La città che cura

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Questa mattina mi sono regalato un convegno su un tema che mi ha investito da qualche mese: la salute mentale.
Tutti conosciamo persone che hanno problemi legati alla salute mentale e tutti ci sentiamo assolutamente incapaci di stare in modo adeguato di fronte a queste persone. Come mi ha detto una mamma: essi sono i più poveri tra i poveri.
Il titolo del convegno mi ha incuriosito per la sua prospettiva inclusiva, perché mi sentivo coinvolto in quanto parte della comunità.

Tutte le relazioni sono state interessanti, ma in particolare mi ha colpito quanto esposto dal dott. Antonio Maone del Dipartimento di Salute Mentale, Asl Roma 1, autore del libro, Recovery e nuovi paradigmi per la salute mentale .
Sintetizzo approssimativamente alcuni concetti che mi sono portato a casa per tentare una condivisione:

Non solo farmaci: negli ultimi 40 anni, in coincidenza con l’approvazione della legge 180 che ha determinato la chiusura dei manicomi, prevale tra molti psichiatri un approccio biomedico alla malattia mentale che si risolve per lo più con l’intervento farmacologico. I dati attestano però che, negli ultimi 50 anni, nonostante il massiccio utilizzo di farmaci, l’indice di guarigione non è affatto aumentato e lo stato del malato mentale si è sempre più cronicizzato.

Niente più manicomi, ma ancora niente inclusione: la chiusura dei manicomi e la diffusione dei centri residenziali non ha portato un superamento dell’isolamento del malato mentale che ancora soffre di uno stigma sociale che produce un certo isolamento.

Un malato non è la sua malattia: l’approccio biomedico tende ad identificare il malato mentale con la sua malattia. Mi colpisce questa testimonianza di una donna, paziente psichiatrica:
“La psichiatria non è abituata a vedere i suoi pazienti come realmente sono. Persone con un passato, un presente e una speranza per il futuro. La psichiatria, nelle sue versioni tradizionali e in quelle più aggiornate, aspira a essere una scienza medica: vuole trattare la patologia dell’individuo. Non è realmente preoccupata dei contesti nei quali i problemi di salute mentale si sviluppano. Di conseguenza, nell’entrare nell’istituzione psichiatrica, il nostro status è ridotto a quello di portatori di una malattia mentale o veniamo considerati come se fossimo la malattia stessa. […]” (riportata nel testo del dott. Maone).

In ascolto del malato e dei suoi desideri: l’approccio più diffuso anche tra i non specialisti è quello di pensare che il malato non sia in grado di esprimere e comprendere ciò che è meglio per lui.  Pretendiamo di essere noi a sapere cosa sia bene per lui.
Ancora la testimonianza della stessa paziente:
“Recovery è ciò che dobbiamo fare per noi stessi. Nessun altro può farlo per noi. Le storie di recovery sono le nostre storie, è solo noi possiamo esserne gli autori. E’ importante che gli operatori della salute mentale non tentino di appropriarsene di questo lavoro.
Se vogliono aiutarci a individuare e utilizzare le opportunità di recovery, è di vitale importanza che gli operatori acquisiscano familiarità non solo con il nostro passato e con le nostre speranze nel futuro, ma anche con le circostanze ordinarie del nostro presente. Le nostre vite non sono riducibili alle volte in cui veniamo ‘visti’  nella stanza di un servizio”.

Fatica ad uscire dai percorsi di degenza: se il 25% dei malati è riconosciuto idoneo per un rientro in famiglia, solo il 7% viene effettivamente dimesso. La maggior parte dei malati psichiatrici rimane vincolato alle strutture psichiatriche cronicizzandosi. Se non viene responsabilizzato il malato, se non si da voce ai suoi desideri si crea un circolo vizioso tra operatore e paziente che genera la seduzione narcisistica nel primo (che si ritiene assolutamente necessario al paziente) e la passivazione nel secondo che, per confermare il primo tende a ritirarsi sempre di più rispetto alle sue personali aspettative e alla speranza di guarigione: un meccanismo inconscio, ma perverso, su cui vigilare.

Il ruolo di cura della città: come può curare una città se non ci riescono persone competenti e specializzate? E’ proprio il mutamento di contesto che consente alla persona di “riprendersi”, di motivarsi rispetto alla possibilità di cambiamento. E’ il contesto “normale” che aiuta la persona a leggersi secondo altri paradigmi e altri canoni che non sono quelli della struttura. Parole d’ordine sono responsabilità personale, autogestione, relazione, valore degli affetti, capacità di incidere sulla realtà e sulla propria realtà.
Pensare ad una comunità sempre più inclusiva, sempre più capace di accogliere le persone con i loro ritmi, il loro personale bisogno di attenzioni, i loro desideri e sogni … non è un’utopia.
Delle realizzazioni sono già in atto: la Cooperativa Edith Stein, che ha organizzato il convegno, sta portando avanti da un anno, sul nostro territorio, un progetto denominato Budget di Salute, progetto che già dimostra qualche frutto, come ci ha raccontato la dott.ssa Romina Gollinucci, psicologa della Cooperativa.
A me è venuto in mente il percorso di CITabilitY realizzato nel Comune di Santarcangelo mirato a sostenere , con la partecipazione di tutti, una nuova mentalità inclusiva, grande provocazione su cui camminare insieme, come comunità..

Esco da questo convegno con molte domande, ma con nuove idee da sviluppare… per esempio questa slide che nella sua sinteticità mi ha molto colpito:

semaforo dell'inclusione

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