Come parla Dio?

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Mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”. Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: “Mosè, Mosè!”. Rispose: “Eccomi!”. (Es 3,1-4)

Chi non conosce il racconto della vocazione di Mosè con Dio che gli parla dal roveto in fiamme? Il libro dell’Esodo ci racconta di un dialogo chiaro, con domande e risposte… Un po’ di invidia per Mosè ci viene. In alcuni momenti della nostra vita anche noi vorremmo avere un dialogo così ben definito. Non sarebbero risolti tutti i problemi, perché rimarrebbe la nostra paura, le nostre resistenze alla proposte di Dio, … ma intanto avremmo chiaro cosa Dio ci domanda.

E oggi come parla Dio? Quali sono i “fatti curiosi” attraverso cui Dio manifesta la sua voce e la sua volontà?

Il testo di Esodo della teofania nel roveto che brucia, ieri (III domenica di quaresima, anno C) era accompagnato con un testo di Vangelo molto strano: a Gesù vengono riportati dei fatti di cronaca drammatici, proprio quelli che anche oggi suscitano domande dolorose.

si presentarono alcuni a riferirgli il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. (Lc 13,1-5)

Che male hanno mai fatto per essere trattati in quel mondo o perché accadesse loro quella disgrazia? Sono domande che ci facciamo anche noi, che ci scappano, non sfuggendo dalla logica che ci porta a pensare che, chi vive qualcosa di male, in fondo se lo è meritato.

Gesù ci aiuta a spostare lo sguardo e a comprendere che questa logica, oltre che essere sbagliata, è anche distraente. Se certi fatti ci attirano l’attenzione e ci prendono il cuore, dovremmo chiederci: cosa mi vuole dire Dio di fronte a questo fatto? Qual è il messaggio e la chiamata o il richiamo per me? Perché Dio parla nei fatti che accadono, si rivela attraverso parole, ma anche attraverso eenti, come ricorda bene la Dei Verbum:  la Rivelazione comprende eventi e parole intimamente connessi. (DV 2)

Dio parla nei fatti che accadono e ci chiama a metterci in gioco, come ha chiamato Mosè. Parla – per esempio – nelle persone che arrivano sulle nostre coste trasportate da improbabili imbarcazioni, parla nelle scelte di un governo provocandoci ad impegnarci o a reagire, parla nella storia di una persona che ci viene raccontata, parla in un incontro occasionale e fortuito che ci capita in treno, parla nelle cose che ci succedono e che noi non avevamo previsto, parla … e chiede di essere ascoltato.

Occorre imparare a riconoscere “le parole” che Dio ci dice. La Scrittura in questo ci aiuta perché rappresenta “il codice” che ci consente di interpretare queste parole di Dio dette oggi, per confrontarle con quelle da lui pronunciate alle generazioni passate, agli uomini e alle donne che “ci hanno preceduto sul cammino della fede”; nulla però ci può esonerare dall’ascoltare le parole che Dio dice per noi oggi. Farlo insieme ci aiuta. Farlo da soli è più complicato, incerto ed esposto al fraintendimento.

Samuele, chiamato per nome nella notte, “non lasciò andare a vuoto una sola delle parole del Signore” (1Sam 3,19).

“Ascoltate oggi la voce del Signore, non indurite il vostro cuore” (Cfr. Sal 95,7-8)

Ma tu stai alla mia porta

Ma se io, Signore,
tendo l’orecchio ed imparo a discernere
i segni dei tempi,
distintamente odo i segnali
della tua rassicurante presenza alla mia porta.
E quando ti apro e ti accolgo
come ospite gradito della mia casa
il tempo che passiamo insieme mi rinfranca.

Alla tua mensa divido con te
il pane della tenerezza e della forza,
il vino della letizia e del sacrificio,
la parola di sapienza e della promessa,
la preghiera del ringraziamento
e dell’abbandono nelle mani del Padre.

E ritorno alla fatica del vivere
con indistruttibile pace.
Il tempo che è passato con te
sia che mangiamo sia che beviamo
è sottratto alla morte.
Adesso,
anche se è lei a bussare,
io so che sarai tu ad entrare;
il tempo della morte è finito.
Abbiamo tutto il tempo che vogliamo
per esplorare danzando
le iridescenti tracce della Sapienza dei mondi.
E infiniti sguardi d’intesa
per assaporarne la Bellezza.

Preghiera del Card. Carlo Maria Martini

 

 

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