Ambiguità

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Il vangelo di questa giornata Mc 10,32-45 ci mostra un paio di situazioni di ambiguità: i discepoli seguono il Signore che, con decisione, li precede nel cammino, ma il loro cuore è pieno di paura, mentre due di loro – Giacomo e Giovanni – sono tutti presi da progetti ambiziosi (sedere alla destra e alla sinistra del Signore nel suo Regno).

Questa ambiguità potrebbe scandalizzarci.
La tentazione sarebbe quella di dire: che rinuncino a seguire Gesù; troppo grande è la distanza che li separa dal Maestro! Se sono così distonici con lui è meglio che vadano per la loro strada!
Questo scandalo, oltre che dalla giusta esigenza di coerenza, è dato anche da un certo idealismo che vorrebbe misurarsi con situazioni nette e pure: se stai con Gesù non ci possono essere ambiguità, o bianco a nero… l’ambiguità deve essere sempre risolta!

Non è di questo parere Gesù che con questi discepoli rilancia continuamente, riportando al motivo principale della sequela: avere il Signore Gesù come punto di riferimento, per lasciarsi plasmare e convertire da lui.
In effetti nel cammino di sequela l’invito alla conversione non appartiene solamente alla fase iniziale, ma è un processo continuo che tiene proprio presenti le continue ambiguità che caratterizzano il nostro cammino.

Il cammino della vita cristiana è un cammino di sequela che rimane aperto alla conversione e che accoglie tutte le nostre ambiguità, le nostre incoerenze, la nostra mediocrità, le nostre paure, … per porle sotto la luce del Vangelo e lasciare che proprio in questa fragilità il Signore ci venga incontro, si fermi con noi per istruirci e plasmarci, come ha fatto con i discepoli.
Accogliere queste fragilità del discepolo non significa giustificare l’incoerenza o la mediocrità, ma prendere atto con realismo della nostra esigenza di continua conversione al Vangelo – la persona viva di Gesù – che rimane sempre la “regola” su cui misurare la nostra vita. E’ proprio su queste ambiguità, a volte portate con sofferenza anche dal discepolo, che il Signore ripete anche a noi, come a Paolo: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». E come Paolo anche noi potremo dire di fronte al Signore: «Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo» (Cfr 2 Cor 12,9).

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