Oltre l’attesa del Natale. Introduzione all’Avvento

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OLTRE L’ATTESA DEL NATALE – INTRODUZIONE ALL’AVVENTO

Bellissimo testo di don Claudio Arletti di Modena, reperibile sul sito della Parrocchia san Giuseppe – Tempio dei Caduti (Modena).

Non conosco don Claudio, ma lo ringrazio per questa bella riflessione che condivido con i miei amici..

Quando il nostro Avvento coincide con la semplice attesa del Natale si impoverisce enormemente. Anzitutto, rischiamo di introdurre una finzione che diviene forzatura, quasi che Cristo dovesse ancora nascere tra gli uomini. Non possiamo negare come la catechesi e la predicazione ai fanciulli dell’iniziazione cristiana, nonché le tante iniziative collegate al Natale abbiano sbilanciato l’interpretazione dell’Avvento nelle nostre parrocchie proprio in questa direzione.

Certo, per i fanciulli che entrano nell’età della ragione, c’è, in qualche modo, un primo Natale, una prima forte esperienza del mistero di Betlemme vissuta attraverso la liturgia e la catechesi che li segnerà poi positivamente per tutta l’esistenza, introducendo riti e simboli di grande potenza evocativa. Ma non possiamo forzare un’intera comunità di adulti nella stessa direzione ricreando artificiosamente un’atmosfera che appartiene alla prima età della vita e solo ad essa. Sappiamo bene come ragazzi, giovani e adulti dicano sempre più spesso di non «sentire» il Natale proprio perché identificano l’incontro con il Cristo Bambino, nato a Betlemme, con quella miscela di incanto e trepidazione che provavano molti anni prima e che ora li ha abbandonati, senza però lasciare il posto ad una comprensione piena e adulta di cosa significhi che il Signore Gesù è venuto, viene e verrà, come amiamo ripetere la prima domenica d’Avvento, offrendo una frase sintetica di grande efficacia.

Secondo, se per assurdo l’Avvento non potesse concludersi un anno con la celebrazione del Natale perderebbe il suo significato e il suo apporto alla vita cristiana dei fedeli? Sarebbe un tempo sprecato o senza frutto? C’è una grazia propria di questo tempo a prescindere dalla sua conclusione con la solennità del 25 dicembre. Lo stesso possiamo dire della Quaresima in relazione alla Pasqua. La Chiesa ha sempre anteposto alle principali solennità dell’anno liturgico un tempo di preparazione. Sappiamo che nel medioevo le «quaresime» erano molteplici. Preparare il cuore è dunque essenziale. Ma la preparazione è già incontro e accoglienza perché il Cristo viene continuamente. Non c’è istante in cui il Signore non stia alla porta e bussi (Ap 3,20). Come potrebbe allora tornare colui che è la presenza, sopra ogni altra, nella nostra storia? La parusia non sarà l’avvento di un Dio estraneo ai nostro giorni, ma la definitiva manifestazione di chi viene estromesso dal peccato dell’uomo e risulta assente e invisibile solo agli occhi di coloro che lo rifiutano. Per chi crede, invece, la parusia sarà la caduta del velo, dietro cui sempre intuiamo l’ombra e la figura del Signore della storia.

Più che preparare il Natale, allora, in Avvento accogliamo la presenza del futuro di Dio, certi delle sue promesse già compiutesi con l’incarnazione nel grembo della Vergine. Infine, sappiamo bene quali criteri orientarono la scelta della data in cui ricordare la nascita di Gesù Cristo. Non si trattò, come per la Pasqua, di stabilire un giorno vicino, almeno, al periodo effettivo in cui storicamente avvennero i fatti, ma di evangelizzare tradizioni pagane relative al culto del sole. La Chiesa non hai mai inteso, allora, ricordare il fatto della venuta al mondo del Messia, ma piuttosto celebrarne la luminosa manifestazione, collegata con la sua morte, risurrezione e venuta ultima. In questo senso, l’Avvento non si colloca lontano dal motivo pasquale dell’«ottavo giorno», il giorno senza tramonto, dentro e fuori dal tempo, giorno che abbiamo iniziato ad attendere dall’istante del nostro Battesimo, inseriti nel Cristo morto e risorto.

