Un giusto nel tempo dell’indifferenza: in memoria di Petrit Nikolli

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Petrit Nikolli con la moglie

Qualche anno fa’ mi è stato consigliato un libro che mi ha molto aiutato “I giusti nel tempo del male“, scritto da Svetlana Broz; il libro riporta gli atti di “ordinario” coraggio messi in atto da uomini e donne “qualunque” durante gli anni della guerra nei Balcani (1992-1995). Ciò che caratterizzava i gesti di quelle persone “normali” era che non si erano lasciati intimidire o annichilire di fronte ad un male dilagante o ad un pensiero diffuso che portava a riconoscere l’altro come un diverso e, forse, un nemico. Ma agendo in modo “semplicemente” umano, si sono comportati da giusti, intervenendo con coraggio per salvare la vita di altre persone e “facendo la differenza” tra la vita e la morte. Consiglio a tutti la lettura di questo libro.

Oggi a Rimini ci siamo radunati in piazza con diverse decine di persone e abbiamo ricordato Petrit Nikolli, un uomo “qualunque”, un immigrato dall’Albania naturalizzato italiano, un marito, un padre (di tre figli e in attesa del quarto), un lavoratore, che non ha declinato la sua responsabilità di fronte alla sofferenza ingiusta di una nipote maltrattata dal marito, dal cognato e dal suocero, ma è intervenuto per difendere la nipote, per metterla al riparo da quei maltrattamenti e da quelle violenze e, “solo per questo”, è stato freddato barbaramente con un colpo di pistola alla schiena dai tre “parenti” che non hanno tollerato la sua intromissione.

La stampa in questi giorni ha scritto pagine e pagine sulla legge del Kanun, una antica legge tribale albanese che regola le vendette d’onore e le riconciliazioni tra le famiglie, ma a mio avviso non è il caso di scomodare questa “nobile” legge. A me sembra che sia solo un nostro bisogno quello di tracciare una linea di confine e di dire che “loro”, quei tre lì, sono dei barbari, perché hanno agito in quel modo; direi, invece, che per noi sia più utile pensare che la stessa “bestia” abita dentro molti di noi, anche se abbiamo altri ascendenti e tradizioni culturali; ma questo pensiero è più difficilmente accettabile: è più facile e più comodo evocare l’arcana regola del Kanun.

Oggi si è parlato di Petrit Nikolli come di un eroe, ma io ritengo che fosse “solamente” un uomo giusto.

Il renderlo eroe (o superhero come era scritto nelle magliette bianche con la sua immagine che indossava la moglie e qualcuno dei parenti) ci giustifica nella nostra mediocrità. Lui è un eroe: bravo! applaudiamolo, magari intitoliamogli una strada o un altro luogo significativo! Ma noi che siamo “normali”, che non abbiamo lo stesso coraggio straordinario, siamo giustificati nel rimanere nella nostra indifferenza, quella che ci consente impunemente di voltarci dall’altra parte, o di alzare le spalle, pensando che sia reale l’affermazione che con facilità ci esce dalle labbra: “non possiamo fare nulla per cambiare la situazione”.

Non ho avuto la fortuna di conoscere Petrit Nikolli, ma penso che con difficoltà avrebbe considerato eroico quello che era semplicemente giusto. Ma se lui ha fatto “solo” quello che era giusto, mettendo la propria faccia e la propria vita a rischio per mettere in salvo la nipote, allora noi siamo degli ingiusti, siamo dei pusillanimi, siamo nel torto, tutte le volte che “semplicemente” non facciamo quanto è giusto.

Grazie Petrit, uomo giusto, vissuto in tempi di mediocrità e di indifferenza. Grazie Petrit perché ci rendi scomoda la nostra mediocrità, perché denunci la nostra indifferenza, perché ci chiami a fare la nostra parte, uscendo dalle nostre “zone sicure” per fare fronte all’ingiustizia, alla violenza e al male.

Una preghiera per te e per la tua famiglia.

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