Verso un progetto di pastorale vocazionale

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Il testo che segue è una relazione che ho tenuto il 7 marzo 2015 ad Ancona presso il CRV delle Marche. Pensiamo che questa riflessione possa essere la base per un nuovo progetto diocesano di pastorale vocazionale

1. Qualche premessa per intenderci

La comune vocazione alla santità

La PV di cui parliamo è uno dei frutti, ancora immaturi, del Concilio Vaticano II. La PV è una novità della Chiesa del post-concilio e della teologia della Chiesa del post-concilio.

Quando i vescovi hanno scritto il V capitolo della Lumen Gentium sulla universale vocazione alla santità dei battezzati, hanno cambiato la prospettiva della teologia della vocazione – che per lo più era riservata alle speciali categorie vocazionali (ministero ordinato e vita consacrata) – aprendo la prospettiva a tutti i battezzati, chiamati da Dio a compiere il loro battesimo rispondendo alla chiamata del Signore.

La persona al centro dell’azione pastorale

Se la chiamata alla santità è la vocazione principale a cui le altre vocazioni sono ordinate, la pastorale vocazionale non può più essere un’attività di reclutamento per riempiere gli organici “dell’azienda chiesa” nei vari ruoli previsti, ma deve essere primariamente una proposta rivolta ad ogni persona perché ogni persona possa realizzare quella vocazione alla santità iniziata con la chiamata alla vita e rinnovata con il battesimo.

La PV è primariamente una pastorale attenta alla persona e alla personalizzazione dell’itinerario di fede. Qualcuno sostiene che la vocazione altro non è che la personale risposta di fede che il battezzato pronuncia di fronte al Signore che lo chiama alla sequela e alla missione.

Pastorale delle vocazioni e vocazione della pastorale

Il gioco di parole è facile ma ci aiuta a comprendere la questione. Che cosa sia la pastorale delle vocazioni oggi è più chiaro, mentre non è tanto chiaro come si inserisce questa pastorale nell’azione pastorale generale della Chiesa. Qualcuno sostiene che la pastorale vocazionale altro non è che la vocazione della pastorale ossia che richiama tutta la pastorale a questa attenzione fondamentale (personalizzazione del cammino di fede).

Due riferimenti magisteriali

Come tutte le pastorali anche la PV ha prodotto la sua bella dose di documenti sia a livello papale e nei livelli più prossimi (compresa la Chiesa Italiana). Io ne cito solamente due: Nuove vocazioni per una nuova Europa (è un testo da riprendere nonostante la sua età à del 1997) e per quello che riguarda la CEI la Nota pastorale scritta dopo il Convegno ecclesiale di Verona (Rigenerati per una speranza viva. Testimoni del grande “sì” di Dio all’uomo) che tentava di ripensare la pastorale mettendo al centro la persona. Questo testo è stato liquidato molto velocemente nelle nostre diocesi e non è stato approfondito. A mio modesto avviso ha delle cose da dirci sulla PV da vivere nelle diocesi, anche se non è il suo oggetto principale.

2. La PV nella vita della Diocesi: due modelli – tre livelli

Potremmo dire che, secondo questa prospettiva, la pastorale vocazionale dovrebbe essere di ogni operatore pastorale della diocesi, dal vescovo ai preti, diaconi, catechisti, ministri istituiti, educatori, operatori caritas … ognuno dovrebbe affrontare il suo servizio pastorale con questa attenzione vocazionale; ma saremmo degli ingenui, soprattutto a causa dell’immaturità ecclesiale di questa sensibilità.

Poiché l’ingenuità è un peccato, dobbiamo riconoscere l’opportunità positiva e provvidenziale di un gruppo di animazione vocazionale che curi questa attenzione; è quello che noi chiamiamo il CDV che ha il compito di esprimere “l’impegno della Chiesa particolare per l’animazione vocazionale, promuovendo e coordinando le attività di orientamento vocazionale nelle parrocchie e nelle comunità della Diocesi, sotto la guida e la responsabilità del Vescovo. Il CDV esprime al suo interno la varietà e la comunione dei carismi e dei ministeri; offre la sua collaborazione agli organismi ecclesiali nell’ambito delle sue finalità[1].

Uscendo dal linguaggio statutario e facendo riferimento all’esperienza potremmo dire quanto segue:

Due modelli per due impostazioni diverse … e una possibile mediazione

Fondamentalmente nelle varie diocesi italiane esistono due modelli di animazione vocazionale diocesana, che determinano impostazioni diverse del CDV.

Non considero neppure, come modello, quelle dove esiste solo l’animazione vocazionale del seminario perché, a rigore, quella non è attività del CDV, ma del seminario.

Semplifichiamo per comodità e usiamo un po’ di ironia rischiando delle caricature.

*** Il primo modello vede il CDV come una realtà robusta sia sul piano della riflessione che su quello delle iniziative e della sussidiazione. È una realtà costituita che promuove attività e itinerari specifici a livello diocesano, zonale e parrocchiale; pubblica sussidi a vario livello; organizza iniziative sue proprie e campi estivi. Questo è un modello che troviamo spesso nelle grandi diocesi. Il CDV tratta con la PG e altri organismi “alla pari”; quando va bene (perché i direttori se la intendono e non sempre perché la cosa è progettata) non ci sono conflitti con la PG e l’ACG (la cosa che pensiamo e non diciamo è che le altre associazioni e movimenti siamo abituati a non considerarli neppure perché tanto “sappiamo che non ci stanno”); quando non va bene il CDV ha le sue attività e i suoi “territori tradizionali” che vengono difesi e occupati.