AVVENTO

Avvento escatologico e Avvento natalizio

Attualmente i testi liturgici, unitamente al lezionario, distinguono due periodi nel tempo d’Avvento: l’Avvento escatologico e l’Avvento natalizio. Il primo, a conferma di quanto scritto sopra, è prevalente per lunghezza rispetto al secondo che inizia dal 17 dicembre e interessa la sola IV domenica d’Avvento.
L’accostamento dei due periodi non va letto come una forzatura se consideriamo come ogni essere umano abbia necessità di leggere la propria vita come un tutto unitario. Oggi più che mai non è raro trovare persone che faticano a vivere il presente e non hanno speranza davanti ad un domani che guardano con timore. Sempre, in queste circostanze, il peso nasce anche da un passato difficile, in cui pochi, fra i tanti desideri coltivati, hanno trovato realizzazione. Così il passato diviene il luogo della rimozione o della memoria selettiva. Ci sono cose che vorremmo non fossero mai state e vorremmo poter dimenticare. Tutto ciò appesantisce il nostro oggi e ci prospetta un domani in cui dovremo da soli, convivere con i pesi di ieri.

L’unica vera ipoteca sul futuro, per un cristiano, è invece proprio il passato, il tempo di ciò che è apparentemente irrimediabile. La venuta di Dio e del suo Messia è presentata dai testi profetici che leggiamo in Avvento proprio come l’adempimento di una promessa. Dio si è rivelato fedele ma non in virtù della nostra fedeltà. Dio è fedele anche quando noi non lo siamo. Nessuna nostra infedeltà può fermare la sua misericordia, se la accogliamo. Se guardiamo con fiducia al futuro e viviamo il presente nella pace, per quanto possa essere complesso, è esattamente per questa ragione.

L’Avvento, celebrato ogni anno, ci aiuta a comprendere come l’Antico e il Nuovo Testamento vivano entrambi dentro di noi. Ancora udiamo una promessa cui non abbiamo dato pieno credito. Ancora stiamo davanti a Dio come se la pienezza della redenzione non si fosse manifestata. I nostri occhi sono beati perché hanno visto ciò che tanti profeti e giusti desiderarono vedere (Mt 13,16-17). Eppure la novità evangelica non è ancora penetrata appieno nei cuori. C’è tanto dell’uomo vecchio dentro di noi.

Il Natale del Signore rimanda ben oltre se stesso, sia in direzione del passato che in direzione del futuro. Esso, come diremo più avanti, è restaurazione e salvezza. Rimanda alla costante premura di Dio per il suo popolo e al suo intenso desiderio di incontro. lui, non noi, abbasserà i colli e colmerà le valli (Is 40,4). YHWH vuole in ogni istante far suo da dentro, appieno, ciò che da sempre gli appartiene. L’istante presente, allora, è sempre un ponte senza interruzioni, una strada aperta che scorre in entrambi i sensi e che in tutti e due conduce nelle braccia del nostro Dio. Dovunque ci volgiamo, nella storia, sia il passato, il presente o il futuro, non possiamo trovare che Dio. L’Avvento natalizio presenta allora quella manifestazione storica di Dio che è conferma della sua parola e insieme caparra della nostra speranza, senso dell’Avvento escatologico. Siamo davanti ad una lettura simbolica del tempo, ad una interpretazione della storia di cui abbiamo profonda necessità spirituale. L’Avvento, in altre parole, è memoria del futuro, attesa talmente certa da affondare oggi le radici del nostro domani in quanto Dio ieri ha già compiuto per noi.

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L’attesa, atteggiamento del povero

Se volessimo individuare gli atteggiamenti di fondo suggeriti da questo tempo liturgico dovremmo muovere dalla povertà interiore, ossia dalla consapevolezza che Dio non lo possiamo avere, lo possiamo solo attendere con speranza certa. Non è un giocattolo nelle nostre mani, non è qualcosa che possiamo conquistare o meritare. Dio non è a nostra disposizione o sotto il nostro controllo. Tutto questo contraddice dal profondo la nostra ansia di dominio o i nostri tentativi di sottomissione. L’Avvento ribadisce lo spettacolo delle nostre mani vuote ma ci invita a considerarlo come l’unica condizione per sedere al banchetto che Dio prepara per noi ed essere colmati dei suoi beni (Is 25,6).

