Pochi matrimoni o poco Matrimonio?

E’ di questi giorni la notizia che, in Italia, il numero dei matrimoni sia in costante diminuzione.

Calano i matrimoni e aumentano le convivenze. Le motivazioni culturali e sociologiche che stanno dietro a questo dato sono innumerevoli; i giornali di questi giorni sono pieni di analisi di esperti. Non mi voglio aggiungere alla schiera degli opinionisti, ma cogliere l’occasione per lanciare una doppia provocazione sulla scia del “Sinodo sulla famiglia” e del Convegno di Firenze sul nuovo umanesimo.

Quando partecipo ad un matrimonio, a volte, rimango colpito da una sproporzione che mi crea un certo disagio: lo sfarzo, l’effimero, l’eccesso che viene esibito (a volte anche molto fuori dal buon gusto), è inversamente proporzionale alla consapevolezza che la maggior parte dei presenti ha di ciò che si sta vivendo. Gli sposi, di solito, hanno fatto un qualche percorso di preparazione, ma tutto ciò che li circonda parla (strilla) assolutamente di altro.

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I nostri pastori, anche nell’ultimo Sinodo (Relazione finale n. 59), ci richiamano sulla responsabilità di annunciare anche in quella occasione il Vangelo dell’amore di Dio nella sua radicalità, ma – mi chiedo – non possiamo anche creare le condizioni per una maggiore verità dei segni e del rito? Perché consentiamo certe carnevalate? Perché taciamo su un modo di vivere il matrimonio che nulla a a che fare con la semplicità del Vangelo? Perché pensiamo che sia normale così?

Sappiamo che alla TV si moltiplicano i programmi in cui i vari wedding planners si esibiscono nel proporre soluzioni sempre più eccessive e dispendiose, perché – come dicono – quel giorno dev’essere per tutti memorabile; altri programmi propongono una competizione tra spose, dove – normalmente – vince chi esagera di più e le altre – ovviamente – risultano delle perdenti, perché non hanno osato abbastanza.

Come ben sappiamo, questi programmi “fanno cultura”, creano un format di riferimento, un modo di pensare condiviso: il matrimonio che molti vogliono è quello lì, sempre più strano, sempre più esagerato, sempre più fiction e sempre meno autentico.

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Ma che cosa rende veramente memorabile quel giorno per gli sposi e per chi li circonda? Qual è il perno fondamentale su cui quel giorno ruota? Ed è questo il modo che dei cristiani hanno per vivere la festa? Non è possibile dire qualcosa di serio e proporre un’obiezione di coscienza di fronte ad un modo di vivere le nozze che – se pure sono celebrate in chiesa – rischia di essere offensivo?

Perché fingiamo di non vedere lo scandalo che la muta condiscendenza verso questo modo di fare provoca nei più piccoli e nei più poveri? Chi di noi non si è sentito dire da una coppia di giovani: “non possiamo sposarci in chiesa perché non abbiamo abbastanza soldi“? Non sono così ingenuo da non capire che, spesso, questo è solo un alibi; ma se anche uno solo ci dicesse una cosa del genere in modo convinto e sincero, non rappresenterebbe per noi una ferita lancinante? E cosa possiamo dire a questi, quando rimaniamo muti e complici davanti a tutti gli altri che, magari facendo i debiti, i soldi “per sposarsi in chiesa” li hanno trovati?

Credo che sia giunto il momento di fare una riflessione nelle nostre comunità circa lo stile da proporre anche nei matrimoni celebrati in chiesa. Senza assumere atteggiamenti esclusivi e da regime, perché non richiedere e proporre con convinzione di cercare la bellezza nella verità, nella semplicità, nella sobrietà delle cose? Che significato hanno quei tre sentimenti indicati da papa Francesco, nel discorso a Firenze, quali fondamenti di un umanesimo cristiano, nel contesto di una celebrazione di nozze? Non erano forse #umiltà, #disinteresse, #beatitudine? Come educhiamo a questo umanesimo quando proponiamo e accompagniamo un momento come la celebrazione delle nozze?

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Papa Francesco ci sta indicando la strada dei segni per vivere l’annuncio del Vangelo.

10408742_10205200066830645_8123215090726961161_nMi viene in mente un’idea semplice e per niente nuova.

Devo aver letto da qualche parte che, un tempo, le nobildonne e le “brave famiglie cristiane borghesi”, si preoccupavano che le ragazze del popolo avessero a disposizione la “dote” per potersi sposare; era considerata una ingiustizia sociale grave che una ragazza rimanesse nubile perché non aveva ciò che era considerato necessario per sposarsi. Qualcuno se ne faceva carico, forse in uno stile un po’ paternalista, ma, almeno, responsabile.

Mi chiedo: non potremmo proporre alle nostre comunità, così brave ad organizzare le feste, di organizzare ogni anno qualche matrimonio bello e sobrio, per dare un modello di cosa significhi per noi vivere una vera festa? Non potremmo renderci disponibili, anche come provocazione, per quei giovani che affermano “di non avere i soldi per sposarsi”, e proporre loro un matrimonio bello e low cost organizzato dalla comunità cristiana? Non sarebbe anche questo un annuncio e una provocazione educativa verso chi invece associa il matrimonio in chiesa allo sfarzo e all’effimero? Perché non costituire delle cooperative in cui si propone di organizzare la festa del matrimonio in modo solidale, alternativo, inclusivo e rispettoso?

In definitiva penso che il problema che ci dobbiamo porre, non sia solo che si celebrino pochi matrimoni (o molti meno rispetto ad un passato), ma che tutti quelli che si celebrano siano veramente dei matrimoni … “come Dio comanda”, in tutti i loro aspetti!

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