Il CDV che si riconosce in questo modello ha un gruppo dirigente ben organizzato, mediamente coeso, con buone competenze per sostenere le attività di cui si fa carico.

Ovviamente, come sempre accade nella Chiesa, molto dipende dai soggetti coinvolti, dalle loro personalità, dalle tradizioni della diocesi … questo è un modello che molti direttori diocesani invidiano perché si presenta come molto produttivo e molto efficiente. Non sempre risulta essere abbastanza integrato nella realtà della Diocesi e rischia il lavoro di nicchia (non inteso in senso qualitativo e specializzato).

 

*** Il secondo modello che si va affermando (almeno dai confronti che avvengono a livello di macro-regioni) è quello che prevede una proposta di PV “diffusa”. Il CDV, composto di persone ben preparate e anche presenti in altri organismi pastorali della Diocesi, invece di promuovere iniziative in proprio, si spende soprattutto per animare e orientare vocazionalmente alcune proposte, itinerari, sussidi che già sono presenti in Diocesi, ma che faticano a cogliere l’istanza vocazionale. Il CDV con i suoi membri, si pone a fianco della PG, delle associazioni, della PF, della catechesi, di Missio, della Caritas, … per sostenere questa attenzione vocazionale negli itinerari, nei sussidi, nelle proposte che vengono elaborati da questi organismi nella prospettiva di una pastorale più integrata.

Apparentemente questo CDV sembra più debole, perché non può vantare in proprio un carnet di proposte, ma dalla esperienza riportata non risulta meno efficace la sua presenza in diocesi. Il CDV sarà più preoccupato di curare: la formazione dei suoi membri che l’organizzazione delle attività; le relazioni con le altre realtà della diocesi che la difesa dei propri spazi; la crescita di molti operatori pastorali nella cultura e nella spiritualità vocazionale che la settorializzazione ossessiva del proprio ambito di competenza.

Ricordo che ho compiuto una semplificazione sola a fine esemplificativo; mi rendo conto che potrebbe apparire una preferenza per il secondo modello, ma occorre dire che anche il primo ha molti aspetti positivi.

 

Andando oltre la semplificazione quasi didattica, possiamo cercare una mediazione? La tradizione dell’impegno pastorale delle nostre diocesi ci convince sul valore di un bell’investimento di energie nella PV così come negli altri ambiti della pastorale ecclesiale; l’idea della PI promossa a partire dal Convegno di Verona, ci rammenta l’esigenza della ricerca di maggiori sinergie. Ogni chiesa particolare sarà chiamata a trovare un suo equilibrio a partire dalla storia e dalle risorse a disposizione.

Tre livelli che non possono mancare [2]

Qualunque sia il modello di riferimento e l’organizzazione del CDV, ci sono tre livelli (diversi per gradualità di attenzione e proposta) che non possono mancare nell’animazione della pastorale vocazionale di una diocesi. La differenziazione dei livelli è data dai destinatari e, se dovessimo rappresentarli graficamente, dovremmo dire che questi tre livelli possono raffigurarsi in tre cerchi concentrici, dove il primo livello è il più ampio e l’ultimo il più circoscritto.

 

  • Livello generale che ha come destinatari tutti i battezzati della Diocesi

Questo primo livello ha come destinatari tutti i battezzati chiamati a vivere la loro vita come chiamati. Gli orientamenti pastorali dei vescovi per questo decennio Educare alla vita buona del Vangelo, al n. 23 dicono:

 

  1. L’accoglienza del dono dello Spirito porta ad abbracciare tutta la vita come vocazione. Nel nostro tempo, è facile all’uomo ritenersi l’unico artefice del proprio destino e pertanto concepirsi «senza vocazione» (NVNE, 11c). Per questo è importante che nelle nostre comunità ciascuno impari a riconoscere la vita come dono di Dio e ad accoglierla secondo il suo disegno d’amore. Come ha affermato il Concilio Vaticano II, Gesù Cristo, manifestandoci il mistero del Padre e del suo amore, ha rivelato anche l’uomo a se stesso, rendendogli nota la sua altissima vocazione (Cfr. GS 22), che è essenzialmente chiamata alla santità, ossia alla perfezione dell’amore. La nostra azione educativa deve «riproporre a tutti con convinzione questa ‘misura alta’ della vita cristiana ordinaria: tutta la vita della comunità ecclesiale e delle famiglie cristiane deve portare in questa direzione» (NMI, 31). La Chiesa attinge alla sua grande tradizione spirituale, proponendo ai fedeli cammini di santità, con un’adeguata direzione spirituale, necessaria al discernimento della chiamata

Una misura alta della vita cristiana ordinaria, di tutti i battezzati è l’obiettivo dell’azione educativa di tutta la Chiesa. A maggior ragione questo obiettivo deve essere al centro dell’attenzione del CDV, chiamato a richiamare la comunità diocesana al valore di questa chiamata che domanda di portare a compimento il proprio battesimo. Senza questa attenzione tutta l’azione ecclesiale rischia di venire sminuita o ridotta ad una catasta di cose da fare.

