In Libano con la Colomba

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Colazione a base di piadina e Nutella portati dall’Italia

Il viaggio è nato da un incontro a casa di Sheikh Abdo.
I primi giorni della sua presenza a Santarcangelo, un gruppo di volontari della Colomba si è trovato in quella casa per salutare la famiglia di Sheikh Abdo e per preparare l’incontro con il presidente Mattarella.  Quasi in contemporanea l’idea è venuta a me e ad Alberto. Ed ho deciso subito di partire. Le cose belle prima si fanno e poi si pensano diceva don Oreste. Così sono partito! Raccolgo qualche riflessione intorno ad alcune parole che sintetizzano delle sensazioni.

Accolto
La prima esperienza che ho fatto è stata quella di una grande accoglienza ricevuta da tutti. Dai volontari della Colomba presenti in Libano e dalla gente che abbiamo incontrato nei giorni della mia permanenza là. Essere accolti fa bene al cuore quando sei in un paese straniero, in un contesto in cui “non sei a casa”. L’accoglienza è ciò che ti consente di non considerarti un estraneo, ma di essere riconosciuto come persona. Ho provato il valore dell’accoglienza in un contesto in cui andavo “disarmato” e senza aver preparato nulla. Fare l’esperienza di essere accolto favorisce l’accoglienza di altri. Forse se facciamo così fatica ad accogliere è perché noi per primi non abbiamo mai fatto l’esperienza di essere stati accolti e percepiamo la vita come il risultato di una serie di sforzi che ci siamo guadagnati da soli; questa percezione ci porta sulla difensiva, ma ci rende meno umani. Se ognuno si pensasse come una persona accolta, farebbe meno fatica ad accogliere a sua volta.

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Cena al campo della famiglia di Sheikh Abdo – Grande accoglienza

Un paese di padri e madri
Una cosa bellissima che ho conosciuto tra i Siriani presenti in Libano è che (forse inconsapevolmente) si considerano un paese di padri e madri. Se quando nasce ognuno ha un nome, quando diventa genitore, “perde il suo nome proprio” e di diventa per tutti padre di … e madre di …
Questa cosa mi ha molto commosso e provocato, perché è vero che la paternità/maternità ti trasforma e ti rinnova ed è il vero segno che sei divenuto adulto. “Tu sei nel volto dell’altro”; tu sei la relazione che ti caratterizza maggiormente.
Anche il prete è coinvolto in questa logica perché da tutti, anche dai mussulmani, è chiamato abuna (padre nostro), riconoscendo il compito di paternità collettiva che è chiamato a vivere. Mi rendo conto che questo pensiero richiede uno sviluppo più attento, ma intanto lo fisso qua.

Dolore
Un fiume di dolore mi è passato di fronte in questi pochi giorni ed è il fiume di dolore in cui le volontarie e i volontari della Colomba hanno scelto di immergersi condividendo la vita del campo profughi. Io, non comprendendo la lingua, l’ho solamente intuito dagli sguardi e dalle lacrime. Il dolore è acuito da una parola che mi ha ferito intimamente: “la yujad ‘amal – non c’è speranza!”. Il freddo, le malattie, il ricordo dei propri cari uccisi o arrestati, i traumi della tortura subita da molti uomini, la lontananza dalla propria terra e il vivere da stranieri in un’altra terra, i debiti contratti per la sopravvivenza, … tutto questo sarebbe forse più sopportabile se ci fosse speranza. Ma non c’è speranza! Non si può ritornare perché è pericoloso: gli uomini e i ragazzi maschi sono considerati tutti disertori; ritornare significherebbe essere arrestati, torturati e poi inviati a combattere. Non si riesce ad uscire dal Libano perché i corridoi umanitari funzionano con il contagocce e patiscono lunghe pratiche burocratiche con passaggi che si possono bloccare in ogni momento anche per delle banalità.
E così rimane il dolore di una sofferenza che non si placa e che viene condivisa con dignità, ma anche in tutta la sua realtà.

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incontro con Aiman al campo di Tel Abbas

Donne con la gonna
E’ un’espressione che ho imparato in Libano, osservando con ammirazione la forza di tante donne incontrate là: le volontarie della Colomba per prime, ma anche le tante madri e mogli che portano avanti con intraprendenza e dignità la situazione della loro famiglia in mezzo a difficoltà quotidiane. Donne forti che non hanno rinunciato affatto alla loro femminilità, ma la valorizzano per portare qualcosa di nuovo e creativo.
Mi ha molto commosso vedere che ad una coppia di mamme molto povere, le volontarie  – di ritorno da un viaggio in Siria – hanno portato dell’hennè per tingere i capelli. Qualcuno potrebbe dire: ma come?! con tante necessità ed emergenze perché sprecare del denaro per una cosa effimera? Eppure la luce che si è accesa negli occhi di quelle donne che – posso garantire – non sono per nulla vanesie, è stata una luce di riconoscenza per chi ha riconosciuto la loro femminilità.

