Sinodalità: tensioni da non ignorare

Asini (1)

In questi giorni si parla molto di sinodalità. La nostra Chiesa riminese ha aperto un percorso che ci porterà ad un grande momento di confronto nel prossimo giugno 2017. Mi sono chiesto, insieme ad altri preti, cosa significhi avviare questo processo a partire non solamente dagli slogan e dagli ideali, ma dalla concretezza della realtà delle nostre comunità.
Premetto che mettere in evidenza le tensioni, non significa affatto rinunciare al cammino che, personalmente, ritengo irrinunciabile e necessario. Penso però che non dovremmo mai risolverci nell’idealismo e che, partire dalla realtà dei fatti, ci aiuti a compiere dei veri passi verso quella riforma ecclesiale auspicata dalla Evangelii gaudium. Ci sono almeno tre tensioni che nel processo sinodale occorre tenere presenti:
– la tensione esistente tra i tutti (tutti i battezzati hanno lo Spirito Santo – ricordava sempre don Oreste) e alcuni più formati e più consapevoli. Un processo sinodale deve tenere presente questa tensione esistente nelle nostre comunità che sono articolate e stratificate in una folla di battezzati che, opportunamente, vanno interpellati ed un gruppo ristretto di persone più formate e consapevoli. Se vigesse il principio “grillino” che ognuno vale uno, riusciremmo a compiere un vero cammino sinodale? come comporre questa prima tensione senza risolverla in prospettiva demagogica o, al contrario, in prospettiva elitaria?
– la tensione esistente tra esigenza identitaria delle comunità ecclesiali (le parrocchie in primis) e la spinta ad una pastorale di zona. Ancora non abbiamo camminato a sufficienza per affrontare in modo sereno questa tensione e molti passi che sono stati compiuti non hanno rasserenato le persone. Mentre da una parte diciamo che il soggetto dell’azione ecclesiale e del processo sinodale è la zona pastorale, le nostre comunità rivendicano l’esigenza di un riferimento alla comunità parrocchiale, quella dove vivono l’eucaristia e dove si riconoscono come credenti. Su questo punto il cammino della pastorale integrata aveva proposto alcune piste che non mi sembra siano state percorse da molti. Occorre definire alcune priorità per aiutare le comunità parrocchiali a compiere un percorso virtuoso e significativo verso una pastorale di zona.
– l’ultima tensione che intravedo nel processo sinodale che ci prepariamo a vivere riguarda la dimensione missionaria, così ben richiamata dal papa e dal vescovo. Questa dimensione è assente dalla coscienza delle nostre comunità che, se interpellate, tendono a manifestare l’esigenza di custodire ciò che è noto e rafforzare la dimensione più tradizionale (messe, pietà popolare, feste tradizionali, …): questo interessa di più alla gente. Come aiutare allora a compiere quel cammino a cui i pastori ci invitano e che non è colto come un’esigenza reale dalle persone? Come aiutare a riconoscere la prospettiva missionaria come quella verso cui orientare la maggior parte delle nostre energie e risorse?

Solo due appunti per non dimenticare quanto maturato in un incontro.

 

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