Per perseguire tale obiettivo è importante permeare di questa attenzione ogni singola attività della comunità cristiana e in particolare: il servizio della preghiera per le vocazioni in tutte le varie forme che la fantasia ci suggerisce: la preghiera ci ricorda che nella vita cristiana, e quindi nella vocazione, c’è un primato della Grazia divina da mettere in evidenza; la vita liturgica e sacramentale: c’è una dimensione oggettiva e una efficacia della vita ecclesiale che si esprime in modo particolare nei sacramenti in cui il Signore, mediante la Chiesa, continua la sua opera di salvezza per il mondo (tradizionalmente la Confermazione è ritenuto un sacramento molto legato alle tematiche vocazionali; anche il matrimonio deve essere concepito come risposta alla vocazione coniugale; per non parlare del battesimo dei bambini o dell’unzione dei malati; fino alla riconciliazione che può diventare uno spazio fecondo di annuncio e di ricupero della propria relazione con Dio proprio a partire dalla consapevolezza che la mia vita è comprensibile all’interno di una vocazione che da la cifra della mia relazione con Dio); la catechesi: quando non è semplicemente un’azione informativa, ma è vera iniziazione alla vita cristiana vissuta nella fede, non può fare a meno della prospettiva vocazionale, ben presente nei catechismi della Chiesa Italiana; la dimensione della carità: che mi fa riscoprire la dignità di ogni persona proprio a partire dalla consapevolezza che ogni uomo è chiamato alla vita da Dio e che con i battezzati condividiamo le medesima chiamata alla santità.

Dato tale orizzonte vasto, è molto importante che la PV agìta dal CDV possa identificare gli snodi e le sinergie per animare tale prospettiva universale. Sono decisivi i rapporti con gli organismi diocesani, con i parroci con i formatori dei catechisti, i responsabili delle associazioni. Una PV a questo livello richiede un grande investimento di energie nelle relazioni con tutti i soggetti sopra citati e con altri non citati.

 

Si è potuto notare che dove il direttore del CDV è ben raccordato agli altri uffici diocesani, ai vicari foranei e ai parroci, maturano le condizioni per una vasta opera di sensibilizzazione che non manca di portare i suoi frutti[3].

 

  • Livello particolare. Occasioni e percorsi di discernimento vocazionale

All’interno della proposta generale che la diocesi propone, soprattutto a livello educativo, emerge l’esigenza di avviare alcuni percorsi che aiutino le persone a vivere un discernimento vocazionale particolare sulla propria vita. Questa, pur essendo un’attenzione che si condivide anche con altri operatori in alcuni passaggi della vita, può diventare il motivo per avviare percorsi, itinerari ed iniziative vocazionali rivolte ad un numero ampio di persone che presentano questa esigenza.

Come si accennava, vi sono alcuni passaggi nel corso della vita che richiedono una particolare attenzione: la conclusione della scuola media e della scuola superiore; l’orientamento verso gli studi universitari; la fine degli studi universitari; alcuni momenti particolari nella vita della persona …

Queste occasioni e questi percorsi possono avere due tipi di approcci: una proposta generale rivolta a tutti coloro che si trovano in una particolare circostanza della vita (percorso diciottenni, …) oppure una proposta personalizzata, che intercetta un momento particolare della vita della persona, una proposta mediata da un bravo educatore che non si accontenta di “gestire il suo gruppo”, ma è attento alle esigenze di ogni persona che gli viene affidata. Normalmente questo servizio viene richiesto al CDV e richiede alcune persone dedicate e disponibili a lavorare anche con numeri piccoli.

 

  • Livello specifico. Servizio di accompagnamento vocazionale e comunità vocazionale

Sia dal primo come dal secondo livello possono emergere persone che hanno l’esigenza di un percorso di accompagnamento vocazionale più specifico in vista di una scelta.

 

L’accompagnamento vocazionale reclama una solida esperienza di direzione spirituale personale, che non di rado coinvolge il direttore e i membri del CDV e sempre ha bisogno di un cammino comunitario: gruppi o comunità vocazionali che si costruiscono precisamente per questo. È un aspetto sempre più importante e, per molti giovani, decisivo… è importante che parroci e laici, religiosi e sacerdoti, animatori vocazionali ed educatori in genere possano indirizzare, con fiducia e sicurezza, i giovani che si pongono in tale prospettiva, al direttore del CDV[4].

 

Questi tre livelli di animazione risultano importanti in ogni diocesi

 

La collaborazione con le pastorali: catechistica, giovanile, famigliare, missionaria

Pur avendo richiamato più volte l’esigenza della collaborazione e delle sinergie, siamo tutti ben consapevoli che esse non sempre sono scontate e dipendono molte volte dal livello di coinvolgimento e affiatamento dei rispettivi referenti.

Tra le collaborazioni più preziose e necessarie per il CDV, sia che si strutturi secondo il primo modello, e a maggior ragione, su una strutturazione più “diffusa” ci sono quelle con la catechesi, la PG, la PF e Missio.

  • La catechesi: crediamo che la PV debba accompagnare tutto il cammino di fede delle persone nelle varie fasi e situazioni della vita. In particolare la catechesi dell’IC dovrebbe presentare un’attenzione particolare alla dimensione vocazionale, se è vero che la vocazione altro non è che la personale risposta di fede che ognuno è chiamato a dare. Questa adesione personale ispirata dalla fede e vissuta nella comunità dei credenti dovrebbe essere l’obiettivo principale di ogni percorso di catechesi. Un particolare valore è dato da un riferimento alla Scrittura (il libro delle vocazioni) e dal confronto con la testimonianza di uomini e donne che ci hanno preceduto nel cammino della fede ed hanno raggiunto la mèta della santità. Grande valore della narrazione biblica. Anche le testimonianze di vita vissuta da adulti della comunità hanno molto valore in una contesto in cui gli incontri sono sempre più “schermati”. In tutti questi aspetti la collaborazione tra UCD e CDV può essere veramente proficua e fruttuosa.
  • La pastorale giovanile: Gli orientamenti pastorali della CEI nel primo decennio degli anni duemila Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, al n. 51 dicevano:

 

In questa direzione, avvertiamo la necessità di favorire un maggiore coordinamento tra la pastorale giovanile, quella familiare e quella vocazionale: il tema della vocazione è infatti del tutto centrale per la vita di un giovane. Dobbiamo far sì che ciascuno giunga a discernere la “forma di vita” in cui è chiamato a spendere tutta la propria libertà e creatività: allora sarà possibile valorizzare energie e tesori preziosi. Per ciascuno, infatti, la fede si traduce in vocazione e sequela del Signore Gesù.

