Ipocrisia e resistenza alla cultura dello scarto

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La vicenda degli uomini, delle donne e dei ragazzi (non migranti o clandestini, ma uomini e donne) salvati dalla nave “U. Diciotti” si è finalmente conclusa.
Si trattava di appena 177 persone, ma la loro situazione è diventata l’occasione per mettere alla prova la coerenza dell’Europa, testando – peraltro – l’ennesimo fallimento.
In tutta questa vicenda, purtroppo, l’elemento che è prevalso è la nostra (non mi chiamo fuori) crescente incapacità di saper distinguere tra diritti delle persone e doveri delle istituzioni, e l’incapacità dei nostri governanti di riconoscere che, anche nelle azioni politiche, ci sono dei limiti etici che non dovrebbero mai essere superati, quale che sia l’obiettivo che si vuole raggiungere.

Bene ha fatto l’Irlanda – che in quei giorni accoglieva il Papa – a smarcarsi dal coro degli indifferenti; bene ha fatto l’Albania che, sorprendendo tutti, ha aperto le porte ad un numero simbolico di persone. Bene ha fatto la Chiesa italiana ad aprirsi all’accoglienza di coloro che rimanevano; come bene hanno fatto i vescovi ad alzare la loro voce unendola al coro di coloro che, da giorni, invocavano una soluzione umanitaria per una crisi che veniva trattata sulla pelle di persone già provate, esposte a sofferenze inutili, al limite del crimine (come verificherà la magistratura)…
Ma rilevato il bene che è stato compiuto da pochi e in supplenza di altri, perché nessuno nota l’ipocrisia che ha consentito di risolvere la situazione?

Mentre l’Italia, in quanto Stato, si dichiarava pervicacemente indisponibile ad accogliere sulla terra ferma coloro che – essendo su una nave italiana – erano già formalmente sul suo territorio, invocando il rispetto degli accordi europei, è stato concesso che queste persone venissero accolte dalla Chiesa italiana come se questa si trovasse altrove.
La mediazione del Vaticano, qualora ci sia stata, è stata puramente politica, perché quelle persone si trovano e rimarranno in Italia. Nessuno nota l’ipocrisia?
E’ stato detto che non saranno i cittadini italiani a pagare, perché è la Chiesa che se ne fa carico, come se i cristiani italiani non fossero cittadini di questo Paese. Chi ritiene accettabile questa interpretazione? Se non si trattasse di una tragedia, saremmo in una commedia.

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La domanda su chi siano questi cristiani italiani è una domanda che interessa molti.
In questi giorni Libero, un quotidiano molto vicino alla Lega di Matteo Salvini, ha pubblicato un sondaggio secondo il quale i cattolici, quanto più sono ferventi, tanto più sono vicini alle posizioni del ministro degli Interni e, di conseguenza, lontani dalle posizioni dei loro vescovi condannati a predicare nel deserto (si parlava addirittura  dell’85%).
Posto che tale sondaggio mi sembra piuttosto discutibile e che forse io vivo su un altro pianeta, personalmente mi domando quale sia il Vangelo su cui tali cattolici fanno la loro meditazione quotidiana e che cosa significhi per loro essere cattolici se la parola e le scelte dei vescovi non pongono loro l’esigenza di un confronto critico rispetto alle posizioni ideologiche che sembrano ispirare maggiormente le loro opinioni e le loro scelte.

Un dato, in ogni caso va accolto.
Ci troviamo di fronte ad uno scontro culturale di natura epocale.  Prima ancora che politico, quello che si sta consumando è uno scontro sul patrimonio culturale che ha ispirato la nostra democrazia e la nostra tradizione, un patrimonio fondato sul personalismo e sul riconoscimento e la difesa dei diritti della persona.
Ogni giorno, sempre di più, si presentano scenari in cui sembra che i diritti della persona possano essere ignorati in nome di altri grandi valori di cui ci si riempie la bocca, ma che altro non sono che l’espressione di quella che papa Francesco ha indicato come “la cultura dello scarto”.

Credo che sia giunto il tempo in cui le nostre comunità sono chiamate a dire con chiarezza che certe posizioni sono anti-cristiane; che il nostro punto di riferimento è il Vangelo e il magistero sociale della Chiesa.
Credo sia giunto il tempo che le nostre comunità si impegnino in una resistenza culturale che, abbandonando ogni ambiguità, affermi e testimoni con chiarezza che il futuro del mondo non si realizzerà nella difesa dei privilegi di pochi a scapito di altri; che la giustizia non sarà mai quella che innalza muri e steccati per privare migliaia di uomini e donne del diritto al cibo, alla salute, alla pace e alla ricerca di un futuro migliore per sé e per i propri figli.

Questa resistenza dovrà essere assolutamente non-violenta, coniugata in gesti, ma anche capace di ricuperare in modo ragionevole le motivazioni storiche, filosofiche e religiose che ci portano ad assumere tali posizioni.

Questa è la sfida che ci attende e siamo consapevoli che in questa sfida saremo deboli, che faremo la figura dei perdenti, degli ingenui.
Solo la consapevolezza di portare dentro di noi le ipocrisie contro cui lottiamo e il desiderio di essere sempre più fedeli al Vangelo, riconoscendo il nostro bisogno di conversione continua, ci potrà sostenere in questo percorso.
Lo facciamo per noi e per coloro che verranno dopo di noi, per non condannarli a vivere in un mondo incapace di riconoscere l’altro come un uomo con gli stessi diritti che desidero per me e per i miei cari.

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