A proprio agio nella storia

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Riporto due passaggi della bellissima lettera che l’Arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, ha scritto per introdurre il documento degli orientamenti e norme del sinodo minore di Milano. Un testo profondo e bello che mi sembra utile condividere. I grassetti sono i miei per facilitare la lettura. La lettera integrale si può leggere lui sito della Chiesa di Milano.

A proprio agio nella storia
«Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie. Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene» (Sal 128,1-2).
«Gesù scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,51-52).
La nostra tradizione cristiana vive con una pacificata naturalezza la storia: non ne soffre come di una prigione, non l’idealizza come un paradiso, non vi si perde come in una confusione inestricabile. Vive i momenti di euforia con un certo scetticismo, vive i momenti di depressione senza rassegnarsi. Le nostre terre hanno conosciuto tempi di prosperità e di miseria: i nostri padri hanno fatto fronte a tutto, si sono dati da fare di fronte alle sfide più drammatiche, hanno percorso strade inedite, talora geniali, talora discutibili. Hanno sempre confidato nella provvidenza di Dio. Le nostre terre hanno visto giorni in cui si andava altrove per guadagnarsi il pane e hanno visto giorni in cui gente da ogni parte del mondo è venuta qui a guadagnarsi il pane: i nostri padri ci hanno insegnato a non negare il pane all’affamato e, nello stesso tempo, a non fare sconti agli sfaticati.
Insomma si può definire il nostro modo di vivere da cristiani, dai tempi di Ambrogio ai giorni no-stri, come un trovarci a nostro agio nella storia.
Si è sperimentato che l’intraprendenza e la creatività, se vissute con costanza e saggezza, permettono di affrontare i problemi, di risolverne molti e di convivere con quelli che non si possono risolvere. Ci ha sempre accompagnato quel senso di responsabilità per i talenti ricevuti che impedisce di restare inoperosi e di pensare solo a se stessi.
Si è sperimentato pure che l’avidità e la prepotenza, la grettezza e la presunzione assicurano solo successi precari e la casa costruita sulla sabbia, per quanto grandiosa e appariscente, prima o poi va in rovina.
Noi i problemi li chiamiamo sfide, le difficoltà le chiamiamo prove, le emergenze le chiamiamo appelli, le situazioni le chiamiamo occasioni. Siamo accompagnati da una fiducia radicale, che viene dall’esperienza e dalla fede, dagli esempi del passato e dalla compiacenza per quello che i nostri giovani riescono a fare, anche perché sono sostenuti dagli adulti.
Ci rendiamo conto di aspetti inediti che turbano la nostra società e la comunità cristiana, non siamo ingenui né superficiali: preferiamo però l’impegno al lamento, la riflessione pratica e propositiva al ripiegamento sui sensi di colpa e alle accuse e recriminazioni.
Si intuisce che la Chiesa sta cambiando perché cambia il mondo, perché cambiano i cristiani, perché la missione di sempre si confronta con scenari nuovi, con interlocutori diversi, con insidie per le quali siamo impreparati. Continuiamo a fidarci di Dio e ad essere attivi nel cambiamento. Alcuni corrono con impazienza ed entusiasmo, altri resistono con esitazioni e prudenza, alcuni dichiarano superata la tradizione, altri segnalano gli aspetti problematici delle innovazioni. Tutti, se sono onesti, si sentono insoddisfatti delle loro posizioni, per quanto ne siano convinti. Infatti nessuno presume di avere una formula risolutiva.
Perciò cercheremo insieme, ascolteremo tutti, convocheremo gli esperti e ci doteremo di organismi per propiziare il confronto e il discernimento comunitario. Andremo dove lo Spirito ci conduce: facciamo il proposito di essere docili.
E continueremo a trovarci a nostro agio nella storia.
L’icona dell’uomo timorato di Dio, elogiato nel salmo 128, e i trent’anni di Gesù a Nàzaret continueranno a ispirarci nel nostro vivere le grandi scelte e la cronaca ordinaria, con fiducia, vigilanza e operosità.
Preghiamo i misteri della luce del Santo Rosario per lasciarci ispirare da Maria nel contemplare il modo con cui il Figlio di Dio ha imparato a diventare figlio dell’uomo, negli anni di Nàzaret e negli anni del suo cammino verso Gerusalemme e il compimento della sua missione.

Il forte grido
L’incarnazione del Verbo di Dio non è stata un adattarsi alla storia: la rassegnazione non è una parola cristiana. Di fronte alla morte, Gesù ha gridato la sua protesta, di fronte al soffrire innocente Gesù ha espresso la sua compassione e ha steso la mano per toccare il male ripugnante e liberare il malato, di fronte alla religione pervertita a mercato Gesù ha reagito con rabbia e parola profetica.
La partecipazione al dramma della storia, alle sue insopportabili asprezze, non è stata per Gesù soltanto un grido di protesta, piuttosto si è fatto carico del soffrire e del morire celebrando proprio in questo il sacrificio della nuova alleanza, l’alleanza tra Dio e gli uomini, squarciando il velo che nascondeva nel tempio il Santo dei Santi e l’alleanza tra gli uomini, distruggendo in se stesso l’inimicizia. I rapporti tra i popoli sono stati definitivamente trasformati da Gesù in vocazione alla comunione e alla pace: «Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne. Così egli ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, eliminando in se stesso l’inimicizia. Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini» (Ef 2,14-17).
I discepoli di Gesù continuano lo stile di Gesù e protestano contro il male, reagiscono all’ingiustizia, si accostano con solidale compassione al dolore innocente, lottano per estirpare la povertà, la fame, le malattie, denunciano i comportamenti irresponsabili che creano emarginazione, sfruttamento, inquinamento. I discepoli di Gesù, riuniti nella santa Chiesa di Dio, sono il popolo della pace, offrono al mondo la speranza che popoli diversi possano vivere relazioni fraterne, con-dividendo lo stesso pane diventano un solo corpo e un solo spirito.
La vocazione a dare forma alla Chiesa di domani, vissuta nella docilità allo Spirito di Dio, impegna a percorsi di sobrietà, a forme pratiche di solidarietà, a una sensibilità cattolica che non tollera discriminazioni. Siamo chiamati a una lettura più critica della storia che non nasconde le responsabilità dei “Paesi ricchi” nei confronti dei “Paesi poveri”, che non chiude gli occhi di fronte alla corruzione, ai guadagni illeciti accumulati con la prevaricazione e con le forme illegali di produzione e di commercio. Continuiamo a domandarci: “perché i poveri sono poveri?” e sentiamo di dover dar voce a tutte le Chiese del mondo, testimoni spesso perseguitate e crocifisse di storie drammatiche e di ingiustizie croniche.
La meditazione e la preghiera dei misteri dolorosi del Santo Rosario tiene viva la compassione per il Giusto ingiustamente condannato e incoraggia a continuare la testimonianza e la parola profetica, che non può mancare nella Chiesa di oggi e di domani…

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