 

In molte chiese particolari questo è rimasto un auspicio. Lì dove predomina il primo modello di PV non di rado si è fatto fatica a procedere in modo sinergico sia con la PG che con la PF. In altre realtà ci sono esempi di buona collaborazione anche strutturata (Trieste e Torino per esempio). Occorre entrare nella mentalità che, pur non identificandosi, queste due pastorali insistono sugli stessi destinatari e devono necessariamente collaborare in modo organico. Non si conoscono modelli che funzionano ovunque, ma lì dove si è intrapresa una collaborazione motivata e organica, i frutti per tutti sono copiosi e spesso è da qui che si vede la differenza. È ormai assodato che anche la pastorale di evangelizzazione o di primo annuncio ha una prospettiva essenzialmente vocazionale.

  • La pastorale familiare: Per certi versi valgono le stesse considerazioni fatte appena sopra. La PF, però, ha un orizzonte più ampio che coinvolge non solo i giovani che si avviano alla vita coniugale e familiare (per i quali vedi sopra), ma anche gli adulti e le coppie nel loro ruolo genitoriale. La prospettiva vocazionale, sia nel comprendere il proprio cammino di famiglia, sia per porsi in atteggiamento educativo nei confronti dei figli che Dio ha affidato ad ogni coppia, è una prospettiva molto importante e per nulla scontata. Tutti noi siamo testimoni della fatica manifestata da alcuni genitori cristiani a fare i conti con progetti di vita ispirati vocazionalmente che sfuggono dai loro schemi (a volte un po’ troppo borghesi). La collaborazione tra PV e PF anche in questo campo può essere utile, così come può essere chiamata in aiuto in alcune vicende drammatiche che coinvolgono la famiglia, vicende in cui il “tema” della volontà di Dio viene posto in grande evidenza.

 

  • Missio diocesana: questo livello di collaborazione è meno tradizionale degli altri, ma l’esperienza di tante realtà ecclesiali ci racconta di una grande fecondità in una collaborazione che giova molto a ricuperare le finalità autentiche di ambedue le “pastorali”. Sono tanti i giovani e gli adulti che ogni anno prendono un aereo e si recano in comunità lontane spinti da alcune domande importanti, dalla voglia di essere utili e dal desiderio di allargare la propria esperienza ecclesiale. Questo fenomeno è molto spesso difficilmente incanalabile perché utilizza anche contatti informali o passa parola che frequentemente non coinvolgono le comunità ecclesiali diocesane. Pur tuttavia, quando è possibile, questa collaborazione risulta molto opportuna perché aiuta la pastorale missionaria a custodirsi da una deriva filantropica/umanitaria che spesso sta alla base di tante partenze di giovani e adulti, ricuperando invece il valore più autentico di quell’esperienza vissuta presso una comunità ecclesiale; aiuta inoltre le persone a non disperdere o consumare l’esperienza, ma a cogliere gli elementi che provocano ad una riflessione e addirittura ad un cambiamento di vita. La PV d’altra parte è aiutata ad uscire dai recinti dei soli percorsi spirituali e a mettersi alla prova su prospettive più ampie e multiformi, oltre che ad entrare in contatto con altre proposte di PV più consuete nelle comunità religiose aperte all’esperienza della missione.

 

L’animatore vocazionale a livello diocesano [5]

Essere animatori della vita come vocazione, significa essere fortemente ancorati alla vita che è in Cristo, profondamente uniti al suo grande “sì” al Padre nei confronti di questa umanità, in modo da essere testimoni trasparenti e credibili [6]. Occorre affermare che l’animatore vocazionale punta più all’essere che al fare, perché è più importante la sua credibilità e affidabilità che la sua competenza nell’animazione.

 

Si tratta dello stile di vita, o piuttosto del contenuto, cioè della qualità della vita. A noi tocca vivere pienamente, realizzare la bellezza della vita con Dio, con quelli che condividono la stessa chiamata”[7]

 

Nella prospettiva del lavoro diocesano in una pastorale sempre più integrata, l’AV dovrebbe essere soprattutto un uomo/una donna di comunione.

Nella prospettiva degli itinerari di discernimento vocazionale, l’AV dovrebbe essere soprattutto un testimone della gioia vissuta per il tesoro trovato nel campo e odorare del profumo che scaturisce dalla sua vita spezzata per Cristo.

Nella prospettiva dell’accompagnamento vocazionale, l’AV che – a questo punto non è solo animatore, ma è proprio un accompagnatore – dovrebbe essere uomo/donna capace di accoglienza incondizionata, di gratuità e pazienza, di una comunicazione che sa andare in profondità [8].

