Cosa significa essere cristiani oggi: l’esempio del profeta Daniele

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Introduzione:

Il libro del profeta Daniele è un libro strano; letto molto dai protestanti e pochissimo dai cattolici. Il libro di Daniele è uno dei testi che ritorna più di frequente nel canti Godspel e Spiritual perché presenta l’esistenza di un credente in situazione di estraneità, come era quella degli Ebrei deportati in Babilonia, come quella degli Afroamericani in situazione di schiavitù ed oppressione, … come quella di ognuno che si trova a dover conciliare la propria esperienza di fede in un contesto in cui è ostacolato o – perlomeno – non garantito.

La storia di Daniele
Daniele è un ragazzo che condivide la tragedia della deportazione del suo popolo in Babilonia. Viene selezionato per essere formato alla cultura babilonese ed entrare al servizio della corte. Subito si pone per Daniele il problema di poter rimanere fedele alla sua tradizione e di non contaminarsi con cibi vietati dalla Legge.

Insieme ad altri giovani Ebrei si sostengono per rimanere fedeli all’alleanza, pur inserendosi pienamente dentro la cultura e l’esperienza babilonese, fino a diventare consiglieri del re Nabucodonosor. Il valore del libro di Daniele è quello di mostrarci come si possa rimanere se stessi anche in un contesto culturale non favorevole. Mi sembra possa essere lo specchio della nostra situazione odierna come cristiani di questo tempo.

Il tempo che viviamo: oltre l’idealizzazione del passato

È tipico – soprattutto dei più anziani – il confronto con il passato; spesso accade che il passato venga idealizzato e che l’immagine che usiamo per il confronto non tenga presenti le difficoltà di ogni tempo. Quando sentiamo parlare del passato come di un società “naturalmente” cristiana, ovviamente facciamo delle semplificazioni e saltiamo molti passaggi. Possiamo dire con serenità che non vi è mai stato un periodo della storia in cui i cristiani, quelli veri, non sono stati chiamati a fare i conti con l’esigenza di un impegno personale ed una testimonianza nel mondo.

Il tempo che viviamo presenta alcune caratteristiche, che per noi cristiani sono importanti (anche io, in questo breve elenco, sarò molto sommario e superficiale):

  • Individualismo e perdita degli ideali comuni (relativismo);
  • Globalizzazione e ampiezza di orizzonti culturali;
  • Facilità della comunicazione vs. Isolamento personale;
  • Molteplicità delle possibilità vs. Scarsità di realizzazione (lavoro e relazioni affettive);
  • Flessibilità e precarietà come sistema di vita …

 

Impariamo dal profeta Daniele per essere cristiani per questo tempo

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una forte identità capace di dialogare a livello culturale

Daniele si trova deportato in un paese straniero. Non c’è più nulla intorno a lui che lo garantisce nella sua identità; famiglia, calendari, tradizioni, modi di pensare. È straniero in una terra non sua. Eppure Daniele non ha dubbi sulla sua identità: sa di essere Ebreo e di doversi custodire nel suo essere tale. Tuttavia Daniele non diventa integralista e non entra in atteggiamento di difesa, ma si lascia coinvolgere dal contesto in cui si trova per conoscerlo e formarsi e prendere dal quel contesto tutto quello che c’è di bello e di buono.

Daniele diventa un sapiente perché coniuga in un equilibrio intelligente la sua identità con la sua voglia di stare lì dove il Signor lo ha posto.

Il rischio che noi viviamo oggi è duplice: l’integralismo o il relativismo. Ambedue gli atteggiamenti non ci aiutano a stare in modo intelligente nella situazione. L’integralismo è un atteggiamento di difesa tipico dei deboli. Ci si chiude a riccio vedendo ogni cosa e ogni persona come un nemico, come una minaccia. Certo ci sono delle sfide da affrontare, ma siamo chiamati a stare nel mondo dialogando e portando le ragioni di ciò che crediamo.

Il relativismo è l’atteggiamento superficiale di chi perde la “differenza cristiana” e si confonde nella massa, relegando al privato e all’intimo la dimensione della fede.

Devozionalismo, intimismo, … sono tutti sintomi di queste due riduzioni.

– una spiritualità matura capace di profezia

I grandi uomini e donne di preghiera sono sempre stati uomini radicati nel loro tempo e capaci di incidere fortemente sui processi di cambiamento della loro epoca. Anche Daniele non dimentica l’importanza della preghiera perché un vero credente riconosce che è Dio il Signore del mondo e della storia. La preghiera di Daniele però è una preghiera robusta, capace di prendere dall’esperienza secolare del suo popolo e di tradurre “nel suo oggi” le domande di salvezza che Dio è capace di ascoltare ed esaudire.

