Voi siete tutti fratelli

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Omelia proposta domenica 5 novembre 2017 a Santarcangelo presso la Chiesa del Suffragio nella Messa in ricordo dei caduti di tutte le guerre e nella festa dell’Unità nazionale 

Mt 23,1-12

Questa parola di Gesù ci giunge provvidenzialmente oggi, mentre con il nostro Paese e la nostra città celebriamo la festa dell’Unità nazionale e ricordiamo i caduti di tutte le guerre.
Sappiamo che questo giorno segna il ricordo della fine del primo conflitto mondiale, una guerra sanguinosa e terribile, che ha lasciato il nostro Paese in ginocchio sia per le ferite subite da tante famiglie che non hanno più visto rientrare i propri cari partiti per il fronte, sia dal punto di vista economico, politico e delle relazioni interne.

La guerra è stata ed è sempre, una grande crisi di fraternità, come ci racconta la Bibbia quando ci narra, quasi a fotogrammi, la nascita del conflitto nell’umanità presentandoci il primo omicidio, non a caso, avvenuto tra due fratelli: Abele e Caino.

Mi sembra opportuno ricordare le parole che papa Francesco ha pronunciato tre anni fa’ durante la visita al sacrario militare di Redipuglia, il 13 settembre 2014, in occasione del centenario dell’inizio della prima guerra mondiale:

trovandomi qui, in questo luogo, vicino a questo cimitero, trovo da dire soltanto: la guerra è una follia.
Mentre Dio porta avanti la sua creazione, e noi uomini siamo chiamati a collaborare alla sua opera, la guerra distrugge. Distrugge anche ciò che Dio ha creato di più bello: l’essere umano. La guerra stravolge tutto, anche il legame tra i fratelli. La guerra è folle, il suo piano di sviluppo è la distruzione: volersi sviluppare mediante la distruzione!

La cupidigia, l’intolleranza, l’ambizione al potere… sono motivi che spingono avanti la decisione bellica, e questi motivi sono spesso giustificati da un’ideologia; ma prima c’è la passione, c’è l’impulso distorto. L’ideologia è una giustificazione, e quando non c’è un’ideologia, c’è la risposta di Caino: “A me che importa?”. «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9). La guerra non guarda in faccia a nessuno: vecchi, bambini, mamme, papà… “A me che importa?”.

Sopra l’ingresso di questo cimitero, aleggia il motto beffardo della guerra: “A me che importa?”. Tutte queste persone, che riposano qui, avevano i loro progetti, avevano i loro sogni…, ma le loro vite sono state spezzate. Perché? Perché l’umanità ha detto: “A me che importa?”.

Anche oggi, dopo il secondo fallimento di un’altra guerra mondiale, forse si può parlare di una terza guerra combattuta “a pezzi”, con crimini, massacri, distruzioni…
Ad essere onesti, la prima pagina dei giornali dovrebbe avere come titolo: “A me che importa?”. Caino direbbe: «Sono forse io il custode di mio fratello?».
Questo atteggiamento è esattamente l’opposto di quello che ci chiede Gesù nel Vangelo.”

Oggi come cristiani e come cittadini, mentre celebriamo questa ricorrenza, dobbiamo chiederci seriamente: cosa abbiamo imparato dalla storia?

A me sembra di notare che non abbiamo aderito totalmente al giudizio che la guerra sia una follia. Anche ai nostri tempi, e non soltanto nella lontana Corea del Nord o negli USA, ma anche qui in mezzo a noi, anche tra i cristiani, c’è ancora gente che pensa che la guerra possa essere una soluzione utile, quasi inevitabile.

Ci sono tante persone, anche fra i cristiani, a cui prudono le mani, che invocano reazioni dure, interventi preventivi che incidano con durezza sui problemi del nostro tempo per difendere – si dice – i nostri valori, il nostro stile di vita, addirittura la nostra religione. Valori, stile di vita, religione, … ispirati da chi? Fondati su cosa? Sul Vangelo? Sulla Costituzione? Sul Magistero della Chiesa? Certamente! Ma in nessuno di questi testi, che rappresentano i nostri punti di riferimento, troviamo un solo accenno che giustifichi il ricorso alla guerra.

A queste ideologie Gesù con semplicità ci risponde: siete tutti fratelli!

L’unica via che Dio ci consegna per costruire una realtà nuova, libera dal male della guerra, è quella della fraternità.

La fraternità – è bene dircelo – non è una via semplice; non è un percorso a basso costo.
Non è una proposta per chi non ha voglia di combattere o per chi è remissivo e rinuncia ad un confronto impegnativo.
La via della fraternità è una via coraggiosa che coinvolge occhi, intelligenza, cuore, mani e piedi.

Occhi da purificare continuamente per illuminare il volto dell’altro e riconoscere un fratello o una sorella

Intelligenza per comprendere sempre meglio la verità delle cose oltre le distorsioni ideologiche che ogni stagione della storia ci presenta. Accanto all’intelligenza non guasta un po’ di creatività e di fantasia.

Cuore, perché la fraternità ci coinvolge intimamente; non è un dato che ci può lasciare indifferenti, ma una relazione che ci deve entrare dentro ed incidere sulla nostra appartenenza.

Mani e piedi, perché la fraternità chiede di uscire da sé ed andare verso l’altro e di avere mani per accogliere, abbracciare, curare, consolare.

Non possiamo essere degli ingenui. Oggi soffiano potenti i venti di guerra.
Le sagome dei nemici vengono indicate all’orizzonte.
La paura viene alimentata.
Il sospetto cresce e con esso l’esigenza impellente di difendersi…
Siamo già dentro un processo bellico: tutte le premesse sono state poste.

Ma non dobbiamo avere paura perché abbiamo però l’antidoto che, come un farmaco omeopatico, chiede di essere somministrato costantemente per immunizzarci contro la tentazione di tutti quei sentimenti che giustificano la guerra.
L’antidoto è la fraternità e la disponibilità a costruire fraternità dovunque ci troviamo: cominciando dalle nostre relazioni familiari, passando alle relazioni civili, per arrivare alle relazioni di accoglienza verso chi, da straniero, chiede di diventare fratello.

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Abbiamo riascoltato questo Vangelo solamente quattro giorni fa’. In quanto figli di Dio siamo fratelli tra noi.
Abbeveriamoci alla sorgente della fraternità che per noi credenti è lo stesso Gesù, il Figlio di Dio, che si è fatto nostro fratello affinché il muro che ci rendeva “nemici ” fosse abbattuto e noi potessimo, per mezzo di Lui, diventare figli di Dio e fratelli tra noi.

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