3. I luoghi-segno e le strutture della PV

Una casa di formazione e di vita evangelica

In alcune diocesi d’Italia, si è ritenuto opportuno individuare dei luoghi, soprattutto a servizio dei giovani, che potessero diventare un punto di riferimento per coloro che desiderano vivere degli itinerari di discernimento e di accompagnamento vocazionale più intensi. L’elemento determinante di queste strutture è che in esse si trovino degli adulti che si mettono a servizio dei giovani testimoniando la loro vita donata al Signore e garantendo insieme un clima di vita evangelica fatto di ascolto della Parola, condivisione della vita fraterna, esperienze di servizio ai poveri, … tutte condizioni che favoriscono un percorso di discernimento vocazionale, soprattutto – ma non esclusivamente – in vista di una scelta di vita vissuta nella verginità, nel ministero o per la missione.

La struttura fisica è relativa rispetto all’equipe degli accompagnatori, ma avere a disposizione un luogo significativo e curato anche in qualche aspetto esterno, segno della cura che la comunità ecclesiale vuole dare al percorso e all’accoglienza delle persone che lì faranno rifermento, è sempre utile.

Il seminario diocesano e il seminario regionale

Persone e strutture naturalmente chiamate a collaborare con la PV sono le persone e le strutture che fanno riferimento ai seminari diocesani. Il seminario, lì dove non è solamente un edificio, rappresenta un punto di riferimento importante per la vita della diocesi (un luogo-segno) perché è tradizionalmente il luogo in cui si curano le vocazioni. Oggi, rispetto solamente a trenta anni fa’, le condizioni sono molto cambiate, ma nulla ci vieta di far diventare i nostri seminari luoghi di formazione e di accompagnamento con questa particolare sottolineatura vocazionale. La condizione essenziale è che il luogo sia “abitato” da persone, non solamente presbiteri, che possono collaborare e accogliere tutte le realtà e le persone che desiderano mettersi in ascolto del Signore e ricercare la Sua volontà nella loro vita.

Il seminario regionale, invece, luogo della formazione dei futuri presbiteri delle nostre chiese particolari, potrebbe essere valorizzato in alcuni momenti specifici, sia per mettere a contatto le nostre diocesi con questa importante realtà di formazione, sia per consentire ai seminaristi di essere coinvolti in alcune attività che ricadranno nelle rispettive diocesi.

Questi momenti particolari potrebbero essere incontri regionali, ritiri o esercizi spirituali di giovani in cammino vocazionale, momenti di formazione per animatori vocazionali, ecc.

L’importante è che il seminario regionale per la gente delle nostre diocesi non rimanga solamente una voce in uscita sul bilancio.

 

Le comunità di vita consacrata

Le comunità di vita consacrata rappresentano potenzialmente una grande risorsa dal punto di vista vocazionale, perché sono la testimonianza vivente di vite donate al Signore e ai fratelli. Mentre come responsabili diocesani ci richiamiamo a valorizzare sempre più e sempre meglio queste comunità e queste testimonianze, dobbiamo con sincerità ammettere che queste condizioni di testimonianza non si realizzano sempre e comunque e non sempre a causa della anzianità dei componenti delle comunità dei consacrati.

Gioiamo quando vediamo comunità contemplative che, senza snaturare la loro vita e annacquare la loro testimonianza, si sono aperte all’accoglienza e rese disponibili all’accompagnamento di persone ferite e in ricerca. C’è una grande testimonianza di carità in atto in questa presa in carico spirituale (e a volte non solamente) delle persone che visitano il monastero.

Gioiamo quando vediamo comunità religiose di vita attiva che si sono messe in discussione anche nei ritmi della loro vita comunitaria e si sono maggiormente adattate al contesto in cui vivono, hanno rinunciato a pensare ai loro conventi come a dei fortini ed hanno accolto il rischio della “porta aperta”, cominciando ad uscire per condividere la loro testimonianza di vita con le realtà del territorio e ad accogliere con semplicità e “normalità” nella loro casa le persone che desiderano vivere legami di amicizia e di fraternità.

In questo anno della vita consacrata, che speriamo non si risolva in affermazioni astratte sulla teologia della vita consacrata e in qualche celebrazione per far contenti i religiosi, noi abbiamo la possibilità di ripensare insieme a questa preziosa presenza nelle nostre chiese diocesane, cercando di andare oltre alla logica funzionale, per cogliere la riserva di testimonianza evangelica e vocazionale realmente presente. Senza scandalizzarci per le fragilità e senza bloccarci per idealismi irrealizzabili, dobbiamo accogliere la realtà della comunità di vita consacrata delle nostre diocesi ed aiutarle ad essere quello che il Signore le chiama ad essere.

Questo anno (che è solo all’inizio) può rappresentare l’opportunità per individuare, sia a livello diocesano che regionale, alcune realtà significative che potrebbero diventare dei laboratori di discernimento e accompagnamento vocazionale in collaborazione con le chiese diocesane, per un servizio più attento, competente e ricco alle persone (Cfr. Relazioni di Fr. Matteo Ghisini, ministro prov. Dei Frati Minori Cappuccini dell’Emilia Romagna al CRV dell’Emilia Romagna il 17 febbraio 2015) .

 

La Vita Consacrata cosa c’entra?