Tenda e condivisione
Ma perché i volontari della Colomba vivono in una tenda in condizioni inaccettabili e disumane per tutti? non potrebbero aiutare quella gente vivendo in una situazione più confortevole? Se fossero una delle ONG che opera sul territorio l’osservazione sarebbe pertinente, ma – da quello che ho capito io – i volontari e le volontarie della Colomba non sono lì per aiutare o per risolvere problemi, ma per condividere la condizione di vita dei profughi, facendosi loro vicini proprio in quelle condizioni in cui nessuno dovrebbe vivere.
Condividere volontariamente situazioni di estrema precarietà e miseria con coloro che sono stati costretti a viverci dalla logica della violenza, è il primo segno di speranza che viene portato a chi è vittima della guerra. E’ come dire: non ci siamo dimenticati di voi! Riconosciamo la vostra dignità e veniamo a condividere la vostra vita. Come recita il Manifesto della Operazione Colomba: “vivere con chi vive nella guerra è l’inizio della nonviolenza e il nostro segreto“.
In termini efficientistici tale scelta è del tutto improduttiva: non serve a nulla è totalmente gratuita. Ma nella logica del gratuito e riconoscendo il valore dell’inutile, la condivisione è una grande testimonianza di prossimità e del valore delle relazioni.

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Sogno o realtà?
C’è un sogno che sostiene l’impegno quotidiano dei volontari della Colomba e di molti siriani con loro; è un sogno condiviso con tanti profughi che vivono nei campi. Questo sogno è la proposta di pace per la Siria, scritta da chi ama la Siria e non da chi ha interessi sulla Siria. Questa proposta è un sogno che apre alla speranza, quella che nella vita ordinaria dei profughi non c’è più, uccisa spesso dalle umiliazioni e dalla mancanza di scappatoie nella situazioni in cui si trovano. La proposta di pace è il segno potente che testimonia la reazione alla rassegnazione e alla logica della sopravvivenza ed è per questo che va diffusa e sostenuta.
Qualcuno, cinicamente, potrebbe pensare che sia ingenua; che sia lontana dalle logiche di potere secondo cui le potenze del mondo determinano i destini dei popoli, … ma la storia ci insegna che il potere del sogno è quello di aiutare ad intravvedere ciò che non c’è, ma che – lottando in modo nonviolento – può diventare possibile.
Martin Luther King, in quel famoso discorso tenuto a Washington DC, di fronte al Lincoln Memorial, ha iniziato proprio così: I have a dream … Lui non ha visto la realizzazione di quel sogno perché è stato ucciso, ma quel sogno è divenuto realtà, una realtà perfettibile, ma senz’altro più concreta di quando lui, nel 1963 ha pronunciato quelle parole.
Solo se si sogna insieme la realtà cambia. Il sogno è l’inizio di ogni cambiamento.
In Libano ho partecipato ad un incontro del gruppo che sostiene la proposta di pace. Mi sono guardato intorno ed eravamo proprio una piccola cosa: poche persone, senza alcun potere reale, che discutevano di cose grandi e di poter realizzare un futuro diverso per milioni di persone vittime della guerra. Il confronto è stato vivace e rispettoso; le opinioni e le priorità individuate diverse; ma comune lo spirito che porta a credere che la realtà debba necessariamente essere differente, perché in quella che vediamo non ci può essere futuro di giustizia per milioni di uomini e donne che qui e in altri luoghi della terra sono vittime della violenza e della guerra. Anche io voglio continuare a sognare: la realtà non mi basta.

Pensieri sparsi che tentano di verbalizzare emozioni potenti vissute in pochi giorni di viaggio in Libano.
Molte grazie a chi mi ha coinvolto ed accolto.
Molte grazie a chi è rimasto là anche per me.
Molte grazie a chi ci testimonia il volto di un’Italia che non si rassegna alla logica del respingimento e dell’indifferenza, ma continua a lottare perché i diritti delle persone vengano riconosciuti e difesi.
Molte grazie a chi non rinuncia a sognare un mondo diverso e pacifico.
Molte grazie a chi, leggendo queste poche righe, non cliccherà “mi piace”, ma si lascerà coinvolgere e mettere in movimento per fare qualcosa.
Perché se ognuno fa qualcosa, insieme possiamo fare molto” (Padre Pino Puglisi, prete palermitano ucciso dalla mafia nel 1993 per il suo impegno pastorale ed educativo nel quartiere di Brancaccio).

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Una Risposta

  1. Grazie per avermi fatto sentire un poco in Libano, il valore segreto e potente dell’ “inutile”, grazie per aver messo a fuoco la scarsa capacità di accoglienza di chi si crede artefice assoluto, è da questi concetti che riprenderò il racconto ai miei figli (d’altronde anche io sono padre di…) per un’Italia e un mondo migliore e più umano.

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