esse infatti non sono un pozzo senza fondo ma un tesoro donatoci da Dio perché lo usiamo con rispetto e intelligenza. Una politica che sappia armonizzare le legittime aspirazioni dei singoli e dei gruppi tenendo il timone ben saldo sull’interesse dell’intera cittadinanza.
Questo è il volto autentico della politica e la sua ragion d’essere: un servizio inestimabile al bene all’intera collettività

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Città: Occorre ricuperare la consapevolezza e la responsabilità di educare alla cittadinanza attiva; tre sono gli ambiti privilegiati di tale azione educativa: la famiglia, la scuola e la comunità ecclesiale.
Nella famiglia ognuno impara a vivere la reciprocità nella relazione; in una famiglia ogni individuo impara ad essere persona (essere in relazione) riconoscendo che alcune persone mi sono date come fratelli. Nella famiglia si impara la legge della gratuità, dell’impegno reciproco, quella legge che nessuna norma dello Stato può insegnare.
Nella scuola occorre ricuperare il valore di una educazione civica e di uno sguardo ampio sul mondo. L’educazione civica, anche quando si svolge, non può limitarsi ad essere una materia tra le altre, ma dovrebbe essere il progetto educativo fondamentale della scuola (Cfr. don Milani).
Nella comunità ecclesiale non possiamo esimerci della responsabilità di educare dei buoni cittadini vivendo al nostro interno la società del gratuito ispirata alle relazioni trinitarie. Nella Trinità ogni persona è con gli altri, negli altri e per gli altri.
Nella comunità ecclesiale siamo chiamati a ricuperare la rivoluzione nonviolenta che Gesù è venuto a portare, quella rivoluzione che ha una incidenza nella società perché, come è accaduto nella storia passata, ha il potere di trasformarla; ma occorre uscire dalla riduzione devozionalista che addormenta le coscienze e ci porta a ripiegarci su noi stessi (Cfr don Oreste Benzi).

Il primato del tempo sullo spazio ci riconduce al valore del sogno e della visione.
Si diventa vecchi quando i rimpianti superano i sogni.
Il profeta Gioele, citato da Pietro nel discorso del giorno di Pentecoste, dice: “i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni” (At 2,17). Sarà su un sogno condiviso che potremo coinvolgere anche i nostri giovani in una assunzione di responsabilità sociale e politica.

Appuntamento a mercoledì prossimo.

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Una Risposta

  1. Grazie per la sintesi dei punti principali toccati dal nostro Vescovo! Mi soffermo sull’ultimo passaggio, quello dei sogni e dei giovani… Io penso che la nostra politica attuale, soprattutto a livello nazionale, manchi di una VISIONE comune e si perda dietro tanti piccoli obiettivi che al massimo guardano alle prossime elezioni, con un fine assolutamente utilitaristico (ottenere più voti degli altri). Penso sia questo che allontana i giovani dall’esercizio attivo della politica, preferendo dedicarsi piuttosto a progetti di volontariato (penso agli splendidi ragazzi e ragazze di Operazione Colomba). Manca un ideale (una volta si diceva un’ideologia) alto, un progetto comune che accenda i cuori e li coinvolga! Ma credo che spesso responsabile sia la generazione degli adulti (e non solo i politici) che spegne i sogni dei più giovani invitandoli ad una presunta concretezza: fai carriera, fai successo, fai i soldi… Invece i giovani hanno solo bisogno che li si ascolti e si dia loro spazio, nella vita, nel lavoro, in politica… Altrimenti andranno a cercare di realizzare i loro sogni di futuro altrove, e noi ci ridurremo ad essere un paese di vecchi che non sanno più sognare!

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