In questo momento delicato dunque di nuova evangelizzazione e di riforma della Chiesa arriva la proposta di papa Francesco che decide di partire dedicando un anno e mezzo alla Vita Consacrata. Perchè? Secondo padre Luigi Gaetani[9], presidente nazionale della Cism, e buon conoscitore di tutto ciò che papa Bergoglio ha detto e scritto sulla Vita Consacrata, il pontefice è convinto che la Vita Consacrata è una esperienza particolare per tre motivi:

  • i consacrati sono i “sensori nella Chiesa” (papa Francesco). I consacrati hanno una percezione più agile e veloce di quello che capita nella Chiesa rispetto agli altri. Spesso la Vita Consacrata ha osato, è andata oltre, ha provato strade nuove. E’ una sensibilità che si acquisisce vivendo la forma di vita di Gesù. Il Vaticano II è stato frutto di tantissimi religiosi! Dopo il Vaticano II la Chiesa ha mostrato la sua crisi. E la Vita Consacrata è entrata per prima in questa crisi. “Sarete i primi a uscirne” sostiene papa Francesco. La Vita Consacrata ha una ministerialità nei confronti della Chiesa.
  • “Voi siete paradigma della Chiesa” (papa Francesco). In un certo modo la VC significa, dice e rappresenta ciò che la Chiesa è. Alcuni elementi particolarmente importanti:
  • Fraternità: luogo dove far dialogare e convivere le differenze
  • Corresponsabilità: dove non c’è un centralismo che schiaccia ma decentramento e contributo di tutti
  • Sponsalità: dove la mistica ha prevalenza sull’ascetica, cioè occorre sempre ricordare che la grazia è sempre eccedente le nostre capacità o strategie organizzative
  • paternità responsabile: dove si è protesi da dare vita, a farla circolare.
  • “Voi siete riserva di futuro” (papa Francesco). In un mondo che stà morendo, noi come religiosi possiamo aprire la strada alla speranza. E’ il tema classico dell’escatologia. Sostiene il papa: “E questo «è il nostro destino: camminare nell’ottica delle promesse, certi che diventeranno realtà. È bello leggere il capitolo undicesimo della Lettera agli ebrei, dove si racconta il cammino del popolo di Dio verso le promesse: come questa gente amava tanto queste promesse e le cercava anche con il martirio. Sapeva che il Signore era fedele. La speranza non delude mai». (…) Questa è la nostra vita: credere e mettersi in cammino» come ha fatto Abramo, che ha avuto «fiducia nel Signore e ha camminato anche nei momenti difficili”[10]».

Queste caratteristiche della VC non sempre brillano nelle nostre realtà. Afferma il papa: “Siete un lievito che può produrre un pane buono per tanti, quel pane di cui c’è tanta fame: l’ascolto dei bisogni, dei desideri, delle delusioni, della speranza. Come chi vi ha preceduto nella vostra vocazione, potete ridare speranza ai giovani, aiutare gli anziani, aprire strade verso il futuro, diffondere l’amore in ogni luogo e in ogni situazione. Se questo non accade, se la vostra vita ordinaria manca di testimonianza e di profezia, allora, torno a ripetervi, è urgente una conversione!”[11]

 

D’altra parte la posizione della Vita Consacrata all’interno della Chiesa crea qualche difficoltà e imbarazzo. Nei manuali di ecclesiologia del post-concilio la Vita Consacrata occupa alcune paginette. Segno di una difficoltà nel collocarla dentro alla struttura della Chiesa. Questo può essere un vuoto da colmare, ma anche una risorsa da sfruttare. Di fatto questo non saper bene dove collocare i consacrati dentro la struttura della Chiesa fa si probabilmente che frati, suore e monaci vengano visti dalla gente come border line, come facenti parte della chiesa ma non uomini e donne dell’istituzione, li fa sentire oggi meno lontani, più simpatici e quindi più avvicinabili. E i giovani la pensano così (cfr. +/-, diagramma prossimità/lontananza)[12]: i frati e le suore godono maggior gradimento dei preti, per esempio. Questo fatto dobbiamo sfruttarlo perché torni a vantaggio di tutti.

 

Da queste riflessioni nascono alcune proposte … Forse una opportunità che ci viene offerta in quest’anno è quella di sfruttare alcuni luoghi (monasteri, conventi,..) come laboratorio per la ricerca di senso; laboratori dove i giovani delle nostre diocesi possano sperimentare, incontrando comunità significative, accoglienza e ascolto, momenti dove adulti e giovani apprendano le grammatiche e le sintassi dell’altro.

Questo, come suggerisce E. Biemmi alla conclusione del libro di Castegnaro, in tre ambiti particolarmente importanti: quello dei dogmi di fede (quindi del credere); quello dei riti (liturgia e preghiera), quello della morale.

Questo avviene già da decenni a livello europeo. Pensiamo all’esperienza di Taizè. Per stare in Italia le esperienze di Bose, del Sermig, Camaldoli, del Sog di Assisi.

 

Si riescono a individuare alcune comunità religiose/monastiche, sul territorio della nostra regione, per promuovere questi laboratori? Con week-end di spiritualità, con settimane comunitarie, con settimane estive? Io credo di si. Non c’è bisogno di eccellenze. A mio avviso è sufficiente un livello più basso, ma anche concreto, verace, genuino.

E’ una riflessione che penso opportuno fare insieme. Ci sono alcuni luoghi già frequentati dai giovani: penso alle suore di Sant’Agata Feltria (ora provincia di Rimini, anche se diocesi di San Marino-Montefeltro), le francescane di Fanano (Mo), alla comunità di Montetauro (Rimini), alla casa frate Leone dei Cappuccini di Vignola (Mo). Si può pensare di mettere maggiormente in rete le diverse esperienze. Non si tratta semplicemente di dare dei muri per fare un campo: si tratta di creare possibilità dove i giovani possano incontrare in realtà delle comunità (e viceversa).