Anche qui noi ci dobbiamo porre alcune domande: che valore ha la nostra preghiera, la nostra liturgia, le nostre devozioni? Come cambiano concretamente il nostro modo di vivere e di stare la mondo? Sembra spesso che, anche per i cristiani militanti, la preghiera e la messa siano qualcosa di separato dalla loro vita reale. Quanto crediamo che Dio sia il Signore della storia? Quanto mettiamo la nostra storia condivisa nella sue mani e quanto riceviamo da quelle mani la storia che siamo chiamati a vivere? Caterina da Siena, Teresa d’Avila, Teresa di Gesù Bambino, Francesco d’Assisi … tutte persone di forte preghiera ma anche di forte impatto sulla società del loro tempo. E noi?

Siamo chiamati ad essere uomini e donne esperti di Dio per riconoscere la presenza di Dio nel mondo ed indicarla a tutti coloro che sono alla ricerca di Dio.

una esperienza di comunità come luogo di confronto e di sostegno reciproco

Daniele è deportato dalla sua terra, ma non è solo! Lì dove si trova, cerca di costruire delle relazioni che lo aiutino ad essere fedele alla sua esperienza di fede e di vita. Anania, Azaria e Misaele (sono i nomi ebrei di Sadrach, Mesach e Abdenego) sono gli amici con cui condivide questa avventura di integrazione e di testimonianza. Insieme decidono di non accogliere le pietanze che vengono dalla tavola del re e insieme si formano alla corte, cercando una mediazione intelligente tra la fede e la cultura. Insieme subiscono le persecuzioni degli invidiosi ed insieme si sostengono nella fiducia della custodia del Dio vivente.

In questo tempo di individualismo e di liquidità è essenziale, per noi cristiani, vivere una forte esperienza di comunità che sia, secondo le immagini di Papa Francesco, oasi di ristoro e ospedale da campo. Non una cittadella dalle alte ed invalicabili mura, ma una casa dalla porte aperte all’accoglienza dell’altro, contemporaneamente capace di essere “casa” per chi ha scelto di porsi in atteggiamento di uscita. I cristiani non sono dei free lance, non sono dei battitori liberi, ma sono uomini e donne che hanno un punto di riferimento forte nella comunità dei credenti. In questa comunità essi si ritrovano volentieri per condividere le gioie e le speranze, le paure e le preoccupazioni degli uomini del nostro tempo, per essere sostenuti nella fede e nella preghiera e, ancora più importante, per essere aiutati in un discernimento illuminato sul modo di stare in questo mondo in un equilibrio sempre difficile e sempre da rivedere. (altri riferimenti possono essere l’esperienza di Paolo narrata in Atti e la lettera a Diogneto).

una testimonianza semplice che parte dal riconoscere ciò che è giusto

Pur essendo minoranza, Daniele non si rifugia nell’intimismo o nel settarismo, ma è pronto a dare testimonianza della sua esperienza di Dio e della sua esperienza della vita vissuta nella relazione con Dio. L’episodio del falso giudizio di Susanna (Dn 13), della rivelazione al re e della sua persecuzione ci mostrano come Daniele, pur essendo completamente immerso nel mondo babilonese ad avendo acquisito un ruolo e una posizione, non viene meno all’esigenza della testimonianza quando se ne avverte la necessità e quando viene chiamato in causa. La testimonianza di Daniele non è fatta di grandi proclami, ma nel richiamare in modo fermo e convincente, ciò che è giusto, indicando anche ad altri la via della giustizia, fosse pure il re.

Anche noi siamo diventati minoranza, ma quello che è più grave è che siamo una minoranza muta e insignificante, non numericamente, ma per la nostra incapacità di portare il nostro contributo positivo alla società in cui viviamo. Le grandi discussioni che anche oggi ci chiamano in causa, ci vedono spesso timidi e muti, o incapaci di motivare le nostre posizioni, non con la forza dell’arroganza che qualcuno si aspetterebbe da chi è abituato ad essere maggioranza, ma con l’umile disponibilità al confronto su ciò che è giusto, su ciò che è veramente umano, so ciò che sappiamo essere il bene, anche se non abbiamo la coerenza di viverlo.

La via della testimonianza a cui siamo invitati è una via che ci richiede un grande lavoro di formazione per fondare le nostre convinzioni e per comunicarle in modo efficace; non per imporle, ma per condividerle a partire dalla convinzione che siano un bene da far circolare.

Il Signore ci liberi da ogni nostalgia del passato, da ogni lamentazione sul presente, da ogni timore sul futuro e ci aiuti ad essere in questo tempo – l’unico che ci è concesso di vivere – dei testimoni gioiosi dell’esperienza di Dio che stiamo vivendo e dell’esperienza di umanità che, per grazia di Dio, si è generata in noi.

Ci sia di sostegno e di stimolo l’esperienza della prima comunità cristiana, che, pur essendo una minoranza risibile, godeva la simpatia di tutto il popolo (At 2,48).

don Andrea Turchini – andreaturchini@gmail.com

Incontro con il Consiglio Pastorale ZP san Giovanni in Marignano – 14.12.2015

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