Chi attende è anche aperto al nuovo. È pronto a contemplare un deserto che fiorisce (Is 41,18). L’immagine, cara al profeta Isaia, è più che mai adatta a descrivere l’opera di Dio: inaspettata, rigogliosa, commovente. Dio viene nella novità. Egli è eterna novità (Is 43,19). Chi ha un cuore vecchio o appesantito come potrà scorgere la sua presenza nelle pieghe della storia?

images (4)Attesa è anche sobrietà, come ribadiscono in particolar modo i testi dell’apostolo Paolo (Rm 13,11-14; 1 Ts 5,23-24). Attendere qualcuno non significa necessariamente attendere a qualcosa. Ma ci sono eccessi che ottenebrano l’anima e collocano la persona in una oscurità senza fine, dove non si vede nulla e tutto è uguale a se stesso, senza che possibile discernere bene o male. L’attesa si fa allora vigilanza: il cuore è attirato e unificato dalla tensione verso l’incontro. Tutto il resto perde d’importanza e non assorbe l’anima così da consumarla attorno all’inessenziale. Capiamo allora il colore violaceo che richiama non tanto la penitenza quanto piuttosto la conversione propria di questo tempo liturgico. Non siamo in Quaresima: la gioia invade ampiamente tante pagine bibliche tipiche di questo periodo. Ma non esiste tempo dell’anno liturgico che, offrendo una speciale grazia, non domandi un particolare cambiamento.

Anche l’ingiustizia è sonno dell’anima. Il Dio che ci viene incontro nella carne di Cristo ci visita in ogni fratello e sorella. In Avvento, a questo proposito, ci scuote la predicazione del Battista, specie secondo il Vangelo di Luca (Lc 3,10-14), con la richiesta di opere di giustizia da praticare necessarie per ogni gruppo sociale, nessuno escluso.
La voce del Battista e il silenzio della Vergine

La figura del Battista, nella sua interezza, è testimonianza viva di sobrietà e vigilanza che diventano ardente annuncio e personalissima attesa. Non v’è nulla in lui di superfluo. Non v’è nulla che non sia al servizio di Dio e del suo Messia. Giovanni è solo voce che serve un messaggio. La parola è un Altro.

Proprio il Battista e la Vergine Maria sono le due figure centrali di questa particolare frazione dell’anno liturgico. Riconosciamo in essi due modi perfettamente speculari e complementari di riconoscere, accogliere e assecondare il Cristo. Come già accennato, Giovanni è colui che prepara la via al Cristo sulla scena pubblica, presso le rive del Giordano, attirando le folle nel deserto di Giuda e predicando la conversione dall’ingiustizia. Il Battista riconoscerà Gesù che viene a lui come un peccatore comune per essere immerso nell’acqua. Il suo è un discernimento storico, pubblico. Giovanni riconosce Cristo presente in mezzo al suo popolo, confuso tra la folla e lo addita come presente a tutto Israele.

downloadLa Vergine rappresenta invece la dimensione interiore del riconoscimento e dell’accoglienza. La terra dove ella fa spazio al Figlio di Dio è il silenzio del cuore. Il Cristo potrà immergersi nelle sue acque uterine per un altro battesimo in virtù della profonda obbedienza della madre che dovrà concepirlo nella fede, dopo averlo concepito nella carne. L’Avvento del Re sulle sponde del Giordano e nel grembo della Vergine è, in fondo, un unico movimento da parte di colui che vuole riempire di sé tutte le cose, fuori e dentro il cuore dell’uomo. Come credenti, siamo chiamati a coniugare la franchezza manifesta di Giovanni con l’assenso personale e intimo della Vergine. La nostra fede non può ridursi solo ad un fatto interiore, quasi che ci bastasse sentire Dio «dentro». Tanto meno può bastare una testimonianza anche esplicita che non abbia radici e fondamento nella vita interiore.

Don Claudio Arletti, Presbitero dell’arcidiocesi di Modena, Parroco e docente

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