Questo vale anche per l’ambito missionario: sappiamo che molti giovani sono sensibili al tema del volontariato internazionale, fanno volentieri esperienze forti. Si può sfruttare meglio questo anche per la pastorale vocazionale? Sappiamo che non tutte le comunità in missione sanno o possono accogliere un giovane che è in ricerca e vuole fare là alcuni mesi di esperienza per fare verifica. Condividere informazione e opportunità può andare a beneficio di tutti.

 

Nel metterci maggiormente all’ascolto dei giovani scopriamo che probabilmente cresce la richiesta e l’esigenza di rinnovare il nostro stile di essere chiesa. Alla fine vuoi vedere che il Signore ci stà chiedendo di convertirci, di riprendere slancio, di rinnovarci, di crescere anche tra noi in stima e fiducia reciproca?

 

4. La PV nella vita della Parrocchia

Passando dal livello diocesano a quello parrocchiale (o di Zona/Unità/Comunità Pastorale) la PV, con una caratterizzazione prevalentemente educativa, assume connotati di concretezza ed entra nei grandi ambiti della vita comunitaria che tutti conosciamo. La PV in una comunità territoriale si svolge almeno secondo cinque attenzioni:

 la diffusione di una cultura della vita come vocazione

La comunità territoriale è il luogo in cui si condivide con altri credenti e si diffonde una cultura della vita come vocazione. Se in tanti contesti in cui il credente si trova a vivere, non può attendersi di trovare tale “visione antropologica”, in parrocchia, con gli altri credenti, questa cultura la condivide e la diffonde. Vivere la cultura della vita come vocazione significa condividere con altri la gratitudine per una vita che è un dono grande che Dio ci ha fatto, e crescere – aiutato dagli altri fratelli – nel fare della propria vita un bene da condividere e da donare. Gratitudine e gratuità sono i due elementi rivelatori di una cultura vocazionale radicata nella comunità (Cfr. Col 3).

Anche di fronte alle difficoltà il credente, aiutato e sostenuto dai fratelli e dalle sorelle, non si abbandona alla disperazione, consapevole della promessa legata alla sua chiamata: non temere, io sarò con te!

l’iniziazione alla preghiera e la preghiera per le vocazioni

La comunità cristiana di base, la parrocchia, dopo la famiglia, è il luogo in cui mi viene (mi dovrebbe venire) insegnato come si prega. La preghiera è il gesto del credente che si apre, nella fede, alla relazione con il Signore e, attraverso un ascolto assiduo della Parola, si lascia guidare per compiere la volontà di colui nel quale ha posto la sua fiducia.

L’iniziazione alla preghiera è una condizione molto importante per qualsiasi cammino vocazionale e, anche se è vero che Dio può trarre figli d’Abramo anche dalle pietre, normalmente essi nascono da un popolo a da famiglie in cui si impara a ringraziare e a pregare Dio. Nel dialogo orante tra Dio e il credente si manifesta la chiamata particolare e la strada su cui il Signore chiama a seguirlo.

La comunità territoriale (la parrocchia) è anche il luogo in cui normalmente condivido con altri credenti la preghiera per le vocazioni, gioendo con tutti per l’abbondanza della messe e invocando da Dio gli operai necessari perché il raccolto possa sfamare il suo popolo.

la catechesi come iniziazione alla vita cristiana intesa come vocazione

La parrocchia, insieme alla famiglia, è il contesto ordinario in cui avviene l’iniziazione cristiana, che è essenzialmente iniziazione alla vita cristiana intesa come vocazione.

Nella catechesi imparo ad ascoltare la Parola di Dio, che mi narra come Dio abbia chiamato tanti uomini e donne a collaborare con lui per liberare il suo popolo e custodirlo; imparo a riconoscere Gesù nella parola del Vangelo e conosco le vicende degli uomini e delle donne che lo hanno seguito accogliendo il suo invito; imparo che ci sono stati tanti uomini e donne che prima di me hanno amato Gesù e lo hanno seguito mettendo in pratica il Vangelo nella loro vita, ognuno in un modo diverso e originale, ma tutti in modo serio e bello. Imparo a riconoscere questi uomini e donne esemplari come miei amici e tra di loro qualcuno diviene per me un modello particolare che mi piacerebbe imitare.

La catechesi dei fanciulli e dei ragazzi, cosi come la catechesi dei giovani, è il contesto più naturale per annunciare il vangelo della vocazione.

Ovviamente questo accade se ci sono dei catechisti e degli educatori che lo hanno ascoltato, meditato e accolto nella loro vita (testimoni più che maestri).

la comunità luogo di incontro con le varie vocazioni

La comunità parrocchiale o zonale è il luogo in cui normalmente incontro e mi confronto con tante vocazioni, tanti modi belli di seguire il Signore. Il presbitero, il diacono, gli sposi, le religiose, i consacrati … tanti modi per dire sì a Dio. Se con questi adulti ho la possibilità di confrontarmi, di ascoltare le loro storie di vocazione, allora comprendo che il Signore non solo ha chiamato i grandi santi, ma anche oggi chiama uomini e donne a seguirlo sulla via del Vangelo in tanti modi diversi. Se poi ho la possibilità di contemplare la gioia sul volto di questi uomini e queste donne della mia comunità, se vedo la forza della loro vita semplice vissuta alla luce del Vangelo, se mi faccio affascinare dal profumo della loro testimonianza semplice, ma credibile, … allora anche io sarò portato a chiedermi come il Signore vuole che io doni la mia vita.

