Educarsi ed educare alla vita come vocazione in famiglia

Famiglia_numerosa (1)

Questo testo riporta la scheda condivisa il 9 aprile con gli animatori dalla pastorale familiare nel contesto del percorso di formazione “Aquila e Priscilla”. La condivido perché forse può essere utile a qualcun altro.

La vocazione come comprensione della vita più che come cose da fare

Cosa farai da grande? Cosa vuoi (tu!!!!) fare da grande? È la domanda che ci ha accompagnato nei primi dodici-quindici anni della nostra vita. Tutto si gioca in un fare: è la categoria con cui noi più facilmente comprendiamo la nostra vita. In epoca pre-crisi economica spesso alla domanda: chi è quello/quella ci siamo sentiti rispondere con l’indicazione della professione/occupazione.

Anche nella comunità cristiana rischiamo lo stesso meccanismo: vocazione= cosa fai nella chiesa? La cosa è esplosa con i nuovi ministeri e nuove (antiche) scelte vocazionali (diacono, ordo virginum, coniugi, …): come li definiamo se non sappiamo cosa fanno di preciso?

La vocazione, invece è un modo di comprendere la propria vita a partire dalla relazione con Dio: che mi ha donato la vita, chiamandomi alla vita, che ha salvato la mia vita, chiamandomi alla fede, che vuole guarire la mia vita dalla insignificanza, chiamandomi a collaborare con Lui per l’edificazione del Regno di Dio (Cfr Gv 21,1-13). Chi sono io? Come si interpreta la mia vita? Se io parto dalla relazione con Dio, tutto nella mia vita diviene vocazione e la mia vocazione non è altro che “la casa che io edifico costruendo, scelta dopo scelta, la mia vita con Dio, corrispondendo alla sua volontà di bene su di me”.

 

La categoria del discernimento e il valore della coscienza: le indicazioni di Amoris laetitia

Nella recentissima esortazione apostolica, il Papa mette molto in evidenza due categorie fondamentali del percorso educativo cristiano (e quindi vocazionale): la coscienza personale e il discernimento.

Attenzione perché queste due dimensioni fondamentali, citate soprattutto in chiave pastorale di fronte alle situazioni più difficili, non potranno essere “utilizzate” utilmente ed efficacemente se non diventano la grammatica ordinaria della vita cristiana nella comunità. È difficile pensare che saremo in grado di aiutare nel discernimento persone che vivono situazioni complicate, se noi per primi non ci esercitiamo nel discernimento quotidianamente, nella nostra vita personale, familiare e comunitaria. E l’appello alla coscienza, che mette in gioco tutta la responsabilità personale di fronte alla chiamata di Dio in quella situazione, non sarà praticabile se tale coscienza non è stata educata o se almeno non ci si trova difronte a persone che sono abituate a scegliere in base alla propria coscienza (che non è sempre in alternativa alla norma).

 

Si educa alla vocazione se ci si comprende nella vocazione

Una comunità di adulti e una coppia di adulti (non anagraficamente) che comprende la propria vita come vocazione, che è capace di discernimento sulle situazioni che interpellano la sua vita, sarà il naturale bacino in cui si educherà a comprendere la propria vita come vocazione e a corrispondere agli impulsi della grazia che mi chiama a seguire Gesù e a vivere la mia santità in un modo particolare.

Lancio un appello a considerare la normalità della vita familiare e cristiana come contesto per educarsi ed educare alla vocazione: non occorrono sovrastrutture. Per dare una traccia, la più semplice possibile, prendiamo la famosissima catechesi di Papa Francesco, quella delle tre parole: “permesso, grazie, scusa” e facciamola diventare una pista per educarsi ed educare alla vocazione.

Permesso/per favore: Interpreto la mia vita al di fuori di una pretesa e la riconosco come frutto di un dono. Ogni cosa che mi viene concessa e che sperimento è un dono che devo accogliere con rispetto e non dare per scontata. Oltre che nei confronti dell’altro, questo atteggiamento ci educa anche nei confronti di Dio. Quale rispetto nei confronti del Signore? Come riconosciamo che la nostra vita è una “terra sacra” su cui noi e gli altri sono invitati a togliersi i sandali (figuriamoci gli scarponi) Cfr. Es 3. Il tema del timore di Dio come atteggiamento che custodisce la presenza di Dio nella mia vita e che mi aiuta a riconoscerla nell’altro.

Grazie: La gratitudine è l’unica via per imparare la gratuità e il dono di sé. Se non mi scopro frutto di un amore benevolente, non riuscirò ad aprirmi con fiducia per diventare a mia volta un dono per gli altri. Saper dare contenuto alla gratitudine e toglierla dalle convenienze formali. Perché dire grazie quotidianamente, anche nei giorni più difficili? Come imparare a sentirsi benvoluti anche quando le cose sembrano andare male? Cfr. Gv 11,41-42. Il credente è una persona che fonda la sua fede sulla gratitudine e la sua gratuità sulla speranza. Educarsi ed educare alla gratitudine è una dimensione fondamentale per comprendere la propria vita come vocazione ed educare altri a comprenderla come tale.

Scusa: Concediamoci la possibilità di sbagliare. In una società di robot e macchine infallibili sarà l’unica caratteristica che ci consentirà di riconoscerci come umani. Errare umano, ma saper compiere la via della riconciliazione e del perdono è divino. Riconoscere il proprio peccato e il proprio errore e ripartire rigenerati dalla misericordia è l’esperienza fondamentale del Vangelo. Gesù non ha chiamato i giusti, ma i peccatori ed ogni vera vocazione è prima di tutto una guarigione personale. La famiglia è il luogo in cui si impara a riconoscere il proprio errore ed in cui si è rigenerati nella misericordia; in essa si cresce nella fiducia e nella speranza che il mio errore non è la mia pietra tombale, ma una nuova chiamata che il Signore mi rivolge. Sappiamo anche che potrà essere misericordioso solamente chi avrà sperimentato sulla sua pelle il valore della misericordia.

don Andrea Turchini

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