La gioia di un incontro

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foto di Mara Ferrini

Tantissime persone ieri sera sono convenute in parrocchia a Santarcangelo per accogliere formalmente la famiglia Hsyan e per ascoltare le testimonianze sui profughi siriani in Libano a partire dalla visione del film “Lost in Lebanon“.
Una partecipazione così ampia non ce la aspettavamo! Molti hanno dovuto rinunciare ad entrare nella sala che avevamo preparato perché era stipata e, nonostante le condizioni di scomodità, ci è stato consentito di vivere l’incontro in un clima sereno e attento.

Molte le emozioni che abbiamo vissuto nella visione del film.
Abbiamo potuto quasi toccare con mano la sofferenza e lo smarrimento di chi è “condannato” a vivere in un limbo, in un regime di illegalità, senza la speranza di poter legalizzare la propria situazione e veder riconosciuti i propri diritti. I dialoghi (sottotitolati in italiano dal lavoro prezioso di alcuni giovani della parrocchia), gli sguardi, i racconti … ci hanno fatto prendere coscienza di una realtà lontana che non conoscevamo e non potevamo immaginare. Il film racconta con grande rispetto quattro storie di profughi siriani in Libano, una della quali è proprio quella della famiglia Hsyan che è giunta tra noi. Abbiamo potuto vedere con emozione la nascita di Mohammad, che da qualche giorno ha iniziato ad andare alla scuola dell’infanzia, e le lacrime di mamma Samar quando il marito Abdo è stato arrestato e incarcerato per 16 giorni senza che gli sia stata mossa alcuna accusa.

Noi ora li conosciamo, li abbiamo accolti qui a casa nostra e accogliamo anche la loro storia di dolore e di amore, mentre ancora la difficoltà della lingua non consente loro di raccontarcela.
Ora queste persone sono giunte tra noi, ancora come esuli, ma con una condizione di legalità, con la possibilità di veder riconosciuti i loro diritti, in attesa di tornare in Siria, quando le condizioni permetteranno un ritorno sicuro e dignitoso.

Molto significativa la testimonianza di suor Abir, monaca agostiniana di Pennabilli di origine libanese (se cliccate potete vedere il video della testimonianza).
Suor Abir ci ha raccontato il suo percorso di riconciliazione con coloro che – un tempo, per lei – erano dei nemici: i Siriani. Ed è stato proprio grazie all’incontro con Sheikh Abdo, riconoscendo il suo impegno di bene per i bambini e i più deboli del suo popolo, che Abir ha potuto fare un passo nella guarigione del suo cuore, lei che a quattordici anni voleva solo andare a combattere contro i Siriani e gli Israeliani che le avevano ucciso un fratello e fatto sparire tanti amici. C’è la possibilità di cambiare lo sguardo sulla realtà e sulle persone, quando riconosciamo il bene di cui sono portatrici.

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foto di Samuela Boschi

Molto importanti anche le testimonianze di Sheikh Abdo e di Matteo, volontario dell’Operazione Colomba nei campi profughi del Libano settentrionale.
Ci ha colpito la fatica testimoniata da Sheikh Abdo nel far comprendere a tutti che i Siriani non sono tutti terroristi, come l’Occidente pensa, ma che c’è un popolo che soffre e che chiede di poter essere riconosciuto nel suo desiderio di ritornare al proprio paese e di ricostruirlo secondo una logica diversa dal quella che li ha costretti a fuggire.

Matteo Chiani, volontario riminese appena rientrato dal Libano, ci ha raccontato soprattutto l’esperienza di condivisione con le persone presenti al campo e di come le loro storie siano entrate nella sua vita marchiandolo in modo indelebile.
L’impegno per la nonviolenza e la scelta di abitare il conflitto in modo diverso da quello che vivono gli eserciti e i vari attori di ogni guerra, è la possibilità che è stata scelta da chi non rinuncia a sognare un mondo diverso.

Al termine dell’incontro ho voluto ringraziare di cuore i volontari dell’Operazione Colomba per quello che fanno anche per noi e perché non sono giovani “divanati” (come dice papa Francesco).
Ho voluto ricordare anche che le emozioni non sono sufficienti, come non è sufficiente stare di fronte alla realtà cliccando “mi piace”; ma che è l’ora per tutti di rimboccarsi le maniche e di fare qualcosa, quello che ad ognuno è possibile, per cambiare le cose e costruire un mondo diverso.

Anche qui allego alcune proposte:

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Una Risposta

  1. Io intanto inizio da un “mi piace” e una preghiera. Un abbraccio.

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