la comunità luogo di accompagnamento personale (la direzione spirituale)

La comunità cristiana in cui vivo e a cui appartengo – infine – è anche il luogo in cui ho il diritto e la possibilità di trovare qualcuno che mi accompagni personalmente per comprendere la volontà di Dio sulla mia vita. Io che desidero seguire Gesù ho bisogno che qualche adulto mi guidi e mi accompagni in questa ricerca. Può essere il mio parroco o qualche adulto che mi sembra esperto delle cose di Dio; qualcuno che si rende disponibile ad ascoltarmi e, come il vecchio Eli con Samuele, a svegliarmi quando Dio mi sta chiamando, aiutandomi a comprendere cosa Dio dice a me personalmente attraverso la sua parola o i fatti che accadono nella mia vita. Qualcuno che infine mi accompagni in una scelta che desidero compiere, ma che da solo non riesco a fare. Qualcuno che mi orienti ad un luogo utile per me, a delle persone che mi possono aiutare a compiere un cammino particolare, quello di cui io ho bisogno in questo momento e che la mia comunità non mi può dare.

 

Conclusione

Nella EG papa Francesco scrive:

Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo. Bisogna riconoscere sé stessi come marcati a fuoco da tale missione di illuminare, benedire, vivificare, sollevare, guarire, liberare. Lì si rivela l’infermiera nell’animo, il maestro nell’animo, il politico nell’animo, quelli che hanno deciso nel profondo di essere con gli altri e per gli altri. Tuttavia, se uno divide da una parte il suo dovere e dall’altra la propria vita privata, tutto diventa grigio e andrà continuamente cercando riconoscimenti o difendendo le proprie esigenze. Smetterà di essere popolo.

  1. Per condividere la vita con la gente e donarci generosamente, abbiamo bisogno di riconoscere anche che ogni persona è degna della nostra dedizione. Non per il suo aspetto fisico, per le sue capacità, per il suo linguaggio, per la sua mentalità o per le soddisfazioni che ci può offrire, ma perché è opera di Dio, sua creatura. Egli l’ha creata a sua immagine, e riflette qualcosa della sua gloria. Ogni essere umano è oggetto dell’infinita tenerezza del Signore, ed Egli stesso abita nella sua vita. Gesù Cristo ha donato il suo sangue prezioso sulla croce per quella persona. Al di là di qualsiasi apparenza, ciascuno è immensamente sacro e merita il nostro affetto e la nostra dedizione. Perciò, se riesco ad aiutare una sola persona a vivere meglio, questo è già sufficiente a giustificare il dono della mia vita. È bello essere popolo fedele di Dio. E acquistiamo pienezza quando rompiamo le pareti e il nostro cuore si riempie di volti e di nomi!

Durante le vacanze di Natale ho avuto l’opportunità di fare un breve pellegrinaggio a Palermo sulla tomba del Beato Pino Puglisi. Ero con il mio Vescovo e con i seminaristi. Abbiamo incontrato una coppia di sposi che a suo tempo erano stati studenti di don Pino. Condivido con voi una cosa bella che loro ci hanno detto in quei giorni: don Pino Puglisi è stato forgiato dal suo ministero per le vocazioni a riconoscere la dignità di ogni persona; quando è diventato parroco a Brancaccio ha continuato a guardare nello stesso modo la sua gente; non poteva tollerare che qualcuno misconoscesse questa dignità e per difendere la dignità di quella gente ha dato la sua vita.

 

Se noi come operatori della PV fossimo capaci di questa attenzione anche solo verso una persona e potessimo condividere con tutti coloro che servono la Chiesa questa attenzione alla persona, noi avremmo felicemente eseguito il mandato che la Chiesa ci ha affidato.

Il Signore ci sostenga in questo servizio.

 

don Andrea Turchini

andreaturchini@gmail.com

 

[1] Proposta di statuti per il CDV e il CRV e Statuto del CNV approvato dalla CEI, in “Vocazioni” 5/2007, p. 50.

[2] Cfr. Il servizio delle vocazioni nelle Chiese d’Italia. Vademecum per la pastorale vocazionale e per i Centri Diocesani Vocazioni d’Italia, in “Vocazioni” 5/2007, p. 35

[3] Cfr. Il servizio delle vocazioni nelle Chiese d’Italia. Vademecum per la pastorale vocazionale e per i Centri Diocesani Vocazioni d’Italia, in “Vocazioni” 5/2007, p. 36

[4] Idem, p. 37

[5] Un approfondito dossier su questo argomento lo si può reperire in “Vocazioni” 6/2007 Quale animatore vocazionale per a Chiesa locale. Riflessioni e proposte sul ‘vademecum’ per la pastorale vocazionale.

[6] Idem, p. 15

[7] Ibidem.

[8] Cfr. N. DAL MOLIN, Accompagnatore… formatore… conosci te stesso!, in idem pp. 24-40.

[9] Spunti tratti da Padre Luigi Gaetani, Relazione all’assemblea dei segretariati e della Cimp Cap (Roma, 19-22 ottobre 2014)

[10] FRANCESCO, Meditazione mattutina nella cappella della Domus Sanctae Marthae, Roma (31 marzo 2014).

[11] FRANCESCO, Udienza ai partecipanti all’incontro promosso dalla Conferenza Italiana degli Istituti Secolari, (Roma) 10 maggio 2014.

[12] Interessanti i diagrammi elaborati a questo proposito nel volume di Borghesi – Castegnaro – Dal Piaz – De Sandre, Giovani e vita consacrata, Messaggero, 2007.

 

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