5 imperativi: una traccia di vita

giacomo e valentina

Giacomo e Valentina (foto di Silvia Sanchini)

Dt 6, 4-10 e Lc 24,13-35 (Sal 33)

Ieri pomeriggio si sono sposati Giacomo e Valentina, due amici che ho accompagnato per qualche tempo e con i quali ho condiviso questo ultimo tratto di strada che li ha portati alla celebrazione delle loro nozze. Per il loro matrimonio hanno scelto due testi cardine per la spiritualità del cristiano. Ho proposto loro questa riflessione che riporto qui per far loro dono di ciò che ho condiviso “a braccio”.

Premetto che il testo è politicamente scorretto perché si basa su cinque imperativi e, come sappiamo, gli imperativi da molti anni sono caduti in disuso. Vuoi perché nel nostro DNA ci sia un’avversione ad ogni autoritarismo, vuoi per una esasperata “sensibilità democratica”… sta di fatto che nessuno più usa gli imperativi, ne’ i genitori, ne’ gli insegnanti, … forse gli allenatori sportivi…

Eppure l’imperativo ha un suo fascino relazionale perché, escluso ogni autoritarismo che si accredita solo con la violenza, l’imperativo chiede, a chi lo propone, di esporsi, di metterci la faccia, di giocarsi in un’autorevolezza che chiede di compromettersi in modo forte nella relazione. Il Signore, mentre ci propone questi imperativi, si mette in gioco relazionalmente, con la sua autorevolezza di Padre, di Maestro, di Amico.

Il primo imperativo è ASCOLTA. Il testo del Deuteronomio rappresenta un testo fondamentale per la spiritualità dell’uomo biblico; recitato tre volte al giorno dagli Ebrei devoti, lo ritroviamo anche in uno dei passaggi più importanti del Vangelo. Un dottore della Legge si reca da Gesù (Mc 12,28-29) e gli domanda quale sia il primo e il più grande dei comandamenti; e Gesù risponde: “”Il primo è: Ascolta Israele…” L’ascolto è un atteggiamento di vita tipico di chi non si pensa già sufficiente a se stesso, di chi non si vergogna di mettersi ai piedi di un maestro per imparare da lui. Dalla capacità e dalla disponibilità ad ascoltare dipende veramente molto nella vita. Ecco perché il Signore non ha paura di consegnarcelo come il primo imperativo.

Il secondo è AMA. Risulta sempre strano per la nostra cultura e il nostro modo di pensare, che Dio abbia potuto fare dell’amore un comandamento, perché per noi l’amore è legato a ciò che di più spontaneo e libero una persona può vivere. Come si può comandare di amare? Eppure Gesù ci chiede di amare non in un modo qualsiasi, ma come lui ha amato noi! Questo modo di amare, questa misura dell’amore, non è riducibile al sentimento, ma chiede la scelta di donare all’altro/a la propria vita.

Il terzo imperativo è RICORDA. Non lo si ricava immediatamente dal testo del Vangelo, ma occorre contestualizzare il racconto di Emmaus dentro tutto il capitolo 24 di Luca. Il ricordare è il presidio alla tristezza che ci prende lungo il cammino e che ci rende stolti e lenti a credere. Il ricordare non è un moto nostalgico, ma  l’impegno a ritornare alla fonte di ciò che mi ha generato, di ciò che sono, di ciò che ho ascoltato e visto, di ciò che ho scelto, per ricomprendere il senso del mio camminare, quando la meta si offusca e, per la fatica, cammino guardandomi la punta dei piedi.

Il quarto imperativo è ACCOGLI. Nel racconto evangelico dei discepoli di Emmaus c’è un passaggio fondamentale che determina una svolta nell’incontro con lo sconosciuto viandante: è il momento in cui decidono di invitarlo a mensa con loro, di accoglierlo nella loro vita, di non lasciarlo andare per la sua strada. Gesù “fa come se dovesse andare più lontano” (Lc 24,28), ma essi insistono per accoglierlo: non erano obbligati; è un atto di libertà che consentirà loro di riconoscere il Signore. Così accade anche per noi. Attraverso l’accoglienza possiamo davvero riconoscere la presenza del Signore vivo accanto a noi. Non c’è una legge che mi può obbligare all’accoglienza, ma Gesù si gioca in un imperativo (sottinteso) perché conosce il bene che deriva a noi dall’accogliere l’altro, nei vari modi in cui mi si presenta e bussa alla mia porta.

L’ultimo imperativo è RACCONTA (ANNUNCIA). I discepoli tornano correndo a Gerusalemme per raccontare agli altri il loro incontro con il Signore. Anche per noi esiste un’urgenza di annuncio e narrazione di ciò che il Signore ci ha fatto sperimentare e vivere. Non possiamo tenercelo per noi. E’ una responsabilità che il Signore ci affida.

Cinque imperativi, come una traccia per la vostra vita.

Andrea Turchini

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